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Stamattina, per quanto il cielo fosse coperto da nuvole gravide di pioggia, la statua della Madonna Delle Grazie è stata prelevata dalla sua chiesetta in campagna, a circa sette chilometri dall'abitato di Lacedonia, e condotta in processione in paese, ove permarrà per un mese nella Cattedrale. Ad accompagnarla lungo il percorso, in verità estremamente faticoso, perché presenta salite con una pendenza estrema, moltissime persone, soprattutto (e questo è un dato consolante) giovani, mentre il viceparroco, don Roberto, recitava il santo Rosario.

Le origini di tale tradizionale culto, ormai plurisecolare, affondano le radici nella leggenda, più che nella storia. Si narra che un gruppo di pastori transumanti di Montella abbiano trovato in località Forna, in un passato non meglio precisato ma molto lontano, una statua lignea della Madonna e che l'abbiano condotta nel loro paese. Miracolosamente, però, il simulacro sarebbe ritornato nel luogo del ritrovamento. Naturalmente tale narrazione è il frutto della fervida fantasia popolare. Nei fatti, di contro, le cronache riportano già intorno al 1500 la presenza, in loco, di un eremo benedettino, del quale però si sono perse le tracce. Facile, dunque, che il culto della Madonna sia stato introdotto dai monaci onde annichilire, una volta per tutte, le usanze pagane relative alla fertilità della terra, retaggio delle antiche credenze di epoca romana.

Comunque stiano le cose, è da dire che questa relativa alla Madonna Delle Grazie è sempre stata, e resta ancora oggi, una delle tradizioni più care ai lacedoniesi ovunque residenti.

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Ci è stato rivolto un quesito da parte di un nostro lettore, emigrato all'estero da qualche decennio, che ricorda questa Croce come l'ultima cosa vista andandosene da Lacedonia. Vorrebbe sapere che cosa significano le figure, alcune inquietanti, fissate ai due assi. Lo accontentiamo volentieri, nella consapevolezza che, forse, la questione incuriosisce diverse persone. Questa altro non è se non una cosiddetta CROCE PENITENZIALE, ovverossia una Croce che presenta i simboli della Passione di N. S. Gesù Cristo e che racconta quei terribili eventi per immagini simboliche. Ce ne sono moltissime sparse per l'Italia, ma, se pure presentano analogie, non sono uguali ed anzi ognuna è differente dalle altre, sia quanto a collocazione delle immagini e sia per quel che concerne l'iserimento o non di determinati simboli. Esiste però una simbologia comune. Ad esempio, alla base della Croce di Lacedonia troviamo un teschio, che evidentemente vuole rappresentare la morte: lo si trova spesso. Sopra ci sono i dadi, perché, come raccontano i Vangeli, i soldati romani si giocarono proprio ai dadi le sue vesti. Ancora al di sopra vediamo un sacchetto: è quello che conteneva i trenta denari presi da Giuda Iscariota in cambio del tradimento. Quindi c'è l'albero, che rappresenta il legno della Croce. Ancora, troviamo alla destra una scala, con la quale si pensava che Gesù fosse stato issato ed anche deposto dalla Croce, mentre alla sinistra ci sono la lancia che gli trafisse il costato e l'asta con la stoffa imbevuta d'aceto che gli fu offerta da bere, perché, evidentemente, non svenisse o non morisse anzitempo, così da soffrire il più a lungo possibile. Troviamo ancora un cuore trafitto da una spada, che appartiene all'inonografia tipica della Madonna Addolorata, ma anche al Sacro Cuore di Gesù continuamente attraversato dalle punte acuminate dei nostri peccati. Quindi troviamo un orologio che pende dall'immagine del sole. Ebbene, questo è senza dubbio un elemento anomalo, considerato il fatto che nel I secolo orologi di tal fatta non ne esistevano. Quindi tali elementi sono metafora dell'inesorabile scorrere del tempo che rende caduca ogni cosa umana. Accanto al sole c'è la luna, quella stessa che ha assistito agli aventi avvenuti nell'Orto del Getsemani. Ancora sulla destra troviamo i chiodi, un calice, cioè il c.d. Santo Graal dell'Ultima Cena, una tromba, forse quella del giudizio, una mano  e una corda, che probabilmente la legava. A sinistra, invece, troviamo una lanterna, quella portata dai farisei che lo arrestarono, una tenaglia e un martello, attrezzi serviti ad inchiodarlo alla Croce. Quindi, all'estrema sinistra, cè una frusta, emblema della Flagellazione. Troviamo ancora una bandiera ed un vessillo, con una bacinella, quella che conteneva l'aceto. Al di sopra la corona di spine, la legenda INRI e sulla sommità un gallo, che somboleggia il tradimento di San Pietro che lo disconobbe prima che il pennuto avesse cantato tre volte.

E con questo speriamo di avere accontentato il nostro concittadino che vive in America e che porta ancora negli occhi l'immagine di questa Croce, l'ultima cosa che vide lasciando Lacedonia. A lui auguriamo Buona Pasqua.

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Probabilmente in paesi quali i nostri, ricchi di acque sorgive, facciamo poco caso al tesoro fluido che ci scorre intorno e all'interno, pur essendo l'acqua indispensabile alla esistenza umana. Taluni di coloro che si troveranno a leggere queste righe penseranno magari che io abbia letteralmente scoperto "l'acqua calda" con tale affermazione, ma ove riflettano attentamente comprenderebbero che noi usiamo dare per scontato e per sicuro un bene che non lo è affatto. In altri termini sembriamo aver dimenticato che il fluido trasparente, che ci compone al 70% circa, non è per nulla una risorsa rinnovabile, ma che, laddove si confermi l'attuale trend di inquinamento delle acque e di desertificazione dei territori, soprattutto quelli meridionali, anche la nostra beneamata penisola si ritroverà in un futuro (si spera lontano) ad affrontare problemi di approvvigionamento idrico di natura potabile, come già avviene in molte, troppe parti del globo. Ancora una volta i riflettori andrebbero puntati sull'avidità umana, che in nome del profitto tiene in assoluto non cale la natura in tutte le sue espressioni, ivi comprese quelle connesse al ciclo delle acque (per inciso non sono neppure favorevole alla privatizzazione delle acque pubbliche, ma questo è un altro argomento ...). Eppure i nostri fiumi, anche quelli a carattere torrentizio, costituiscono un patrimonio non indifferente di biodoversità animale e vegetale, oltre ad essere potenziale riserva idrica, laddove le sorgenti siano bonificate. Molto ci sarebbe da dire, ma in questo caso preferisco affidare pochissime cose all'intelligenza del lettore.

Per il momento voglio soltanto celebrare la giornata mondiale dell'acqua con le bellissime foto del fiume Osento catturate dal magico obiettivo fotografico di Antonello Pignatiello.

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Il comune di Calitri sarà presente presso la Borsa Internazionale del Turismo di Milano (acronimo BIT) dal 2 al 4 di aprile.

L'ottima notizia è stata diffusa direttamente dal primo cittadino Michele Di Maio con un post sul suo profilo facebook.

Chi scrive ha sempre sostenuto che l'agglomerato di Calitri, come il suo agro, è foriero di enormi potenzialità espresse da attrattori turistici unici, a cominciare proprio dall'impianto urbano, la cui forma ricorda una piramide a gradoni egizia. E nei fatti di storia ne è transitata moltissima tra quei venerandi vicoli e tra le zolle, o ancora nelle grotte, fin dalla metastoria, essendo certo che il luogo era già abitato quando gruppi di cacciatori raccoglitori trovavano riparo dal gelo notturno e dai predatori nelle cavità tufacee che ivi abbondano. Come molti dei paesi dell'Irpinia orientale, infatti, anche Calitri è figlia del Vulture, essendo sorta sui depositi della roccia piroclastica più diffusa, ovverossia il tufo, che come è noto spesso somiglia ad un gruyère ricco di buchi, i quali peraltro costituiscono una importante attrattiva. Mi sono ritrovato spesso, ad esempio, a visitare talune gigantesche cavità del centro storico, delle quali dall'esterno neppure si intuisce la presenza, adibite a luoghi di conservazione e di stagionatura di formaggi ed insaccati, che in quegli ambienti acquisiscono quel gusto unico, tutto particolare, che connota le produzioni d'eccellenza locali. Una tradizione gastronomica, quella calitrana, che non ha nulla da invidiare a nessuna nel meridione, entrando a pieno titolo, a parere di chi scrive, in quello che andrebbe definito come un vero e proprio patrimonio culturale immateriale. Naturalmente una voce turistica importante è nella vocazione artistica di Calitri, che vede nella ceramica il suo punto di maggior forza, essendo una pratica locale ultrasecolare, la qual cosa si riflette nella presenza in loco di un pluridecorato Liceo Artistico, il quale sovente interagisce con il territorio.

Sarebbe estremamente lungo, anche se interessantissimo, continuare a parlare dei tantissimi attrattori turistici di Calitri, la qual cosa mi propongo presto o tardi di fare in maniera molto più approfondita. Per il momento LUPUS IN FABULA si complimenta con il Sindaco Di Maio per essere riuscito a procurare al paese che rappresenta la partecipazione a quella che a ragion veduta è considerata la maggiore vetrina turistica del mondo.

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Il sindaco di Calitri  Michele Di Maio.

 

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