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madonna di pompei 2

L’importanza dell’apparizione della Beatissima Vergine del Rorario a Lacedonia è autorevolmente testimoniata proprio dal fondatore del santuario di Pompei, il beato Bartolo Longo, il quale ne raccontò la storia in un lungo scritto pubblicato nel periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” dato alle stampe nell’ottobre del 1888. Egli, nell’incipit, si esprime eloquentemente nella maniera che segue: «[…] tra le apparizioni della Vergine di Pompei, l’ultima che ebbe luogo il 28 Luglio 1888, in Lacedonia, a noi sembra più bella e la più splendida e la più meravigliosa pel modo onde è avvenuta e pei salutari effetti che ha prodotto […] Il segnale della sua misericordia dato nella città di Lacedonia, alla giovane Antonietta Balestrieri, c’invita a dedicare tutti i giorni e tutti i momenti del viver nostro ad amare e benedire Colei che tanto ci ama. […] io mi son dato ogni cura e fatica di studiare in questo straordinario prodigio di Lacedonia tutti i più piccoli accidenti, le più minute particolarità, le circostanze più concomitanti ed attenenti al fatto. Mi son provveduto di tutti i bisognevoli attestati firmati dai notevoli del paese; ed acciocché anche gl’increduli non abbiano più alcuna sfuggita a negar questo miracolo, mi son munito di un Atto Notorio, redatto per pubblico Notaio. Ed ho voluto ascoltare io di persona tutti della famiglia Balestrieri, e, per ben dieci volte e senza alcuna prevenzione, la medesima avventurata giovane, dalla cui bocca, in presenza di autorevoli testimoni, ho appreso tutto il particolareggiato racconto dell’apparizione e le precise parole a lei rivolte dalla Beatissima Vergine.»

Nei fatti, nel suo racconto, abbastanza lungo, l’avvocato Bartolo Longo riferisce il benché minimo particolare, senza nulla tralasciare, nei modi e nelle forme proprio di vera indagine sottesa all’accertamento della verità dei fatti, che, in maniera molto sintetica, sono i seguenti.

Maria Antonietta Balestrieri non aveva che diciassette anni di età, compiuti nel novembre dell’anno precedente, quando, il giorno di Pasqua del 1988, si ammalò di pneumonite[1], che in gergo popolare è detta “puntura”. Era una malattia che all’epoca non lasciava scampo, giacché la penicillina, con la quale si riuscì a sconfiggerla, fu scoperta da Alexander Fleming soltanto nel 1929.

Era una ragazza che fin lì aveva goduto sempre di ottima salute: alta, delicata, bruna di capelli e con gli occhi neri, presentava tutti i crismi della normalità, senza che mostrasse esteriormente alcun segno particolare della grazia divina.  

Per quanto prontamente le fossero state prestate tutte le cure disponibili a quei tempi, esse non sortirono alcun effetto di rilievo e non servirono a fermare il male, che si aggravò oltremodo con il passare dei giorni. Una febbricola ostinata, che non la abbandonava mai, faceva supporre che ella fosse tisica, mentre tutto il suo corpo fu pervaso da dolori artritici, in maniera tale che il minimo tocco le procurava dolori lancinanti. In breve tempo non riuscì più a muoversi e rimase paralizzata. Le sofferenze andarono amplificandosi oltremodo, come in maniera estremamente efficace spiega Barlolo Longo, narrando la progressione della sintomatologia. Queste sono le sue parole. «Le braccia rattrappite, strette sempre al petto, più non si allargavano: e i pugni, per continuo spasimo, teneva sempre chiusi per modo, che le unghie delle dita a poco a poco si conficcavano nelle palme, producendo due piaghe perenni nelle mani. Oltre alle piaghe nelle mani, i vescicatoi applicati in sul principio alle spalle, e il giacere continuo nella medesima posizione, le avevano cagionate altre tre piaghe alle reni, le quali, ribelli a qualunque balsamo od unguento, eran sempre scorticate e sanguinose.

Se i membri paralizzati le davano tortura, il fastidio che questa infelice sosteneva allo stomaco ed ai visceri era incredibile. Sembrava che avesse allo stomaco, come ella diceva, una fiamma accesa che ardeva e stomaco e visceri. Onde nauseava qualunque cibo, e come mandava giù qualche boccone, tosto lo rigettava. Per farla vivere faceva d’uopo che alcuno le appressasse alla bocca un cucchiaio di acqua, o qualche filaccico di carne, o un po’ di torlo d’uovo: i quali alimenti in quattro mesi di malattia non giunsero a formare il peso di quattro chilogrammi.

In quel corpo, che pareva un organo di dolori, il capo compiva la corona del martirio. Una paralisi facciale aveva attratto la guancia destra e l’occhio destro sì fattamente, che non poteva più mangiare, né vedeva più: anzi la luce erale di noia, per il che la sera faceva allontanare ogni lume, preferendo il stare al buio. Anche alla gola erasi formata una piaghetta, e l’esofago le si stringeva tanto da non poter inghiottire cibo o bevanda alcuna».

Insomma, Antonietta versava in condizioni disperate e gli stessi medici che l’avevano presa in cura, i dottori Francesco Diaferia e Pasquale Palmese, loro malgrado avevano gettato la spugna, comunicando alla famiglia che non vi era altro da fare che attenderne la morte, nella speranza che sarebbe sopraggiunta presto onde evitare alla fanciulla dolori inutili.

Anche lo zio medico della giovane, dottor Ferdinando Lombardi, il quale esercitava a Sant’Angelo, essendosi consultato con i suoi due colleghi, aveva perso ogni speranza ed aveva tentato di preparare i suoi parenti all’inevitabile evento luttuoso inviando la lettera che segue: «Carissimo Cognato, Il peggioramento della povera Antonietta mi affligge positivamente. E sarei venuto a visitarla se il mio cuore avesse avuto la forza bastevole per resistere alle sue sofferenze. La scienza disgraziatamente può far poco o niente: ed ecco perché sono sconfidato. Speriamo nella Provvidenza. Tu frattanto non addolorarti troppo, e pensa che hai altri figli. Ti abbraccio con Raffaeluccia. S. Angelo dei Lombardi, 27 luglio 1888. Affezionatissimo tuo Ferdinando».

Di fonte a tale disperata situazione, non restava altro che impetrare l’intervento divino, cosa che la famiglia si accinse a fare.

una famiglia estremamente devota alla santissima vergine di pompei.

Onde comprendere il motivo per il quale le suppliche furono ricolte alla Madonna di Pompei occorre fare un passo indietro. Michele Balestrieri, che all’epoca era il responsabile delle messaggerie postali, possedendo moltissimi cavalli e carrozze, aveva avuto cinque figli dalla moglie Grazia Lombardi, che però era transitata in maniera estremamente prematura a miglior vita. Aveva così sposato, in seconde nozze, la cognata, Raffaela Lombardi, donna estremamente pia e devota, al pari della defunta sorella. Accadde un giorno che ella ricevette una lettera da Napoli, inviatale da una vecchia amica con la quale non aveva contatti da oltre sedici anni. In essa vi era una immaginetta della Vergine del Rosario di Pompei ed un biglietto che recitava, testualmente: «Mia cara Raffaela – Ti fa meraviglia che io ti scriva dopo tanto tempo? Sappi che in Pompei si   sta edificando un Tempio alla Vergine del Rosario; e la Madonna fa molte grazie a coloro che si ascrivono a quella Chiesa e a quella Società del SS. Rosario. Io già sono Zelatrice di quel Santuario, nominata dalla Signora Contessa De Fusco: e desidero che ti scrivi anche tu, e procuri altri associati in Lacedonia. Ignorando il tuo preciso indirizzo, e temendo che questa lettera non ti arrivi, l’affido alla Madonna; onde accludo qui l’immagine della prodigiosa Vergine di Pompei. Ti mando ancora la storia dei prodigi e le Novene, acciocché ne diffondi la devozione. Napoli, 4 agosto 1877. La tua antica amica, Angelina Bruni Garzoni».

Non soltanto Raffaela aderì alla richiesta iscrivendosi di persona, ma immediatamente divenne la prima fervente promotrice del culto della Madonna di Pompei, riuscendo ad ottenere moltissime adesioni a Lacedonia, prima tra le quali, naturalmente, fu quella della sua figliastra Antonietta.

Fu dunque naturale che la donna si rivolgesse direttamente a Bartolo Longo affinché, presso il Santuario, si pregasse per la guarigione della giovane. La qual cosa fu prontamente eseguita dal futuro beato e testimone dell’evento prodigioso, che dispose si recitasse una Novena alla Vergine, cosa che fecero le povere orfanelle accolte a Pompei, in contemporanea con la famiglia Balestrieri a Lacedonia.

Pur tuttavia il male non regrediva e dunque il medico Francesco Diaferia consigliò che si somministrassero alla giovane gli ultimi Sacramenti, perché ella sarebbe morta in brevissimo tempo, giacché non riusciva più neppure ad alimentarsi. Fu dunque chiamato il Pro – Vicario della Diocesi, Arcidiacono Don Leonardo Bozzone, il qaule confessò e comunicò tutti i membri della famiglia, compresa, sia pure con gran fatica, Antonietta, che fu unta anche con l’olio del’estrema unzione.

In un estremo impeto di autentica fede, Raffaela inviò a Bartolo Longo il seguente lapidario telegramma: «Fate pregare orfanelle. Mia nipote Antonietta moribonda!», cosa che fu eseguita.

Per altri otto giorni Antonietta restò in bilico tra la vita e la morte, sopportando indicibili dolori. Si giunse quindi al 28 di luglio, giorno nel quale si onora il Santo Rosario. Antonietta era ormai agli sgoccioli ed amici e parenti si recavano a trovarla, come si usa per quanti stanno per transitare a miglior vita. Ella presentava ormai un incarnato pallidissimo e non dava segni di vita, per quanto ancora respirasse. Veniva vegliata, come si usa per i moribondi, costantemente, ed i presenti pregavano incessantemente. Ma Antonietta non sopportava più alcun brusio, ragion per la quale fece capire che, per quella notte, voleva restarsene da sola, anche lei certa che la mattina seguente l’avrebbero trovata morta.

apparizione della vergine e guarigione immediata di antonietta.

Impossibilitata a dormire per i dolori, la giovane cominciò a recitare flebilmente la sua ultima Novena alla Madonna di Pompei per raccomandare la sua anima, poiché sentiva di essere in procinto di presentarsi al tribunale di Dio.

Improvvisamente notò un fascio di luce proveniente dalla porta che si trovava alla destra del suo letto. Con immane fatica si voltò e non riuscì a credere a quanto i suoi occhi vedevano: la figura bellissima della Madonna di Pompei avvolta da una luce abbagliante, che però non le feriva le pupille. Queste le parole con le quali Bartolo Longo racconta l’evento miracoloso.

«L’apparizione non aveva nulla di aereo, e d’indeterminato, ma era una persona reale e viva, che camminava, rivestita di corpo umano simile in tutto al nostro, e in ciò solo dai nostri differente ch’era meravigliosamente luminoso e bello. Le sue vesti eran candide come la neve: la copriva un manto di color celeste: sul capo avea una bianca corona di rose: le mani giunte, come di chi prega, ed al fianco destro scendeva la Corona del Rosario.

Poi con voce dolcissima, che non ha comparazione con nessun suono terreno, rivolse alla morente queste amorevoli parole:

-         Antonietta, vuoi tu venire a Pompei?

-         Madonna mia, rispose costei, come posso venire se sto cionca, e non posso voltarmi?

E la Vergine:

-         Ecco, tu sei sana.

-         Come sono sana, se io non posso muovermi?

A questo la Beata vergine posò la sua bianchissima destra sullo stomaco della giovane, e la sinistra sulle reni, là dove eranvi le piaghe; e con incredibile bontà Ella stessa sollevò l’inferma, e la pose a sedere sul letto.

Poi soggiunse:

-         Ecco, tu sei sana.

-         Madonna Mia, io voglio piuttosto morire che rimanere storpia.

-         No, non devi morire. Devi vivere per ispandere le mie grandezze in tutta Lacedonia.

Poi proseguì:

- Domani ti alzerai ed andrai alla Chiesa: ti confesserai e farai la comunione. Poi verrai a visitarmi a Pompei. Prima di entrare nel mio Santuario dovrai scalzarti: e verrai ginocchioni sino al mio Altare. Qualunque grazia tu vuoi ricorri sempre a me, che sono sempre tua madre. La Madonna disparve, ed ella ritornò nel buio, sentendo nel fondo dell’anima una grande consolazione; ed era seduta sul letto a quel modo che l’aveva posta la Madonna. Volle subito provare se fosse veramente guarita: ed oh, meraviglia! Distese immantinente le braccia, e le mani di per sé si aprirono liberamente.

Ciò fatto, balzò dal letto per provare se potesse camminare, e camminò sola. I dolori della spina, l’attrazione delle gambe, le ulceri della bocca, gli spasimi dello stomaco, il catarro viscerale, la paralisi della faccia e dell’occhio, le contrazioni delle membra, tutto era sparito in un attimo!»

La fanciulla era al settimi cielo e non vedeva l’ora di comunicare la notizia ai suoi familiari, ma si trattenne, pensando, ingenuamente, che loro, vedendola all’improvviso, si sarebbero spaventati scambiandola per un fantasma. Ma non di meno neppure Michele Balestrieri riusciva minimamente a prendere sonno, preoccupato com’era. Colto da uno strano presagio l’uomo si levò dal letto e si recò verso la camera della figlia per avere contezza delle sue condizioni, quasi sicuro, però, che l’avrebbe trovata priva di vita. Occorre immaginarsi la sua incredulità quando invece lei gli disse che si sentiva benissimo e che non aveva più alcun dolore perché la Madonna era venuta a trovarla e l’aveva guarita. Ed infatti pensò che ella stesse vaneggiando, talché si recò da Raffaela, raccontandole l’accaduto, ma la donna, che nutriva grande fede, gli disse di ritornare dalla figlia e di accertarsi che muovesse braccia e mani, perché questo sarebbe stato il segno certo che avevano ricevuto un miracolo.

Naturalmente fu fuori di sé dalla gioia quando ebbe precisa contezza del miracolo avvenuto e, come si trovava, uscì di casa, entrando in un bar che era già aperto a quell’ora, ove raccontò a tutti quanto era avvenuto e quindi si diresse di corsa corse presso la casa del cognato, Raffaele Pescatore, per enunciargli la lieta nuova. Costui aveva già provveduto ad ordinare la bara e personalmente l’aveva disposta nella navata centrale di San Filippo, ove era stato deciso che si sarebbero dovute celebrare i funerali. Fatto è che l’indomani mattina Antonietta in quel tempio ci entrò con le sue gambe per partecipare alla Santa Messa, tra la meravigli incontenibile di tutta la popolazione di Lacedonia, tra la quale si era sparsa la voce del miracolo e che accorreva in massa per vederla, al punto che fuori dalla chiesa si era formata una gran folla di persone.

In seguito la natura soprannaturale dell’evento fu attestata, in forma scritta e davanti al notaio, da una gran quantità di persone, a cominciare dai medici che avevano avuto in cura la fanciulla e dai sacerdoti che invece l’avevano assistita spiritualmente, oltre che da innumerabili altri testimoni appartenenti alla società civile.

Ma vale, a nostro giudizio, soprattutto l’opinione del Beato Servo di Dio Bartolo Longo, il quale senza remora alcuna afferma:

« Questo non è altro che un insigne miracolo. Noi, nel corso di 15 anni non abbiamo mai proferito questa parola, che mette un sacro terrore solo a pronunziarla. Ma questa volta, dopo aver esaminato i fatti e le circostanze e le persone, non peritiamo di credere che l’avvenimento straordinario seguito in Lacedonia il 28 Luglio del 1888, sia stato un insigne miracolo della Vergine del Rosario di Pompei».

 


[1] Il vocabolo pneumonite è sinonimo di polmonite.

 

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Da sinistra: Giampiero Galasso,  Marcello Arminio, Luca Cerchiai, Paola Aurino e Domenico Biancardi

Il Museo Civico Archeologico di Bisaccia, fiore all’occhiello dell’Alta Irpinia quanto ad organizzazione e a offerta culturale, è giunto, nell’anno in corso, al decimo anniversario della sua esistenza, una ricorrenza importante che il suo direttore, Giampiero Galasso, ha inteso ricordare con un eccezionale convegno, tenutosi presso il Castello, vertente sulla figura e sull’opera nell’alta valle dell’Ofanto dell’archeologo Gianni Bailo Modesti, che esplorò la necropoli detta del “cimitero vecchio”, scoprendovi peraltro quella che è ormai conosciuta con l’espressione di “Tomba della Principessa”, la sepoltura di una giovane donna riccamente abbigliata e circondata da eterogenei elementi di arredo. L’evento è stato organizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno e con la Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino. Molto nutrita la presenza di giovani provenienti da diverse scuole, tra le quali i Licei, Classico e delle Scienze Umane di Lacedonia, l’Itis e l’Istituto comprensivo di Bisaccia. Il sindaco Marcello Arminio e il presidente della provincia Domenico Biancardi si sono incaricati di porgere i saluti istituzionali, non mancando, nel primo caso, di offrire un caldo benvenuto ai presenti: entrambi hanno sottolineato, peraltro, l’importanza della salvaguardia della storia dei luoghi che, per il tramite di istituzioni museali e culturali, promosse attraverso una comunicazione realmente efficace, potrebbero contribuire non poco allo sviluppo dell’intera Irpinia, che risulta essere fanalino di coda quanto ad affluenza turistica nel territorio regionale. Il convegno, introdotto dallo stesso Giampiero Galasso, che ha tenuto a ricordare l’impegno profuso dagli assessori alla cultura che si sono dati il cambio e a ringraziarli, ovvero Pasquale Gallicchio e Valentina Aloisi, è entrato quindi nel vivo. Ha preso la parola il prof. Luca Cerchiai, ordinario di Etruscologia e antichità italiche presso Università degli Studi di Salerno, Ateneo nel quale riveste anche l’importantissimo ruolo di direttore del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale. All'epoca degli scavi del Bailo Modesti egli era un giovane funzionario della Soprintendenza, l’unico – come ha tenuto a precisare – ancora in attività, e pertanto la sua testimonianza si fonda anche su commossi ricordi personali. Va senza dire che il prof. Cerchiai è un’autorità indiscussa nel mondo dell’archeologia, una tra le voci più autorevoli in campo internazionale per quel che concerne i suoi ambiti di interesse. Ha conclusola prof.ssa Paola Aurino, funzionario archeologo presso la Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Napoli, con un intervento veramente interessante, prima che l’assemblea degli intervenuti si spostasse nei locali del Museo, nella fattispecie quello che ospita proprio la “Tomba della Principessa”, ove è stata scoperta una targa in memoria di Bailo Modesti.

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L'uditorio

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Luca Cerchiai

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A dieci anni dalla sua inaugurazione, il Museo Archeologico di Bisaccia, in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno e la Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino ha organizzato l’incontro di studi “Giancarlo Bailo Modesti e la ricerca archeologica nell’alta valle dell’Ofanto” che si svolgerà sabato 4 maggio 2019 alle ore 11.00 nella sala conferenze del Castello Ducale di Bisaccia.

Noto archeologo protagonista di importanti studi e ricerche sull’Irpinia d’Oriente e su Pontecagnano, il prof. Bailo Modesti, milanese di origine e per anni docente di preistoria e protostoria all’Università L’Orientale di Napoli, è scomparso prematuramente nel 2008. Protagonista assoluto della ricerca archeologica in provincia di Avellino, per oltre venti anni ha concentrato il suo interesse soprattutto tra le colline di Cairano e Bisaccia, dove ha portato alla luce insediamenti e necropoli che hanno permesso di ricostruire attraverso la cultura materiale la storia delle origini del popolo irpino.

Dopo i saluti di Marcello Arminio, Sindaco di Bisaccia, Domenico Biancardi, Presidente della Provincia di Avellino, Francesca Casule, Soprintendente ABAP di Salerno e Avellino, e l’introduzione di Giampiero Galasso, direttore del Museo Archeologico di Bisaccia, interverranno Luca Cerchiai, docente di Etruscologia e antichità italiche all’Università degli Studi di Salerno, Gabriella Pescatori, già direttore archeologo per la Soprintendenza Archeologica di Salerno e Avellino, e Paola Aurino, funzionario archeologo presso la Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Napoli.

Atteso da studiosi e appassionati l’intervento di Luca Cerchiai, direttore del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Ateneo salernitano e autore di numerose pubblicazioni scientifiche sugli antichi popoli della Campania preromana, ma anche funzionario archeologo agli inizi della sua carriera nel corso delle indagini di scavo compiute da Bailo Modesti nel nostro territorio.

Al termine dell’incontro seguirà lo scoprimento della targa di intitolazione della sala in cui è stata ricostruita la cd “Tomba della Principessa” alla memoria dell’archeologo che l’ha scoperta nel lontano 1976 e l’ha resa nota al pubblico e alla comunità scientifica internazionale.

Locandina Convegno

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cavallari modificato 1

Brenno Cavallari era un figlio d’Irpinia, la terra che lo ha colpevolmente dimenticato.
Ho ricostruito la sua storia su “il Quotidiano del Sud” del 21 ottobre 2018 e nel mio libro “Irpini. Storie di uomini tra guerre e Resistenza”, pubblicato nell’ambito dell’iniziativa della Delegazione Regionale dell’UNLA, con sede a Lacedonia, denominata “Scrigno della memoria d’Irpinia”, che è parallela alla costituenda BIBLIOTECA DEGLI AUTORI IRPINI progettata dall'UNLA di Lacedonia in collaborazione con il Comune.

Fu un’alba tragica quella del 12 luglio 1944. Sessantasette internati del campo di concentramento di Fossoli, una frazione a sei chilometri da Carpi nel modenese, furono uccisi nel vicino poligono militare di Cibeno. Uomini dai 16 ai 64 anni, originari di tutte le regioni italiane, che avevano combattuto contro i repubblichini di Salò e gli invasori nazisti, furono trucidati e ammassati in una fossa, che poi venne sepolta anche da un criminoso silenzio che allontanò la verità e cancellò la giustizia su questo macabro crimine. La strage viene ricordata ogni anno da familiari, istituzioni e associazioni, ma resta un avvenimento pressoché sconosciuto all’opinione pubblica italiana, sempre pronta a omologarsi all’etica di un colpevole disinteresse nei confronti della Storia del Novecento. Questa amara riflessione vale anche per l’Irpinia, perché a Cibeno a cadere sotto il fuoco nazista fu Brenno Cavallari, nato a Monteverde il 12 agosto 1893.

Ancora ragazzino si trasferisce a Milano con i genitori e a diciassette anni ricopre incarico di segretario provinciale dei fasci giovanili socialisti. Nel 1919 dirige la cooperativa di produzione e consumo “L’Alleanza”, costituitasi nel Comune di Magenta, in provincia di Milano, dove diventa vicesindaco, nell’amministrazione socialista guidata dal sindaco Camillo Formenti, eletta il 10 ottobre 1920 e che resta in carica fino al 12 novembre 1921. Siede nella giunta comunale con Carlo Fontana, primo sindaco di Magenta dopo la Liberazione, il quale, appena insediatosi nel 1946, intitolò la strada della stazione proprio all’antifascista di Monteverde.

Nel 1924 Cavallari è costretto a dimettersi dai suoi incarichi e ritorna a Milano, dove diventa il proprietario di un’agenzia di servizi e stringe rapporti d’amicizia con Riccardo Lombardi, tra i fondatori nel 1942 del Partito d’Azione, di cui fu segretario dal 1946 fino allo scioglimento nel 1947, per poi aderire al Partito Socialista Italiano. Membro della delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale che trattò con Benito Mussolini la sua resa, Lombardi è nominato prefetto di Milano dopo la Liberazione e ministro dei Trasporti nel primo governo di Alcide De Gasperi. Cavallari e Lombardi, insieme, furono protagonisti di numerose azioni di aperto contrasto al regime fascista.

Nel 1942 Cavallari aderisce al Partito d’Azione e contribuisce in maniera decisiva alla pubblicazione del giornale “L’Italia Libera”. Con l’inizio della Resistenza armata entra a far parte del Corpo Volontari della Libertà, assumendo il grado di tenente colonnello, e agisce nelle zone della Valle Codera, della Valle Brembana e del Canton Ticino. E’ tra i più stretti collaboratori di Leopoldo Gasparotto, il comandante in Lombardia delle Brigate Giustizia e Libertà, la rete armata del Partito d’Azione, poi fucilato dai nazisti il 22 giugno 1944.

Catturato il 16 marzo 1944, Cavallari viene tradotto nel carcere milanese di San Vittore e poi trasferito a Fossoli. All’alba del 12 luglio 1944, su ordine del comando della Gestapo di Verona, nel poligono di Cibeno i nazisti uccidono con un colpo d’arma da fuoco alla nuca sessantasette prigionieri del campo di Fossoli, tra cui l’irpino Cavallari. I corpi, ricoperti di calce viva e gettati in una fossa comune, sono riesumati e riconosciuti il 17 e 18 maggio del 1945. Le esequie solenni di tutte le vittime vengono celebrate il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano dall’arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster. Il partigiano nato a Monteverde riposa da quel giorno nel Cimitero Maggiore Musocco di Milano, nel “Campo della Gloria”, che racchiude seicento tombe di uomini e di donne che hanno lottato contro il nazifascismo.

Cavallari ha attraversato gli anni più bui del Novecento, pagando con la vita il riscatto politico e morale dell’Italia. Interpretò la propria esistenza difendendo gli ideali e i principi nei quali aveva sempre creduto.

Ricordarlo è per me un onore.

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