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Nel 1978 la Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento iniziò delle ricerche sistematiche, con vere e proprie campagne di scavo, nei comuni irpini allo scopo di redigere una Carta Archeologica. I lavori ebbero avvio dal comune di Conza per la contemporanea costruzione di una Diga sul fiume Ofanto: prima che alcune aree a valle fossero sommerse dall’invaso, fu necessario procedere con la ricognizione archeologica. Inoltre, l’Amministrazione comunale aveva già comunicato alla Sovrintendenza la scoperta, durante interventi di riassetto viario, di reperti attinenti a contesti funerari della Fossakultur di Oliveto-Cairano e, pertanto, fu elaborata, nella seconda metà degli anni ’70, una documentazione composta dalle seguenti sezioni:

  • Conza, l’area urbana;
  • Conza, il territorio comunale;
  • Conza, la necropoli di Fonnone.

Le schede che costituivano tale documentazione, con i relativi materiali, sono andate disperse in seguito al sisma del 1980. L’importanza archeologica di Conza era già stata ipotizzata negli anni ’20 dal prof. Italo Sgobbo in base a quanto rinvenuto in alcune cantine civiche, poste nel sottosuolo del paese. In seguito all’intensa campagna di scavo effettuata, a partire dal 1981, dal prof. Werner Johannowsky, è stata confermata l’esistenza di presenze archeologiche di rilevante valore da sottoporre a tutela. Nel frattempo l’Amministrazione Comunale, considerato che l’antico centro abitato fu raso interamente al suolo dal terremoto, che furono effettuate perizie geotecniche che stabilirono l’inopportunità della ricostruzione in loco e che c’erano le condizioni per l’istituzione di un Parco Archeologico, decise di delocalizzare in un’area più a valle il nuovo insediamento. Nel 1988, pertanto, tutto il centro storico è stato sottoposto a vincolo archeologico e nel 2003 è stato, finalmente, inaugurato il Parco Storico e Archeologico di Compsa.

L’importanza del sito archeologico dell’antica Compsa deriva dalla stessa definizione di Parco Archeologico, ovvero «una struttura atta a valorizzare un’area limitata con presenze archeologiche di rilevante valore creata ed organizzata sia per la conservazione dei beni contenuti sia per la tutela del sito e del territorio con le sue principali caratteristiche storico-architettoniche-ambientali». Al di là di presenze antropiche risalenti al Neolitico, le prime testimonianze di gruppi umani organizzati si riferiscono all’età del ferro: nove tombe ad inumazione a fossa in località San Cataldo (ai piedi della collina), attinenti alla cultura protostorica di Oliveto-Cairano. In età preromana, per la sua posizione strategica, fu insediamento dei Sanniti: prima con la tribù osca e poi con la tribù degli Irpini. Di questo periodo esistono poche testimonianze archeologiche, se non delle suppellettili e dei monili ritrovati nelle area extra-urbana ed ora conservati nel museo del parco, e dei resti di pavimentazione, in ciottolo, del foro in stile opus spicatum. La prima esplicita citazione di Compsa nelle fonti antiche è nell’Ab Urbe condita di Tito Livio in merito ad un episodio avvenuto durante la seconda Guerra Punica. E difatti in epoca romana la posizione naturale e l’apparato difensivo ne hanno definito il ruolo strategico, anche politicamente: fu municipium in epoca romana, ottenendo così autonomia amministrativa. L’aspetto del centro in questa fase è quello tipico di una città romana, contraddistinto da impianto ortogonale con relativi cardi e decumani, da un foro lastricato in lithòstroton, delimitato da edifici pubblici e popolato di statue onorarie, da un anfiteatro (posto curiosamente nella parte alta della città e non all’esterno) e dalle terme. In prossimità di quest’ultime è stata rinvenuto anche un sarcofago lapideo, riutilizzato come vasca di una fontana monumentale, con iscrizione latina decifrabile solo in parte, risalente al IV sec. d.C. Inoltre, è stato appurato che le prime strutture pertinenti al foro non sono anteriori al bellum sociale L’importanza di Conza continuò anche dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente: fu per un breve periodo fortezza gotica e poi bizantina, fino alla conquista da parte dei Longobardi nel 568. Sotto questa dominazione ottenne lo status di civitas per la coesistenza del potere civile e religioso, iniziata da quando divenne sede arcivescovile e gastaldato. L’aspetto dell’abitato cambia, quindi, nuovamente: sugli edifici del foro viene costruita la chiesa cristiana; il foro cade in rovina e la sua funzione viene presa dalla fortezza (costruita nella parte alta della collina), che diventa il nuovo centro politico decisionale. Con i Normanni acquisì le dignità (mantenute fino con gli Angioini) di comestabulia e Arcivescovado. Nei secoli, a seguito dei continui terremoti, l’importanza geo-politica di Conza della Campania è andata sempre più scemando, tant’è che gli stessi arcivescovi, pur assegnandole il ruolo di metropoli della vasta circoscrizione ecclesiastica, preferiscono prima dimorare a Santomenna e, poi, nell’Episcopio di Sant’Andrea di Conza.

Ad ogni modo la presenza del castello, insieme alla maggiore difendibilità del sito, è il motivo principale per cui, nonostante i vari terremoti (ricordiamo quello del 990 perché comportò, in seguito, l’intervento del Papa Callisto II), il paese viene ricostruito sulle stesse aree, riutilizzando parte del materiale da costruzione degli edifici crollati. Anche dopo l’ultimo terremoto è ancora riconoscibile la ricca stratificazione storico-architettonica: questa è la peculiarità principale del Parco Archeologico di Conza che lo rende una vera e propria perla nel panorama delle testimonianze storiche.

L’impianto urbanistico riscontrabile in seguito a queste dominazioni è quello tipico del borgo medievale, arroccato intorno alla Cattedrale e al Castello, dalla quale si dipartono le mura che proteggono il borgo e ai cui piedi si stende lo stesso centro abitato. Le insulae, di forma rettangolare, sono divise da una trama di assi viari, quasi ortogonali alle linee di massima pendenza e paralleli tra loro, e da stretti percorsi, spesso gradonati. Largo Croce è il punto in cui convergono le vari direttrici e sulla adiacente collina di Ronza si estende, invece, la Necropoli. Anche dai vari materiali utilizzati per le costruzioni è possibile fare una ricostruzione temporale delle varie stratificazioni: di questo periodo è frequente l’utilizzo di pietra, mattoni, legni, sassi e ciottoli di fiume tenuti insieme da una particolare malta molto resistente all’umidità.

Questo impianto urbano, anche se successivamente interessato da varie ricostruzioni, con contaminazioni stilistiche, in seguito ai terremoti disastrosi succedutisi nel corso dei secoli (1361, 1688, 1694, 1852, 1910, 1980), corrisponde comunque all’attuale centro storico di Conza della Campania.

Dopo i Normanni Conza passò sotto la dominazione Sveva, a cui seguirono in ordine: gli Angioini, gli Aragonesi, gli Spagnoli e i Borboni. Pertanto la Contea di Conza fu retta prima dai De Balzo, poi dai Gesualdo e infine dai Mirelli-Carafa, fino alla fine del XVII secolo. Particolare prosperità fu raggiunta con i Gesualdo che nella Cattedrale possedevano una cappella insignita del loro ius-patronato. Inoltre Conza è strettamente legata al Principe Carlo Gesualdo, eclettica figura della cultura rinascimentale meridionale, dalle sepolture familiari: a questo proposito, si sottolinea che è stato rinvenuto nella navata centrale della Cattedrale il sistema sepolcrale delle “Terresante”.

Il 1860 ha piegato Conza sotto la forza degli eventi nazionali e le portò la piaga del brigantaggio. Negli anni 1950 e 1960 il paese conobbe la grande emigrazione, che ridusse didue terzi la popolazione locale. Con il sisma del 1980 l’85% del patrimonio edilizio venne distrutto e un altro 5% gravemente danneggiato: alcune strutture furono ulteriormente distrutte per permettere il passaggio dei mezzi meccanici nel dopo terremoto.

Il tessuto edilizio ed urbano di Conza, quasi interamente distrutto, si presenta estremamente fragile. In quasi tutti gli edifici del centro storico sono visibili i segni delle ripetute operazioni di modifica, ricostruzione, accorpamenti e frazionamenti. Attualmente di questo tessuto urbano, con la sua singolare stratificazione storica, restano solo significative tracce nei pochi edifici non crollati, nei resti delle strutture murarie e nei tracciati stradali.

È, oltre modo significativa, a detta della stessa Soprintendenza, l’immagine che il Parco restituisce: «una città antica che sembra essere conservatacome un calco al di sotto del tessuto urbano formatosi lentamente nelle epoche seguent»

Oggi all'ingresso del Parco Storico ed Archeologico di Compsa è visibile una croce monumentale del 1741, innalzata su di un piedistallo che riproduce su una delle facciate lo stemma di Conza: un'aquila turrita poggiante su tre colli. Nella parte centrale si ergono le imponenti rovine della Chiesa settecentesca, ricostruita su preesistenze romaniche e medievali; la sua cripta ha restituito una splendida urna marmorea di età imperiale; non meno pregevole è un bassorilievo, inglobato nella base del campanile, che riproduce la porta urbica,uno dei pochi modelli esistenti in tutto il mondo romano

Di fronte alla Cattedrale è stato ritrovato un lithòstroton, pavimento di lastre calcaree, delimitato dai resti di edifici pubblici e monumenti che si affacciavano sul Foro. A poco distanza un saggio di scavi ha messo in luce una sezione in opus reticulatum pertinente ad un anfiteatro, che poteva ospitare fino a 10.000 spettatori.

È stata rinvenuta altresì una struttura in laterizio identificata come parte di impianto termale costruito su due livelli, in prossimità del quale è ubicato un sarcofago lapideo, riutilizzato come vasca di una fontana monumentale, con iscrizione latina decifrabile solo in parte, e risalente al IV secolo d.C.

All’interno del Parco, venuto alla luce dopo il terremoto del 1980, è visitabile anche il centro sismologico, previa autorizzazione, e il Museo, nel quale sono custoditi vari monili dei corredi funerari, monete, suppellettili antiche e, soprattutto, una meridiana emisferica, proveniente dai resti di una villa rustica risalente all’Età Repubblicana. Inoltre dove sorgeva il Castello – sulla sommità del vecchio paese – ora è ubicata la zona nota come “Belvedere”, da cui si ammira un panorama suggestivo del Lago e di tutta la vallata. Il Parco, inoltre, cerca di preservare anche la memoria storica di ciò che è stato: alcune case sventrate dal sisma sono lì visibili con tutto il vissuto che rappresentano. Le maioliche dei bagni e gli arredi domestici sono stati lasciati a testimonianza della vita di quel centro abitato che si è fermata alle 19.34 del 23 novembre 1980. Al piano terra del Museo c’è una collezione di foto del paese pre e post terremoto e ai turisti viene mostrato un video in cui si commemora la vita della vecchia Conza. Al piano superiore è, invece, esposto un plastico del vecchio paese.

Per ulteriori informazioni è consultabile il sito www.prolococompsa.it.

Il Parco Storico ed Archeologico di Compsa è sempre visitabile su prenotazione. Inoltre, nei giorni a prevedibile flusso turistico e nei weekend di luglio ed agosto, il Parco è aperto al pubblico secondo i seguenti orari: 10.00-13.00 e 16.00-19.00 (nel periodo primaverile, l’orario pomeridiano per i giorni a prevedibile flusso turistico è 15.00-18.00). La prenotazione va effettuata ai seguenti recapiti: 0827.39399, 349.3583469, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Il costo del biglietto è di 3 €, ma per comitive di minimo 10 persone il costo è di 2 € cadauno. I bambini al di sotto dei sei anni non pagano, ma ciò non vale in caso di gite scolastiche.

In caso di persone affette da disabilità fisica, è possibile usufruire, previo preavviso, di un apposito pullmino che raggiunge gran parte dei luoghi del Parco.

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Laddove tu giunga ad Andretta dal Santuario della Mattinella ti ritroverai ad ascendere verso uno splendido borgo che ha conservato, nonostante gli innumerevoli terremoti che lo hanno colpito nei secoli, tutto il fascino della sua struttura medievale. Sono ospite di Carmine Ziccardi, che mi guida insieme a Pietro Guglielmo. Laddove molti reputano che le antiche pietre siano silenti, io ne percepisco immediatamente la estrema loquacità, profonda eco della esistenza che fu, ma anche premonizione di vita in fieri, possibile in futuro soltanto se la bellezza dei luoghi dovesse mai essere valorizzata. L'altura sulla quale s'adagia il paese, dominato dalla cima del Monte Airola, degrada verso la Valle dell'Ofanto: dai suoi novecento metri d'altitudine è possibile osservare in lontananza tutta l'Irpinia. Comprendo immediatamente per quale motivo gli esseri umani abbiano scelto di insediarsi in loco fin dalla metastoria. Riconosco nella topografia dei luoghi i tratti tipici delle civiltà rupestri: la vedo nella infinità di "urtuni", grotte scavate dall'uomo, che costellano gli scoscendimenti quasi a raggiera. Molti di essi sono ormai irraggiungibili, perché si trovano a decine di metri dal suolo, e nella mia mente s'affaccia l'ipotesi che alcuni di essi possano essere stati luoghi di culto in antico o magari luoghi sacri di sepoltura. Credo che il termine vernacolare trovi la sua etimologia nel vocabolo osco "Hurz", con il quale le genti sannitiche usavano denominare i luoghi consacrati, gli Orti sacri. L'analisi andrebbe però approfondita e più di questo per il momento non dico. Un fatto è però certo: molte cavità naturali o scavate dall'uomo erano adibite ad unità abitative e lo sono state sin verso l'anno mille (d. C.), epoca nella quale si cominciò a murare le grotte e a costruirvi case agli ingressi, in maniera tale che gli "urtuni" diventassero parte integrante delle abitazioni.

Ascendo al Monte Airola e il panorama che mi si spalanca allo sguardo, libero a trecentossessanta gradi, è a dir poco magnifico. Era quella l'altura scelta dal noto esorcista don Leone Iorio, per edificarvi un percorso sacro, con una splendida Via Crucis e molti luoghi consacrati al culto della Vergine Maria. Mi raccontano di un rito esorcistico nel cui corso una posseduta ebbe a dire «Vi seppellirò tutti!», mentre, contemporaneamente, franava una parte del monte senza però coinvolgere la grande statua della Madonna ivi allocata. Un brivido mi percorre la schiena. Sono di mente molto aperta e mi balena alla mente il celebre motto di William Shakespeare: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» o anche, aggiungerei, di quante ne possa immaginare all'atto la scienza umana.

Una sola nota dolente: in barba al più elementare buon senso la Regione ha concesso ad una azienda eolica di elevare alcune pale proprio sul Monte Airola, ragion per la quale le foto che ho scattato probabilmente saranno le ultime libere dagli ecomostri. Nulla hanno potuto farci amministrazioni e comitati. Anche un'ordinanza del sindaco che vietava l'accesso degli autoarticolati al luogo è stata bocciata da TAR. A quanto pare non c'è limite alla tracotanza dei nuovi paperoni delle energie rinnovabili e ciò è davvero scandaloso. Freddi burocrati, che non hanno alcuna conoscenza dei territori, decidono delle sorti dei paesi tenendo in assoluto non cale la volontà delle popolazioni e le loro esigenze. Sia stramaledetta la legge del 2003 con la quale tal Silvio liberalizzò il settore, statuendo che le aziende potessero tranquillamente fregarsene di tutto e di tutti e non prevedendo neppure alcun ristoro per le persone e per gli Enti locali. Speriamo soltanto che ci metta una mano il compianto don Leone: in fin dei conti tutta l'Alta Irpinia è ormai inchiodata alla croce dell'interesse economico di pochi a fronte del disagio dei molti.

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Manifestazione ben riuscita quella che il 22 agosto ha restituito vita al sogno di una rinascita della tratta ferroviaria "Rocchetta/Lacedonia - Avellino", almeno a fini turistici. Presenti VINICIO CAPOSSELA, i rappresentanti di eterogenei Comuni, primi tra i quali quelli direttamente coinvolti, di Associazioni promotrici e non, oltre a moltissimi altri cittadini.

Sia consentito ora a LUPUS IN FABULA di indossare gli abiti inusuali dell'avvocato del diavolo (cosa che peraltro ci piace poco). E dunque, premettendo che è tutto molto bello e suggestivo, dobbiamo pur porci qualche domanda: ci chiediamo se la linea sarà riaperta, almeno a fini turistici, per lunghi periodi dell'anno o se invece l'evento si tiene una tantum. Laddove la beneaugurata ipotesi di una riapertura della stazione abbia a compiersi, diventando, più che cimitero della memoria, luogo di vita culturale permanente, dovremo continuare da Rocchetta e Lacedonia a "circumnavigare il globo" per raggiungerla o sarà ripristinata la rotabile che dal "bivio" tra i due paesi lungo la provinciale conduce allo scalo ferroviario? Detto ciò, ci facciamo latori dell'invito rivolto da Enti comunali e Associazioni promotrici a partecipare il 27 agosto alla nuova manifestazione di questa due giorni indimenticabile.

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Anni di battaglie per la riapertura della tratta ferroviaria Rocchetta/Lacedonia - Avellino, a quel che sembra, hanno dato i loro frutti, perché, finalmente, qualcosa pare essere emerso dalle paludi della burocrazia italiana, che notoriamente si nutre di numeri trascurando gli aspetti culturali, umani e spesso anche economici delle situazioni. Merito, questo, che va attribuito ad una straordinaria sinergia tra associazioni, prima tra le quali InLocoMotivi, di Pietro Mitrione, nata proprio con tale scopo sociale, che ha saputo coagulare ed attrarre intorno a sé il consenso sociale ed anche politico indispensabile per riaprire una questione che sembrava già abbondantemente chiusa. Anche il film L'Ultima Fermata, di Giambattista Assanti, certamente è servito a rinfocolare un'attenzione sopita. E dunque ecco che la tratta de quo finalmente sembra essersi trasformata in attrattore turistico: una opzione minima che però offre slancio ad un'azione che non troverà certamente la sua fine. Da domani, 22 agosto, la Rocchetta - Lacedonia riprenderà vita, come da indicazioni riportate nella esaustiva locandina, nella quale sono riportati tutti gli Enti, pubblici ed associativi, che hanno prodotto tali risultati.

Fino agli anni cinquanta del secolo scorso non esisteva altro modo per compiere lunghi viaggi se non quello ferroviario. Nella nostra Irpinia la strada ferrata più importante, ma meglio è dire la sola, quella che ha visto centinaia di migliaia di nostri conterranei abbandonare le proprie terre per cercare fortuna in un ignoto altrove, era proprio la Avellino – Rocchetta Sant’Antonio/Lacedonia, d'un tratto inopinatamente chiusa al traffico in nome di un incomprensibile anelito al “risparmio”. Nei fatti fin da subito si affermò che tale linea avrebbe potuto costituire un importante attrattore turistico, ma farlo comprendere ai burocrati di certa politica è stato come pretendere che un neonato comprenda le teorie di fisica quantistica. Quante lacrime sono state versate in quelle stazioni e quante storie hanno avuto inizio o fine: sarebbe impossibile raccontarle tutte. Tuttavia una è veramente simpatica.

Anni cinquanta. Un vecchio contadino sta per salire in vettura quando dai diffusori della stazione si annuncia «I signori viaggiatori sono pregati di prendere il treno che è in partenza».

Udito ciò il vecchio scende. Passa un altro treno, ed un altro ancora, e la storia si ripete, finché il capostazione non chiede al vecchio:

«Nonno, ma voi dovete prendere il treno?»

«Sì, devo andare ad Avellino».

«E perché non avete preso i treni che sono passati?»

«Perché la voce ha detto che i signori devono salire sul treno, ma io non sono un signore, io sono un contadino. Quando passa il treno dei cafoni?»

La persona dalla quale ho appreso tale aneddoto mi ha giurato che è vero e non ho alcun motivo per non crederci. Fatto è che con la chiusura della linea ferroviaria gli inutili idioti responsabili di tale atto hanno annichilito non solo una grande storia, ma centomila microstorie di gente comune. 

LUPUS IN FABULA porge i complimenti alle Associazioni e agli Enti coinvolti ed esprime la propria soddisfazione.

14045797 970291589756693 6636546741186911040 n modificato 1

 

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

Accreditato presso il MIUR ex art. 66 del vigente C.C.N.L. ed ex artt. 2 e 3 della Direttiva Ministeriale 90/2003,

aggiornata con la Direttiva Ministeriale 170/2016

DELEGAZIONE REGIONALE DELLA CAMPANIA LACEDONIA (AV)


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