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San Filippo Neri 1

ANNI OR SONO SCRISSI UN LIBRO CHE RACCONTAVA LA VITA DI SAN FILIPPO NERI. FU DISTRIBUITO GRATUITAMENTE IN OCCASIONE DELLA FESTA PER RACCOGLIERE FONDI, MA LE COPIE TERMINARONO PRESTO PER CUI MOLTI NE RIMASERO SPROVVISTI (IO COMPRESO, PUR AVENDOLO SCRITTO).

POTENZA DELLA RETE, OGGI VOGLIO RIPROPORLO PER CAPITOLI, A PRO DI QUANTI SONO INTERESSATI ALL'ARGOMENTO (IMMAGINO CHE NON SIANO POCHI). CHI VUOLE PUÒ LEGGERLI SUL WEB O STAMPARSELI, PERTANTO HO DECISO DI USARE UN CARATTERE GRANDE, ANCHE PER FACILITARE LA LETTURA A TUTTI.

IL LUPO E L'UNLA AUGURANO DUNQUE DI TRARRE BENEFICIO DA QUESTO TESTO A CHIUNQUE VOGLIA LEGGERLO!

 

LA FANCIULLEZZA E L’ADOLESCENZA

“Pippo Buono”: era questo il soprannome che s’era guadagnato Filippo, ancor fanciullo, nell’ambito della sua famiglia e tra quanti l’avevano conosciuto, in grazia della sua innata mitezza, non scevra, però, di quella fresca giovialità che in tutti i tempi è stato sempre il tratto caratteristico del popolo fiorentino. Chi è nato sulle sponde dell’Arno, ai piedi dell’antichissima etrusca Fiesole, apre spesso le labbra dello spirito in un ghigno scanzonato, non di rado irriverente, sì da ridimensionare grandemente tutto quanto appartiene alla sfera dell’umano: una goliardia innata, che in letteratura si è manifestata negli scritti di Cecco Angiolieri o in quelli del Boccaccio, ma a ben guardare anche in certa ironia dantesca, per non dir d’altri. Nessun popolo, come quello fiorentino, si è mai mostrato tanto alieno dal servo encomio, materialmente e spiritualmente: è nei cromosomi, evidentemente, l’amore sviscerato per una libertà intellettuale che non tollera ceppi e catene. La cultura dei discendenti d’Etruria non conosce vie di mezzo: o da una parte o dall’altra, per scelta libera. O guelfi o ghibellini, o bianchi o neri, o santi o diavoli. Tale spirito accompagnerà anche l’opera terrena di Filippo Neri, pur sublimato al punto da diventare arma potente per focalizzare e denunziare la caducità, l’assoluta vanità della vita terrena, della quale egli mostrò, fin dai primi anni di vita, completo discernimento, al punto che, adolescente, strappò il foglio genealogico della sua famiglia, che ne attestava le origini non plebee, con le parole: “Beato chi ha il suo nome scritto in cielo!”

Egli vide la luce nella Firenze rinascimentale. Nacque il 21 di luglio del 1515 da Francesco e da Lucrezia Mosciano. Suo padre, come il suo bisnonno, esercitava una delle “arti maggiori”, quella del notaio, ma a differenza dell’avo, che era diventato ricco con la sua professione, questi non riusciva che a mantenere con certa dignità, eppure con qualche difficoltà, la sua famiglia. Pare che ciò fosse dovuto in parte alla scarsa clientela, ma per altro verso all’onestà di Francesco, che non ricorreva ad artifizi per sottrarsi al pagamento delle tasse, non volendo rischiare una “scomunica”, pena spirituale alla quale erano soggetti gli “evasori fiscali” del tempo (in verità sarebbe uno strumento utile anche ai giorni nostri). In ogni epoca difficilmente il lavoro onesto procura la ricchezza, poiché spesso differente è il mietitore dal seminatore: non sempre chi “zappa” il vigneto riesce poi a berne il vino prodotto.

E questa era la condizione nella quale versava la famiglia Neri, colpita anche da disgrazie e lutti: nel 1520 mamma Lucrezia transitava a miglior vita, lasciando i pargoli orfani in tenerissima età. Filippo aveva infatti due sorelle ed un fratello: Caterina, nata nel 1514; Lisabetta, nata nel 1517; Antonio, nato nel 1520, poco prima che la mamma morisse e morto egli stesso non molto tempo dopo la sua nascita.

Tali funesti eventi non erano affatto rari nel secolo sedicesimo, come in quelli precedenti ed in quelli successivi, almeno fino a tutto il secolo diciannovesimo. L’aspettativa di vita non era altissima, in grazia delle precarie condizioni igienico – sanitarie che sovente erano terreno molto fertile per epidemie terribili, come quelle di peste o di colera, che decimavano intere popolazioni, per quanto si potesse morire anche di una semplice febbre non curata. Tale situazione si sarebbe protratta fino all’avvento della “rivoluzione industriale”, accompagnata, con i progressi della ricerca scientifica, dalla cosiddetta “rivoluzione sanitaria”. Anche la mortalità infantile presentava un indice altissimo e, a ben guardare, le coppie di sposi mettevano al mondo un numero di figli abbastanza elevato nell’attesa che qualcuno di loro sopravvivesse all’infanzia.

Morta Lucrezia, ben presto Francesco si accorse che non poteva assolutamente sopperire al ruolo di “madre” oltre che a quello di padre. Convolò dunque a seconde nozze con Alessandra della famiglia dei Lensi e la scelta si rivelò felicissima, perché il carattere dolce e disponibile di costei portò armonia tra i pargoli, facilitando nel loro animo la naturale propensione alla tolleranza e alla bontà. In Filippo più che negli altri, tanto che egli prese a frequentare, ancora infante, i Domenicani del Convento di san Marco. Furono anni di importante formazione, che avrebbero inciso profondamente nel carattere del futuro santo, come egli stesso ebbe a ricordare in più di una occasione, fortificandolo nella propensione a certo misticismo, non affatto alieno, però, dalla cura dei doveri nei confronti del prossimo. L’Ordine dei Domenicani, infatti, aveva espresso figure di altissimo valore come Girolamo Savonarola (bruciato sul rogo perché accusato di eresia) ed altre ne avrebbe accolto tra le sue fila, personalità gigantesche, sotto il profilo della storia del “pensiero”, filosofi del calibro di Giordano Bruno, che con il Savonarola avrebbe più tardi condiviso la sorte medesima. A quei tempi era facilissimo diventare bersaglio dell’Inquisizione, che non si risparmiava certo in condanne capitali: l’accusa di “eresia” era un ottimo strumento per levar di torno definitivamente coloro i quali, in virtù delle loro idee, costituivano un pericolo reale, o soltanto potenziale, di squilibrio per lo status quo, per quel delicato equilibrio che si era venuto instaurando tra potere temporale e potere spirituale, tra papato ed impero, tra chiesa e principi o monarchi. Non eravamo più nell’epoca dei “due soli”, come Dante definiva il binomio papato | impero, perché lo “schiaffo di Anagni” aveva definitivamente cancellato le velleità di impero universale teocratico, ma nondimeno forti ancora erano gli interessi secolari della curia romana. Questo lo si afferma per amore di inconfutabile verità storica e senza alcun intento denigratorio nei confronti dei Papi di quei secoli, alcuni dei quali erano effettivamente “santi”, con buona pace dei facili revisionisti: nessun dubbio esiste, però, sul fatto che taluni pontefici non meritassero affatto l’ascesa al Soglio di Pietro. Non sembrerà quindi strano che venisse definito “eretico” chi, come il Savonarola, era piuttosto orientato ad un ritorno alle origini del cristianesimo (che tiene in assoluto non cale il potere terreno, essendo interessato ad acquisire meriti ultraterreni), ad una purificazione non tanto della dottrina, quanto dei comportamenti sociali che anche negli ecclesiastici, all’epoca, erano alquanto mondani. Il suo esacerbato “estremismo”, la sua denunzia della decadenza dei costumi, specialmente da parte del clero, lo fecero incorrere nelle ire del Papa Alessandro VI.

Di quel particolare misticismo si nutrì dunque Filippo nella sua infanzia, pur senza lasciarsi tentare dall’esacerbamento eccessivo dei toni che era proprio del frate domenicano: egli era naturalmente portato all’umiltà, virtù che gli impediva di elevarsi a giudice, e alla tolleranza mutuata proprio dal carattere gioviale e per nulla incline alle drammatizzazioni che era parte integrante della mentalità “umanistica” fiorentina. Perché se una colpa è da attribuire tanto al Savonarola quanto in seguito al Bruno, essa è nella “superbia”, ovvero nella convinzione di essere “nel giusto” e di poter porre all’indice, fustigandoli, i comportamenti e le idee di tutti gli altri: la qual cosa non sfiorò neppure minimamente Filippo Neri, chiamato già da fanciullo, evidentemente, alla santità. Egli, che si nutriva della Parola, viveva in pieno il Vangelo, soprattutto per quanto concerne i moniti relativi alla “Giustizia Divina”. “Non giudicate e non sarete giudicati”: portando autentico amore al “prossimo”, lasciava a Dio il compito di giudicare, avendo cura di correggere se stesso invece che gli altri, se mai ve ne fosse stato bisogno. Il prossimo non ha bisogno dei nostri giudizi, ma delle nostre preghiere e del nostro aiuto.

Non a caso, una delle sue frasi più celebri è: “State buoni, se potete!”

Fatto è che questa sua inclinazione alla tolleranza, alla bontà d’animo, all’obbedienza, che diventava estremo spirito di adattamento e di sacrificio, si era palesata in lui fin dall’adolescenza.

Fu per mero spirito di obbedienza che egli accettò l’invito di recarsi a San Germano, l’odierna Cassino, presso uno zio che viveva colà con la moglie ma senza figli. Lo zio Romolo Neri, infatti, essendo ricchissimo e non avendo prole, espresse il desiderio di adottare il giovane Filippo in maniera tale da assicurarsi un erede. L’idea piacque non poco tanto al padre quanto alle sorelle del giovane, che vedevano per lui la possibilità di sfuggire all’indigenza: come detto, pur non convinto, Filippo entrò in casa dello zio, portando in essa grandissima felicità e facendosi amare fin da subito.

Ivi trascorse un periodo non molto lungo, per lo più impiegato nella cura del suo spirito presso la vicina Abbazia fondata da San Benedetto o nella chiesetta della Montagna Spaccata, un largo crepaccio nella costiera di Gaeta.

Per quanto lo zio tentasse in tutti i modi di introdurlo nel mondo del commercio, di fargli, cioè, apprezzare i beni materiali, egli era per nulla affatto interessato a conti e guadagni, perché gli premeva molto di più il “capitale” che si accumula nei cieli rispetto all’effimero possesso di beni che presto o tardi occorre abbandonare e che, per giunta, come Filippo intuiva benissimo, non solo non riescono a donare la felicità ma, molto spesso, la tolgono.

Il suo soggiorno a San Germano, di conseguenza, non durò molto, ovvero per il tempo occorrente perché il distacco dalla sua nuova famiglia, che si era legata a lui oltremodo, non fosse eccessivamente traumatico per i suoi genitori adottivi: il buon Dio, per lui, aveva ben altri piani, che lo avrebbero condotto, di lì a poco, nella Roma dei Papi, nel cuore della cristianità, sulla quale egli incise moltissimo, in piena epoca di controriforma, accanto ad un’altra grandissima figura di santo, il nobile Carlo Borromeo.

I, 2

Deduzioni dall’esempio offerto da san Filippo in questo periodo

“Se vuoi essere perfetto lascia tutto e seguimi!”

Questo aveva detto Gesù al giovane ricco, trovando, però, un diniego.

In questa semplice frase è adombrata una scelta di vita tra le più difficili che l’uomo, prigioniero di se stesso, ovvero del suo ego, possa compiere: la rinunzia a tutto ciò che gli appartiene o a ciò che ritiene gli appartenga, incominciando proprio dalla sua identità.

Se si vanno ad analizzare i comportamenti correnti di ciascuno di noi, non si potrà fare a meno di notare che essi sono quasi sempre imperniati sulla conflittualità: l’uomo raramente è in pace con se stesso e di conseguenza con il mondo. Ma da che cosa nasce la guerra quotidiana? I fattori scatenanti sono molteplici e sono stigmatizzati, pur se talvolta celati da forme metaforiche, dalla dottrina cattolica che mai, nel corso della storia, ha mancato di porli all’indice.

Quasi tutti i mali nascono da un irrefrenabile movimento di espansione dell’ego, al quale l’essere umano rapporta ed tende ad asservire ogni cosa creata: è nell’egoismo individuale, che talvolta diventa collettivo (basti considerare fenomeni come il razzismo, l’intolleranza politica o religiosa, il nazionalismo e così via), la radice di molti guasti.

Esso è, in particolare, il genitore del desiderio di possesso: ognuno di noi volentieri allungherebbe le mani su tutto quanto cade sotto il suo occhio, per quanto possa farne tranquillamente a meno. Lo stesso accade a livello collettivo: le sedicenti nazioni “civili”, accaparrandosi gran parte delle risorse del pianeta, condannano i due terzi della popolazione mondiale alla miseria. E il peggio è nel fatto che l’opulento e ingordo epulone occidentale getta tra i rifiuti larga parte dei generi di consumo. Insomma, il desiderio di possesso, o meglio è dire l’avidità, è un sentimento talmente comune agli individui che è diventato sistema di governo per molti stati. Fatto è, però, che nella dimensione umana nulla può essere posseduto, tanto individualmente quanto collettivamente, essendo invece possibile che l’uomo divenga, desiderando possedere, oggetto di possesso a sua volta. Non è il “ricco” a possedere le ricchezze, ma sono le ricchezze a possedere il “ricco”. Si tratta di un paradosso soltanto apparente che si chiarifica osservando il comportamento di chi destina la sua vita ad accumulare beni terreni: nella sua esistenza non ci sarà posto per nient’altro. La ricchezza diviene, in casi siffatti, obiettivo esistenziale, unica preoccupazione della mente e del cuore. A ben pochi viene in mente, nel corso del loro viaggio, che alla frontiera tra questo e l’altro mondo dovranno necessariamente abbandonare il pesante bagaglio materiale, essendo impossibile che se lo portino dietro.

Or dunque, se una prima lezione è possibile attingere alla vita santa di Filippo, essa è proprio nella rinunzia, operata in giovane età, alla ricchezza materiale: non esitò, infatti, ad abbandonare l’opulento tetto dello zio, i cui introiti, rapportandoli al conio attuale, erano calcolati in milioni di euro annui. Egli sapeva che se fosse rimasto legato agli “scudi”, al denaro, avrebbe perduto una ricchezza ben superiore: l’eternità.

Mi rendo conto che discorsi siffatti, in piena epoca di liberismo, potrebbero suonare a molti padiglioni auricolari come lontana eco di anacronistiche convinzioni, specialmente in considerazione del terrore che nell’intelletto sociale suscita l’idea di “povertà”.

Se la povertà, per i santi, è la suprema forma di libertà, per noi, miseri individui comuni (a cominciare proprio da chi scrive), essa è una schiavitù, soprattutto nei nostri tempi, nei quali le “esigenze” del vivere quotidiano sembrano essersi dilatate a dismisura.

Evidentemente, però, San Filippo ci consiglia, con l’esempio, di tornare almeno ad un tipo di “povertà” che non è assenza completa di risorse, ma che consiste nell’atteggiamento mentale di chi onestamente se le procura per condurre una vita dignitosa, senza però elevare a scopo dell’esistenza l’accaparramento delle risorse stesse.

In questa accezione, non è azzardato affermare che il giovane Filippo Neri comprese immediatamente che non è possibile la libertà del volo spirituale per chi, volontariamente, carichi sulle spalle della sua mente la pesante zavorra del desiderio spasmodico di arricchimento: oltretutto non s’è mai visto alcun cammello penetrare per la cruna di un ago.

 

 

 

 

I, 3

Cosa accadde in Italia nei primi tre lustri di vita di Filippo Neri.

Subito dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, che era stato “ago della bilancia” della politica non soltanto peninsulare ma anche europea, assicurando ai principati, alle repubbliche e ai comuni d’Italia un periodo di relativa calma e serenità, tutta una serie di grandi sconvolgimenti attendeva la Penisola, a cominciare proprio da Firenze.

Già s’è detto dell’avventura del Savonarola, sostenuto dai “Piagnoni”, e della sua triste fine sul rogo, seguita dal ritorno dei Medici al timone della Signoria fiorentina. Non è questo il luogo per addentrarci nei meandri più negletti e negli oscuri anfratti della storia soffermandoci sui particolari. Interessa, invece, raccontare per sommi capi gli eventi più rilevanti nell’economia della nostra narrazione.

Occorre dunque focalizzare la tragedia più grande vissuta dalle due città veramente importanti nella vita di San Filippo Neri: Firenze e Roma.

Quando egli aveva dodici anni, nel 1527, si profilò all’orizzonte la calata di un esercito in gran parte formato da mercenari al soldo dell’imperatore di Spagna Carlo V. Esso era costituito da circa ottomila spagnoli, da settemila italiani e da diecimila lanzichenecchi. Questi ultimi, in particolare, sarebbero passati alla storia come una delle orde più feroci che abbiano mai calpestato il suolo nazionale. D’origine in gran misura tirolese, i lanzichenecchi erano per la maggior parte protestanti: odiavano il cattolicesimo e volentieri avrebbe ammazzato lo stesso Papa. Si aggiunga che, una volta arruolati, non avevano percepito alcun “soldo”, in cambio del quale gli era stato promesso il bottino di guerra derivato dall’espugnazione e dal saccheggio di Firenze e Roma. Scesero dunque lungo l’osso appenninico e, in prima istanza, evitarono Firenze puntando direttamente su Roma. Tanto il Papa Clemente VII, quanto l’intera cittadinanza romana, non nutrivano alcun timore supponendo l’inespugnabilità delle alte e possenti mura dell’Urbe, nella certezza che sarebbe stato molto più facile per gli assedianti morire di fame che non per gli assediati. Tale calcolo, tuttavia, si rivelò errato, perché il pomerio urbano presentava uno stretto varco che, per giunta, era stato lasciato sguarnito. Attraverso di esso penetrarono in città le truppe mercenarie il 6 di maggio del 1527: fu una strage, accompagnata da un bottino talmente ricco da lasciare meravigliati gli stessi soldati. Solo per l’intervento dei capi militari la truppa non espugnò Castel Sant’Angelo, fortezza nella quale s’era ricoverata l’intera curia e parte della nobiltà romana, consentendo in tal modo al Papa di conservare salva la vita.

Il tutto accade all’insaputa apparente dell’imperatore Carlo V, il quale, una volta informato, costrinse il Papa alla firma di una resa molto poco dignitosa.

La caduta di Roma, che segnava la sconfitta di Clemente VII, un appartenente alla famiglia dei Medici, ebbe quale conseguenza la rivolta dei fiorentini contro i principi medicei, che furono scacciati perché fosse restaurata la repubblica. Ma la libertà dalla casata che fu di Cosimo e di Lorenzo, ma che da molto tempo non esprimeva alcuna personalità degna di rilievo, se si eccettua forse Leone X, non durò molto, perché già nel 1529 le truppe imperiali accerchiarono le mura di Firenze, cingendola in un assedio che durò fino al luglio del 1530, quando essa fu espugnata: anche in questo caso la morte imperversò, compagna di ruberie, stupri e violenze di ogni sorta.

A queste tragedie ebbe modo di assistere, direttamente e indirettamente, Filippo Neri nei suoi primi cinque lustri di vita e non sarebbe affatto strano se esse abbiano inciso in maniera non debole sulla sua concezione della sofferenza umana, oscura via di disperazione se non illuminata dalla fede in un disegno provvidenziale, entro il cui ambito essa diviene, di contro, strada maestra e privilegiata per la salvezza eterna.

A questo proposito, dalla vita del santo emerge inconfutabile la sua totale accettazione del dolore, anche di quello proprio, accolto non soltanto con ubbidiente rassegnazione, ma persino con gioia, nella consapevolezza che la malattia, che pure ferisce il corpo, è il miglior purgante dell’anima, strumento potentissimo per accedere alla benevolenza divina e per trasformarsi, offrendosi liberamente, in veicolo taumaturgico a pro del prossimo, come diremo in seguito.

Anche i “miracoli” che Dio compie per intercessione dei suoi figli più fedeli hanno un costo altissimo che proprio gli intercessori debbono pagare: alla qual regola non sfugge San Filippo. Lo stesso San Pio da Pietrelcina pagava con la sua sofferenza fisica il dolore che riusciva ad evitare agli altri: emuli di Gesù che, salendo sulla Croce, si era accollato tutte le colpe dell’umanità pagandole con il suo Sangue.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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