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Viveva in Sardegna da decenni Michelangelo Caggiano, scomparso recentemente al termine di una triennale guerra combattuta contro una malattia feroce, di quelle che molto raramente lasciano scampo, ma combattuta dal nostro concittadino con grande coraggio, lo stesso che aveva caratterizzato la sua intera esistenza. Personalmente nutro di lui un ricordo estremamente nitido, quello di persona dotata di una gentilezza d’animo squisita, capace di autentica amicizia, di generosità, altruismo e senso di solidarietà elevati all’ennesima potenza. Era sagace, Michelangelo, ed intellettualmente profondo, essendo egli stato per giunta precursore e precoce interprete nelle nostre zone, tanto nelle idee quanto nei comportamenti, dei rivolgimenti sociali globali intervenuti alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo in seguito al “Maggio francese” e passati alla storia, complessivamente, sotto il nome di Sessantotto. Aveva compreso quanto stava accadendo ed aveva aderito alle innovazioni culturali caratterizzanti quell’epoca, la cui portata, probabilmente, molti ancora non hanno capito appieno. L’anelito alla libertà di autodeterminazione, la volontà di realizzare hic e nunc, in quel presente ormai lontano, la giustizia sociale, erano soltanto talune delle istanze che promanavano soprattutto dal mondo giovanile, e Michelangelo le propugnava apertamente, sfidando le consuetudini alquanto farisaiche e falsamente moralistiche che un conservatorismo arroccato su se stesso opponeva al vento del cambiamento, che poi si è immancabilmente prodotto. Erano quelli gli anni nei quali Michelangelo frequentava l’Università di Salerno, entro le cui mura egli era oltremodo conosciuto proprio perché anche in quell’ambito risultava essere in anticipo sui tempi.

Il caro Michelangelo sarà ricordato domani, 14 luglio, in una cerimonia religiosa nel cui corso quanti gli hanno voluto bene si uniranno, in preghiera, alla famiglia. Per tutti resterà il ricordo di una persona che non ebbe mai paura di esternare le proprie idee.  

 

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La comunicazione politica di sei leader nel periodo che va dalla dichiarazione dello stato d’emergenza (31 gennaio 2020) alla fine del lockdown (4 maggio 2020).  

 

È il tema su cui si sviluppa «Virus, comunicazione e politica», il libro di Domenico Bonaventura appena uscito per Aracne Editrice (2021, 176 pp, € 13) e disponibile sul sito della Casa e sulle maggiori piattaforme di vendita di libri online (Amazon,Libreria Universitaria, Libro Co, Ippogrifo, Goodbook). 

 

L’autore, giornalista e consulente per la comunicazione politico-elettorale, analizza questi 93 giorni scegliendo di mettere sotto i riflettori sei leader politici: Conte, Renzi, Salvini, De Luca, Berlusconi, Meloni. Ne viviseziona le strategie e le tecniche di comunicazione, l’utilizzo più o meno accelerato dei social, le uscite sulla stampa, le ospitate in tv, la narrazione scelta per arrivare ai cittadini. E i risultati che ottengono in termini di consenso personale e di consenso al partito. 

 

Quello considerato è un periodo che stravolge la vita del mondo, ed è chiaro che anche il modo di comunicare la politica ne esca completamente cambiato. Il popolo si stringe intorno alle istituzioni e a volte è l’istituzione che si fa politica, come nel caso del presidente del Consiglio, incalzato (già allora) da un Renzi che le prova tutte per cercare di distinguersi dalla sua stessa maggioranza. Se un leader come Salvini risente grandemente del cambio di agenda e della necessità di modificare l’approccio col suo popol, conquista invece la ribalta nazionale Vincenzo De Luca, che fa della durezza di azione e di linguaggio la propria cifra comunicativa. Accanto a loro, Silvio Berlusconi sceglie ostentatamente la strada della responsabilità e della collaborazione istituzionale, mentre Giorgia Meloni mette sul tavolo una strategia che sembra pagare. 

 

Avvalendosi dei contributi di Francesco Di Costanzo (presidente di PA Social), Livio Gigliuto (vicepresidente di Istituto Piepoli) e Michele Zizza (Phd in Strategic Communication – Coris La Sapienza), di un’intervista ad Alessio Postiglione (portavoce del sottosegretario al Mibact) e dei dati di Data Media Hub, l’autore scatta un’istantanea dei mutamenti che il mondo della comunicazione politica conosce in 93 giorni di passione.  

 

Un’analisi approfondita delle tecniche con cui la politica comunica sé stessa nel periodo del lockdown, con un accento sui social: determinanti più che mai nel consentire un rapporto tra leader e seguaci (il caso Conte è emblematico), portano però anche a un divaricamento ulteriore del fenomeno della disintermediazione.  

 

Un fermo immagine di un momento storico, insomma, che segnerà l’avvenire. Della politica e della comunicazione che la racconta. 

 

BIOGRAFIA 

 

Domenico Bonaventura (Avellino, 1984), giornalista e comunicatore. Vive e lavora tra Lacedonia, in Alta Irpinia, dov’è cresciuto, e Roma. Italiano e meridionale fiero e critico, con una passione rovente per il calcio, la politica e le parole. Ha collaborato per nove anni con «Il Mattino» di Napoli. Scrive per diverse testate (Restoalsud.it, Eurocomunicazione.com). Cura un blog su «Il Riformista» ed è fondatore di Velocitamedia.it. Ha lavorato come consulente per la comunicazione per istituzioni, manifestazioni culturali, enti museali e campagne elettorali. Nel 2013 ha pubblicato “Parole e crisi politica” (Ilmioloibro.it). 

 

 

 

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Voglio esternare il mio profondo dolore, interpretando quello di molti conterranei, per la perdita di Temistocle Saponiero, figlio illustre di Lacedonia, estremamente legato al suo paese natale, al punto di averne fatto oggetto di innumerevoli libri. Scrittore molto prolifico, con la sua ultima opera aveva fatto conoscere la nostra comune patria al nord, soprattutto a Genova, città nella quale risiedeva da decenni. Curriculum vitae di un genovese del Sud, il suo ultimo libro nel quale, tra le molte altre cose, raccontava infatti la vita che si conduceva intorno alla metà del secolo scorso da noi, si era piazzato ai primissimi posti nella classifica delle vendite librarie del capoluogo ligure.

 

Al di là di questo, io voglio ricordarlo per la sua signorilità, per la sua estrema generosità, per la gentilezza, non priva di sano humor, che ne caratterizzava l’indole.

 

Posso personalmente testimoniare che i proventi delle sue opere sono spesso andati in beneficenza: io stesso ho spedito, da parte sua, una somma alle Comunità Papa Giovanni XXIII.

 

Lo dico oggi per onorarne la memoria ed evidenziarne lo spirito profondamente solidale con i più fragili, stante il fatto che egli non usava far vanto delle opere buone che realizzava.

 

Amava spassionatamente Lacedonia, Temistocle, e con essa i suoi abitanti.

 

È stato rubato alla vita da complicanze di un ictus che lo aveva colpito un paio di settimane or sono. Sembrava star meglio soltanto ieri sera, ma evidentemente stava solo riprendendo le forze per prepararsi all’ultimo viaggio.

 

Che il Signore ti accolga tra le sue immense braccia misericordiose, caro Temistocle.

 

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Le foto sono tutte del 2019 e quindi sono precedenti alla pandemia e ai conseguenti divieti

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Processione per il Corpus Domini anno 2019

Il tempo ci trascina nel suo vortice inarrestabile e nessuno di noi ha la possibilità di resistergli. Era il 28 di aprile del 1999 e il nuovo millennio bussava ormai alle porte della storia. Si apriva una nuova epoca per l'umanità ed anche per don Giuseppe, al secolo Jaison Jose, nato in India, nello stato meridionale del Kerala, e giunto in Italia in qualità di missionario con un confratello, quindi passato in forza alla diocesi di Ariano - Lacedonia: in quella data egli abbracciava totalmente la vita ecclesiastica donandosi completamente al servizio di Dio e del prossimo. Dopo un lungo periodo trascorso come parroco nella comunità di Zungoli, che ha maldigerito la sua partenza, essendo egli estremamente benvoluto, eccolo di ritorno a Lacedonia, ove era già stato un paio di anni a guidare, con il confratello di cui sopra, la parrocchia di Santa Maria.

Personalmente in lui ho trovato un amico e un sicuro riferimento spirituale, essendo la sua fede solida come una corazza, come è nella cultura della progenie che abita l'estrema propaggine indiana: non conoscono vie di mezzo e quindi non scendono a compromessi. Se sono cristiani lo sono davvero e si tengono lontani da quel tepore, che non pare voler giungere al calore, che caratterizza il cattolicesimo da salotto di molti dei noidicenti cattolici (ferme restando le ovvie e numerose eccezioni).

21 anni di servizio prestato, per don Giuseppe, molto interessato anche alle opere di carità. Del resto nel suo Paese d'origine la povertà è molto diffusa, pertanto il Vangelo è vissuto nella sua accezione più piena.

Dal 2019 don Giuseppe è ufficialmente cittadino italiano ed oggi coniuga alla perfezione le migliori caratteristiche indiane e nostrane.

AUGURI A TE, DON GIUSEPPE, CARO AMICO MIO!

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Processione Madonna del Carmelo anno 2019.

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Pellegrinaggio a Colel Valenza ed Assisi anno 2019.

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Consegna di attestazione di benvenuto da parte del sindaco Antonio Di Conza, anno 2018

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

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