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GIGI PROIETTI NEI PANNI DI SAN FILIPPO NERI NELLA FICTION "PREFERISCO IL PARADISO"

 

IL PRIMO PERIODO ROMANO

In quello scorcio del secolo sedicesimo, siamo verso il 1530, tutte le strade conducevano a Roma, il centro della cristianità e, di conseguenza, il fulcro del mondo. Non è affatto eufemistico esprimersi in questi termini perché l’Urbe, in quegli anni, era effettivamente un caleidoscopio di genti le più disparate e della più svariata nazionalità e condizione sociale. Accanto ai molti pellegrini, che usavano recarvisi a piedi specialmente in occasioni particolari, quali l’indizione, ad esempio, di un “Anno santo”, vi confluiva anche la “feccia” delle varie società europee, attirate dal miraggio di facili arricchimenti, tali, però, soltanto nella fantasia. Nei fatti Roma, nella sua parte popolare, era il regno della miseria e della delinquenza.

La sua struttura urbana risentiva, ovviamente, della condizione economica e sociale dei suoi abitanti: accanto a dimore di ineguagliabile splendore, impreziosite, magari, dalle opere dei grandi artisti rinascimentali italiani, s’ammonticchiavano i quartieri popolari, meri alveari umani, tra il cui putridume intere famiglie vivevano in malsana e in antigienica promiscuità. Ed ancora, vestigi storici di epoche di ben altro splendore affioravano come gemme, alquanto però trascurati, tra i ghetti popolari.

Ivi approdò il giovane Filippo che s’era dipartito dalla casa adottiva di San Germano.

Cosa cercasse in Roma o perché abbia diretto i suoi passi colà non è dato sapere. Facile è supporre che egli abbia semplicemente risposto alla “chiamata” evangelica, ad un prepotente ordine interiore riassumibile nella frase “lascia tutto e seguimi!”. Che l’idea di una vocazione all’apostolato romano non sia del tutto peregrina lo dimostra il ruolo eccezionale che egli ebbe nella vicenda ecclesiastica non solo di quegli anni: la sua figura influenzò in maniera nettissima il successivo decorso della storia della Chiesa, facendo avvertire i suoi effetti fino ai giorni nostri.

Prese dunque alloggio in casa di Galeotto Del Caccia, gentiluomo d’origine fiorentina, in qualità di istitutore, di educatore vorremmo dire, dei due figli del suo compatriota. Per contraccambio, ebbe la possibilità di dormire in una stanzetta affatto priva di comodità. Altra parte del suo compenso era costituito da qualche stuoia di grano all’anno, che egli portava dal fornaio ricevendone in cambio un po’ di pane giornaliero.

Ed in questo era tutto il suo vitto, come raccontano alcuni testimoni al suo processo di beatificazione: pane con contorno di pane. Di tanto in tanto raccattava qualche oliva, che completava la sua dieta. Chi lo conobbe racconta che egli, con il suo tozzo di pane che mangiava una sola volta al giorno, si sentiva felicissimo e, mai lamentando miseria, non perdeva occasione per ringraziare Dio.

Era una vita votata al sacrificio accettato con fede e gioia, la sua, ma anche ricercato con spontanea genuinità: nulla doveva esser compiuto che non fosse frutto della propria libertà di scelta. E per propria volontà, magari ritenendo che lo studio potesse arricchirlo spiritualmente, egli prese a frequentare, dopo essersi procurato fortunosamente i libri, le lezioni che si tenevano presso la Sapienza, l’Università romana operante ancora ai giorni nostri, che era molto vicina alla sua abitazione. Di certo si sa che egli frequentava assiduamente i corsi di teologia, che all’epoca era la materia principe di ogni curriculum scolastico: s’interessò soprattutto alla Tomistica, sulla scorta della sua frequentazione con i Domenicani e, pare, ne trasse supremo giovamento. Egli non studiava affatto per conseguire risultati mondani, glorie, onori o guarentigie, non gli premeva crearsi una “posizione”, avendone peraltro abbandonata una di tutto rispetto, ma si procurava le armi culturali e dialettiche per servire meglio Dio.

Se di giorno educava i piccoli affidati alle sue cure, che avrebbero poi fatto gran tesoro del benefico influsso del Santo, votandosi entrambi a Dio, se, ancora, trascorreva immerso negli studi la restante parte della giornata illuminata dalla luce del sole, la notte lo attendeva l’appuntamento più importante: quello con la contemplazione di Gesù. La sua vita affatto solitaria lo conduceva, al calar delle tenebre, nella Roma del sottosuolo, in quelle catacombe che già furono ricovero e primo tempio per i cristiani perseguitati all’epoca dell’impero romano. Ivi trascorse gran parte delle sue notti, per oltre un decennio, immerso in preghiera. Fu proprio in quei luoghi che la divinità di manifestò in lui in maniera prodigiosa. Una notte del 1544, mentre era in uno stato di contemplazione vicinissimo alla catarsi completa, egli fu colto da un’accelerazione cardiaca che avrebbe stroncato anche un toro, fenomeno che lo accompagnò per tutta la vita e che si produceva in lui nei momenti di particolare fusione con Dio o quando percepiva di aver sottratto un’anima al “nemico” attraverso il sacramento della confessione. Una palpitazione violentissima, quella che lo coglieva, al punto che egli ne ebbe due costole tranciate di netto: ma mai, durante il manifestarsi di questi fenomeni, egli provò il benché minimo dolore. Per i medici che lo ebbero in cura nel corso degli anni, sarebbe bastato molto di meno per provocare l’istantanea morte di chiunque: non trovarono, alla cosa, nessuna spiegazione plausibile e furono costretti ad ammettere che essa non aveva nulla di umano.

Contemporaneamente, l’amore che egli portava a Dio cominciò a palesarsi nell’amore verso il prossimo: iniziò a frequentare gli ospedali cittadini, accudendo i malati abbandonati a se stessi, piagati tanto nel corpo quanto nello spirito, curandone le ferite, lavandoli, cibandoli. L’intelletto odierno non deve, pensando ai nosocomi dell’Urbe di quel tempo, raffrontarli alle moderne strutture sanitarie: all’epoca essi erano dei veri e propri “lazzaretti”, stante una medicina piuttosto empirica, fatta di salassi e di clisteri, piuttosto confusa con la magia naturale, e un’assistenza infermieristica del tutto assente. I degenti erano accuditi o da familiari o da mercenari, pagati all’uopo. Se uno era povero, sempre ammesso che trovasse posto, doveva augurarsi di portare al termine al più presto la sua agonia: proprio questi erano i cari “assistiti” di Filippo Neri. Il suo ruolo, per intenderci, precorse quello di un grande santo quasi contemporaneo, San Camillo De Lellis, ricordando molto da vicino, sia pure con i distinguo doverosi, quello esercitato nei tempi nostri da Madre Teresa di Calcutta.

Famoso è rimasto l’episodio dell’incontro tra Filippo ed un ammalato nei pressi del Colosseo: se lo caricò sulle spalle portandolo con sé, proprio come la beata Madre faceva usualmente in India.

In questa fase la preghiera e la contemplazione, che pure lo accompagnarono per tutta la vita, cominciarono a diventare apostolato sociale tra le classi più derelitte, senza trascurare gli ultimi tra i poveri, i poveri di spirito, gli atei, ancorché ricchi di sostanze materiali.

Pur non vestendo ancora abiti talari, egli prese ad annunziare il Vangelo, a predicare la Buona Novella, a parlare di gioia e di speranza in tempi quanto mai grami, tanto fulgidi per produzione d’arte ed espressione di talenti umani, quanto oscuri per guerre cruente, epidemie, miseria. Egli aveva trasformato in pulpito ogni luogo in cui si recasse e in uditorio ogni persona che, incontrata casualmente, mostrava il bisogno di una parola di conforto. Sconosciuto tra sconosciuti, anonimo tra anonimi, senza alcuna aureola in testa e né alcuna unzione ufficiale: la sua voce poteva giungere a chiunque perché egli era un chiunque qual si voglia.

Intanto, nel 1534, morì l’ultimo dei Papi medicei, Clemente VII, passato alla storia come “Il più infelice dei Papi”. Gli successe un appartenente alla potente famiglia dei Farnese, Alessandro, che ascese al soglio pontificio con il nome di Paolo III.

II, 1

Gli esempi di san Filippo nel primo periodo di permanenza a Roma

Innanzitutto è da rimarcare, per ciò che concerne questo periodo, la scoperta, da parte di Filippo Neri, della contemplazione solitaria e della preghiera. Egli si appartava nelle catacombe, nel ventre oscuro del mondo, per compiere un atto simbolico di abbandono del mondo e di fusione perfetta con Dio. La vera preghiera può compiersi, infatti, soltanto nel silenzio assoluto tanto dei sensi quanto della mente: occorre pregare con il cuore, con la parte più intima di se stessi, lasciando da parte i pensieri che, partoriti dall’intelligenza umana, intrinsecamente limitata, posso facilmente sviare le persone dall’obiettivo del ricongiungimento spirituale con il Creatore.

Il misticismo solitario fu dunque un punto di partenza essenziale per San Filippo sulla via della santità. Ma se esso per molti è stato punto di arrivo, per lui fu un punto di partenza. Quando sentì che aveva sconfitto se stesso, ponendosi in grado di dominare i desideri del mondo, cominciò a dedicarsi al proprio al mondo. Entrò quindi nel fango quotidiano senza correre il rischio di sporcarsi di fango: si dedicò alla cura degli ammalati, specialmente di quelli che versavano in condizione di abbandono; entrò materialmente nei quartieri poveri, spogliandosi del poco che aveva, per nutrire gli affamati e per vestire gli ignudi; si avventurò nei vicoli più malfamati, evitati dal clero, per sottrarre anime al demonio e per riconquistarle a Dio. Fece, insomma, ciò che il Vangelo impone di fare: vide Gesù negli ultimi, negli invisibili, e se ne occupò come se si stesse occupando del Salvatore in persona. Ancora, non si accontentò di battersi il petto, ma concretizzò la sua preghiera trasformandola in opere a favore del suo prossimo. Non pertanto trascurò la sua cultura, in questo periodo, convinto com’era che l’uomo è portatore dell’obbligo di non seppellire i talenti che gli vengono donati, ma di metterli in gioco e di farli fruttare a vantaggio del “Padrone”, ovvero del Padre Celeste: se la conoscenza è finalizzata alla missione di convertire le anime, la sua acquisizione non è soltanto legittima ma obbligatoria.

Grande esempio di devozione e di dedizione alla causa del Signore egli mostrò negli anni di vita laica a Roma: in buona sostanza dimostrò concretamente che la preghiera è nulla senza le opere e che le opere sono nulla senza la preghiera! Sono entrambe necessarie e complementari: come insegnava San Benedetto con sua aurea regola dell’ora et labora, si può pregare operando e si può operare pregando.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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