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La statua della Santissima Vergine Addolorata che si animò a Lacedonia nel 1948 e che apparve in sogno alla bambina

Chi crede che la pandemia che stiamo vivendo ai giorni nostri costituisca una novità commette un notevole errore di valutazione. Nei fatti, invece, soltanto nel Novecento se ne scatenarono tre molto gravi, per non dire delle tantissime altre che ebbero minore diffusione. Gli amanti della cabala e della numerologia potrebbero trovare interessante la ricorrenza del numero otto: nel 1918, infatti, si palesò la “spagnola”, che portò alla morte ben 50 milioni di persone nel mondo; a cavallo del 1857 e il 1958 comparve invece la cosiddetta “asiatica”, che produsse due milioni di decessi, mentre nel 1968 tale virus si ripresentò mutato, uccidendo un altro paio di milioni di persone.

All’epoca della diffusione dell’influenza “asiatica” Carmelinda Novellino, di Lacedonia, era soltanto una bambina che viveva, con la sorellina, presso la nonna, essendo i genitori in Svizzera per lavoro, come avveniva sovente in quegli anni. La progenitrice teneva con sé le nipoti nella sua piccola abitazione, che si trovava all’interno dell’Istituto Magistrale, essendone ella la custode. Il virus, all’epoca, non risparmiò nessuna zona, neppure quelle più interne, per quanto gli spostamenti umani non fossero frequenti come quelli attuali. Nel 1918 la fine della guerra comportò il rientro di molti militari, cosa che facilitò oltremodo la diffusione della “spagnola”, ma per quanto nel 57/58 non si fosse verificata alcuna contingenza analoga, la rarità degli spostamenti non servì a salvare nessun luogo. Anche a Lacedonia si ammalarono molte persone, tra le quali le due sorelline, che per molti giorni patirono gli effetti della polmonite, con febbri altissime che lasciarono presagire un esito infausto per entrambe. Carmelinda, che soffriva parecchio, rivolgeva incessanti preghiere all’indirizzo della Madonna Addolorata, la cui effigie ella identificava con la statua che si trovava, ed ancora trova la sua sede, nella chiesa di Santa Maria della Cancellata. Dieci anni prima tale simulacro si era animato ed aveva mosso gli occhi ed il petto moltissime volte nel corso dei dieci giorni nei quali si produsse tale straordinaria fenomenologia, che attrasse a Lacedonia migliaia di pellegrini provenienti da tutto il meridione e dal centro dell’Italia, e dopo due lustri la eco di tali eventi ancora non si era spenta, ragion per la quale l’Addolorata di Santa Maria era particolarmente venerata.

Fatto è che nel corso di una notte la piccola sognò la Vergine Maria ritratta in quelle sembianze e le parve che ella le indirizzasse un sorriso rassicurante. La mattina seguente entrambe le bimbe mostrarono visibili miglioramenti e in brevissimo tempo il virus abbandonò i loro corpicini perfettamente guariti. Naturalmente i medici non seppero offrire alcuna spiegazione di tale guarigione così rapida e neppure i sacerdoti locali, che erano venuti a conoscenza del fatto, vollero sbilanciarsi più di tanto, lasciando che l’eco decantasse e che non se ne parlasse più.

Naturalmente non sarò io a gridare al miracolo, il cui accertamento compete alla Chiesa, ma non posso fare a meno di notare un atteggiamento sociale, e parlo naturalmente dell’intellighenzia, tipico di Lacedonia, alquanto freddo rispetto ad una fenomenologia che non definirò miracolosa, ma quanto meno di difficile o impossibile spiegazione.

È come se la gente di cultura o quella appartenente ai ceti più elevati, nelle epoche precorse, ivi compresi gli esponenti del clero, abbia sofferto di rispetto umano o abbia nutrito il timore di essere tacciata di follia laddove avesse aperto le porte alla possibilità che esista qualcosa che vada oltre la nostra modesta capacità sensoriale e le ancor più ristrette possibilità di decodifica del reale della nostra ragione, i cui limiti sono ben evidenti. Eppure Lacedonia è stata teatro, nel corso della sua storia, di miracoli accertati ed accettati dalla Chiesa, a cominciare da quelli famosissimi di san Gerardo Maiella nel Settecento, ed ancor prima da quelli del vescovo Giacomo Candido agli inizi del Seicento.

Io non mi spiego il perché di questa sorta di reticenza a parlarne.

William Shakespeare scrisse, in maniera estremamente felice, «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», ammonendo, con ciò, a fidarsi di meno della nostra percezione e ad aprire le porte della mente a possibilità che vanno ben oltre le facoltà percettive della nostra progenie.

E, invece, è come se ci si vergognasse almeno di riconoscere, in pubblico, la possibilità che si verifichino fatti straordinari, miracolosi, per opera di Dio, per definizione “onnipotente”.

Non si nega e non si afferma, restando in un limbo che pone al riparo dai giudizi altrui. Non si opera con chiarezza quella scelta, indicata dai Vangeli, tra i “due padroni”, che metaforicamente è possibile indicare nella fiducia nel trascendente o nella latria nei confronti della ragione umana, che è portata a negare tutto ciò che non vede.

Victor Hugo scrisse «Dio è l’invisibile evidente!» ed io penso che parte di tale evidenza, che si palesa già nella bellezza del visibile e del tangibile, si manifesti anche in una fenomenologia che travalica le nostre possibilità di comprensione.

Non so per certo se la guarigione delle due bambine di Lacedonia possa definirsi un miracolo, e a distanza di tanto tempo credo sia impossibile addivenire ad una certezza qual che sia, ma io non lo escludo affatto, perché io credo fermamente alla possibilità che possano verificarsi miracoli (pur nell’assoluto rispetto di chi la pensa diversamente).

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