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La foto, di Antonello Pignatiello, mi ritrae in forme evanescenti nel corso di un mio seminario sulla magia popolare e la tanatologia.

Colui il quale, fino agli anni cinquanta dello scorso secolo, si fosse avventurato nelle strade di molti paesi dell'Alta Irpinia, certamente avrebbe visto la fioca luce promanante dalle fiammelle di candele accese su taluni davanzali di finestra. Aguzzando gli occhi avrebbe scorto le sagome scure di persone intente a fissare il liquido contenuto in una bacinella bianca: era credenza comune che sarebbero apparse alle pupille, riflesse nell'acqua immota,  lunghissime file silenziose di defunti in processione. Non si creda che la "Processione dei morti" fosse una sorta di halloween della società contadina, perché nei fatti era reputata  evento reale ed estremamente serio, al punto che c'era chi era pronto a giurare sulla sua stessa vita di aver effettivamente veduto i trapassati, riconoscendone addirittura alcuni. I nostri antenati pensavano, in buona sostanza, che l'ultimo viaggio non fosse di sola andata, eccezion fatta per i dannati all'inferno, ma che le anime del Purgatorio godessero di una sorta di periodo di libertà dalle pene che si protraeva dalla notte tra il 1 e il 2 di novembre fino all'epifania. Da qui il proverbio (che io riporto direttamente nella sua originale versione vernacolare dell'Irpinia orientale): «Tutt' r' fest' scess'r e v'ness'r, la b'fanìj nun venès mai!» Infatti si credeva che la notte del 6 dicembre, che lo volessero oppure no, le anime erano costrette a rientrare nell'ignoto aldilà donde erano venute.

Al di là di facili ironie, tali credenze costituivano l'approdo "culturale" della plurisecolare ibridazione tra eterogenee religioni, che ne costituivano il sostrato, anche se nell'inconsapevolezza dei nostri nonni, i quali erano comunque di fede cattolica.

Attualmente sto perseverando negli studi antropologici relativi alla magia popolare, alla tanatologia e alle figure del mito dell'osso appenninico d'Irpinia, soprattutto per quel che concerne quella "terra di transito" che insiste tra Campania, Puglia e Basilicata: oltre che salvare un patrimonio culturale immateriale ormai in via di dissoluzione, è soprattutto mia intenzione compredere quali siano state le cause che hanno condotto alla creazione dei "miti" e alla diffusione di tali tradizioni.

In ultima analisi, però, dirò che non costituisce una buona idea tentare di emulare la ritualità dei nostri avi, perché, con William Shakespeare, sono convinto che: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». E - vorrei aggiungere - la maggior parte di tali cose appartengono al mondo dell'invisibile e dell'inspiegabile!

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La foto, di Antonello Pignatiello, mi ritrae in forme evanescenti nel corso di un mio seminario sulla magia popolare e la tanatologia.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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