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Da molti decenni nessuno aveva più avuto la possibilità di vedere la statua di Gesù Bambino alla quale san Gerardo Maiella chiese, con un largo sorriso e sconfinata fede, di recuperare la chiave dell’appartamento vescovile che gli era caduta nel pozzo. Si pensava che fosse andata perduta, perché le generazioni attuali non ne conservano memoria visiva, e taluno avanzava l’ipotesi che magari avesse trovato la sua fine tra le macerie del violentissimo sisma del 1930. Fortunatamente, però, era stata messa in salvo e tenuta in custodia nell’episcopio di Ariano Irpino con il proposito di riportarla “a casa”, ovvero a Lacedonia, non appena si fosse presentata l’occasione propizia.

Domenica scorsa la notizia del rientro è stata ufficializzata dal parroco, don Giuseppe Kizhakel, a margine della Celebrazione Eucaristica. Merito della estrema sensibilità del vescovo, S. E. Sergio Melillo, il quale non perde occasione alcuna per manifestare vicinanza e grandissimo affetto per la comunità di Lacedonia, e merito di don Giuseppe, che persegue gli obiettivi che si prefigge con grande tenacia, essendo diventato promotore instancabile di un recupero complessivo del patrimonio culturale ecclesiastico, a cominciare dai luoghi di culto. Va qui ricordata la lungimiranza del responsabile dei beni culturali diocesani, don Luigi De Paola.

La preziosissima reliquia troverà collocazione in una nicchia appositamente ricavata nel muro dell’antico passaggio tra la cattedrale e il pozzo, riaperto di recente grazie alla generosità del dott. Antonio Pio, a devozione di san Gerardo e in suffragio dei suoi compianti genitori. In altra nicchia, di fronte, troverà sede un altro prodigioso vestigio del Santo, ovvero un suo frammento osseo.

Si va ricomponendo il mosaico dell’epifania esistenziale di san Gerardo Maiella a Lacedonia, con tutti i pezzi al loro posto, così come ricostruito in due libri redatti da Anna Maria Pagliuca: Il Pozzo di Gerardiello e Il ritorno di Gerardiello.

Non mancheremo di comunicare la data dell’evento non appena sarà ufficializzata.

 

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Intorno alla fine del Seicento una serie di terremoti funestò Lacedonia con gravi conseguenze per molte strutture pubbliche e private. Tra le altre, due chiese furono particolarmente colpite, ovvero quella di Sant’Antonio (ove fu pronunciato il giuramento dei Baroni contro Ferrante d’Aragona l’11 settembre del 1486) e la cappella del Santissimo Sacramento. Il vescovo coevo, Mons. La Morea, statuì, a quel punto, di abbatterne i ruderi per costruire un nuovo tempio, molto più grande dei precedenti, che sarebbe diventato anche cattedrale in luogo di quella antica, che da secoli era Santa Maria della Cancellata. La nuova costruzione, a tre navate, fu dedicata a Santa Maria Assunta ed ancora oggi è “Chiesa Madre”. Nei suoi immediati pressi sorgeva (e naturalmente c’è ancora, se pure inglobato nell’episcopio) un pozzo che serviva la popolazione, quello al quale attingeva acqua anche il giovanissimo Gerardo Maiella quando era al servizio, dal 1740 al 1744, del vescovo Mons. Claudio Albini. L’episcopio presentava dimensioni differenti rispetto a quelle attuali e il pozzo era a disposizione anche della popolazione, che poteva contare su una falda acquifera molto ricca. Esisteva un ulteriore accesso alla chiesa che dava proprio sul pozzo ed era quello dal quale san Gerardo entrò al fine di prelevare la statua di Gesù Bambino dalle braccia di quella di Sant’Antonio per calarlo nel pozzo affinché gli recuperasse la chiave che gli era caduta, cosa che, come è noto, puntualmente avvenne. Da circa trecento anni, dunque, per i milioni di devoti di san Gerardo sparsi nel mondo e per la Chiesa cattolica quello di Lacedonia è il “Pozzo del Miracolo”, luogo denso di suggestioni e, a mio parere, foriero di grandissime potenzialità in ordine al culto, prima ancora che alla cultura, pur essa importante. Alcuni decenni or sono la porta de qua fu chiusa, ragion per la quale di tale vestigio storico, molto importante, si stava perdendo memoria. In questi giorni, però, un vecchio sogno si è realizzato: grazie all’azione inesauribile di don Giuseppe Kizhakel, con l’appoggio del responsabile dei beni culturali diocesani, don Luigi De Paola, e naturalmente con il preventivo beneplacito di S. E. il vescovo della diocesi di Ariano – Lacedonia, Mons. Sergio Melillo, tale accesso è stato riaperto e sono state collocate due porte con vetri blindati che consentono di vedere il “Pozzo del Miracolo” dalla cattedrale e viceversa. Va detto, per rendere onore al merito, che l'opera è stata realizzata con il contributo del dott. Antonio Pio.

 

E questo è soltanto l’inizio, perché tra non molto ci saranno novità veramente eccezionali concernenti il Museo diocesano e proprio in relazione alla figura di un grandissimo santo quale è il nostro amatissimo e mai abbastanza venerato Gerardiello.

 

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La comunicazione politica di sei leader nel periodo che va dalla dichiarazione dello stato d’emergenza (31 gennaio 2020) alla fine del lockdown (4 maggio 2020).  

 

È il tema su cui si sviluppa «Virus, comunicazione e politica», il libro di Domenico Bonaventura appena uscito per Aracne Editrice (2021, 176 pp, € 13) e disponibile sul sito della Casa e sulle maggiori piattaforme di vendita di libri online (Amazon,Libreria Universitaria, Libro Co, Ippogrifo, Goodbook). 

 

L’autore, giornalista e consulente per la comunicazione politico-elettorale, analizza questi 93 giorni scegliendo di mettere sotto i riflettori sei leader politici: Conte, Renzi, Salvini, De Luca, Berlusconi, Meloni. Ne viviseziona le strategie e le tecniche di comunicazione, l’utilizzo più o meno accelerato dei social, le uscite sulla stampa, le ospitate in tv, la narrazione scelta per arrivare ai cittadini. E i risultati che ottengono in termini di consenso personale e di consenso al partito. 

 

Quello considerato è un periodo che stravolge la vita del mondo, ed è chiaro che anche il modo di comunicare la politica ne esca completamente cambiato. Il popolo si stringe intorno alle istituzioni e a volte è l’istituzione che si fa politica, come nel caso del presidente del Consiglio, incalzato (già allora) da un Renzi che le prova tutte per cercare di distinguersi dalla sua stessa maggioranza. Se un leader come Salvini risente grandemente del cambio di agenda e della necessità di modificare l’approccio col suo popol, conquista invece la ribalta nazionale Vincenzo De Luca, che fa della durezza di azione e di linguaggio la propria cifra comunicativa. Accanto a loro, Silvio Berlusconi sceglie ostentatamente la strada della responsabilità e della collaborazione istituzionale, mentre Giorgia Meloni mette sul tavolo una strategia che sembra pagare. 

 

Avvalendosi dei contributi di Francesco Di Costanzo (presidente di PA Social), Livio Gigliuto (vicepresidente di Istituto Piepoli) e Michele Zizza (Phd in Strategic Communication – Coris La Sapienza), di un’intervista ad Alessio Postiglione (portavoce del sottosegretario al Mibact) e dei dati di Data Media Hub, l’autore scatta un’istantanea dei mutamenti che il mondo della comunicazione politica conosce in 93 giorni di passione.  

 

Un’analisi approfondita delle tecniche con cui la politica comunica sé stessa nel periodo del lockdown, con un accento sui social: determinanti più che mai nel consentire un rapporto tra leader e seguaci (il caso Conte è emblematico), portano però anche a un divaricamento ulteriore del fenomeno della disintermediazione.  

 

Un fermo immagine di un momento storico, insomma, che segnerà l’avvenire. Della politica e della comunicazione che la racconta. 

 

BIOGRAFIA 

 

Domenico Bonaventura (Avellino, 1984), giornalista e comunicatore. Vive e lavora tra Lacedonia, in Alta Irpinia, dov’è cresciuto, e Roma. Italiano e meridionale fiero e critico, con una passione rovente per il calcio, la politica e le parole. Ha collaborato per nove anni con «Il Mattino» di Napoli. Scrive per diverse testate (Restoalsud.it, Eurocomunicazione.com). Cura un blog su «Il Riformista» ed è fondatore di Velocitamedia.it. Ha lavorato come consulente per la comunicazione per istituzioni, manifestazioni culturali, enti museali e campagne elettorali. Nel 2013 ha pubblicato “Parole e crisi politica” (Ilmioloibro.it). 

 

 

 

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Voglio esternare il mio profondo dolore, interpretando quello di molti conterranei, per la perdita di Temistocle Saponiero, figlio illustre di Lacedonia, estremamente legato al suo paese natale, al punto di averne fatto oggetto di innumerevoli libri. Scrittore molto prolifico, con la sua ultima opera aveva fatto conoscere la nostra comune patria al nord, soprattutto a Genova, città nella quale risiedeva da decenni. Curriculum vitae di un genovese del Sud, il suo ultimo libro nel quale, tra le molte altre cose, raccontava infatti la vita che si conduceva intorno alla metà del secolo scorso da noi, si era piazzato ai primissimi posti nella classifica delle vendite librarie del capoluogo ligure.

 

Al di là di questo, io voglio ricordarlo per la sua signorilità, per la sua estrema generosità, per la gentilezza, non priva di sano humor, che ne caratterizzava l’indole.

 

Posso personalmente testimoniare che i proventi delle sue opere sono spesso andati in beneficenza: io stesso ho spedito, da parte sua, una somma alle Comunità Papa Giovanni XXIII.

 

Lo dico oggi per onorarne la memoria ed evidenziarne lo spirito profondamente solidale con i più fragili, stante il fatto che egli non usava far vanto delle opere buone che realizzava.

 

Amava spassionatamente Lacedonia, Temistocle, e con essa i suoi abitanti.

 

È stato rubato alla vita da complicanze di un ictus che lo aveva colpito un paio di settimane or sono. Sembrava star meglio soltanto ieri sera, ma evidentemente stava solo riprendendo le forze per prepararsi all’ultimo viaggio.

 

Che il Signore ti accolga tra le sue immense braccia misericordiose, caro Temistocle.

 

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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