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lupo

In questa immensa Irpinia voglio vivere il presente, attendere il futuro. 

Resto, inconsapevolmente vivo, nella terra dei miei natali. 

Senza il bisogno di sapere perché, senza attendere la salvezza. 

Perché sono nell'anima un Lupo ed il mio spirito è vincolato a lei. 

La terra che mi ha generato.

Io la vedo e Lei non ha modo di nascondersi, è ovunque.  

Lascia che il mondo le cammini addosso. Senza dire una parola. Senza fiatare. Accoglie ogni cosa,

la fa sua, marchiandola con il fuoco del suo nucleo vitale.

Ed anche quando una fame vorace l'assale, fertilizzante per la sua linfa, si prende giusto il tempo di morire per poi rinnovarsi nuovamente. Non serve girare lo sguardo nel vuoto, basta fermarsi in un campo incolto. Raccogliere una zolla, sfregala nella mano. 

Ha consistenza e colore, quasi una fragranza familiare.

 Solco che incolla la vita ad una vita, ci sporchiamo di lei, di quello che è. Ancestrale è la sua origine. In essa ogni cosa si fonde.

Se mi fermo ad ascoltare, posso sentire la sua voce.

Dalle profonde depressioni delle vallate, si inerpica lungo i crinali.

 L’esplosione del mattino la moltiplica.

 Infinite schegge si conficcano nelle cellule di ogni essere vivente e prende dimora dentro di noi, senza fare differenza.

Afflato e lignaggio di tutto quello che sarà, si fonde nel tempo, il nostro tempo. Tempo che la rende uguale e diversa ogni giorno.

 Tempo che scorre, impaziente, per vedere le orme dei miei passi che si fermano a riposare. 

E quando sarò lì, sentirò il caldo ventre della nascita. 

Ha braccia solide e profonde per accogliermi al sicuro dagli spettri della notte. Morire per lei non sarà mai una fine ma la riscoperta di quello che eravamo in principio.

 Lei è la terra, quello che eravamo prima di prendere forma e respirare.  Lei è la madre e la matrigna, il principio e la fine di ogni cosa.

 Ed io, in questa terra, mi sento un figlio ed un padrone. 

Dallo strappo ombelicale al primo vagito, la mia carne prende forma, la voce segue il passo. 
Ululati che prendono la salita di un respiro. Respiro prima asfittico e poi così grande da contenere tutta una vita: la mia. 

Mi ritrovo come nel cono di una bottiglia, la terra mi chiama. 

Vuole essere abitata, vissuta, amata, protetta, anche con i denti. 

Denti affilati, taglienti, magari sporchi di sangue. Sangue di fame e miseria. Sangue di lavoro e abbandono. Sangue di silenzio e umiliazioni. Sangue di illusioni e negazioni. 

Sangue necessario per la sopravvivenza.

Da dove esco entro: dal grembo di mia madre alle verdi terre di questo immenso paesaggio dipinto dalla storia.  

Il destino ha segnato questa carne nella terra dei lupi, scenari e dimensioni che tracciano un silenzio quasi assurdo. 

Appartengo a questo luogo, spazio condiviso con l'anima inquieta. Sintesi di giorni neri e bianchi. Senza, potrei diventare evanescente, sparire. La genesi è questa, un lupo che scende dai boschi. Un cesello di rabbia nella quiete di luoghi meravigliosi. Potrei cibarmi solo di ricordi, rimarrei un cucciolo per sempre. Eppure non si può evitare il pensiero di fuggire. 

Vedo una via d’uscita, l’angolo dove incuneare il distacco. 

Se corro e non mi fermo, potrei lasciarla senza rimpianti, romperei il vetro, anelerei la fusione in altre vite. Non ho il coraggio di scappare. Ho la forza di restare.  

Voglio rimanere, gli spiriti chiedono vite da osservare, fiammelle per rischiarare le notti del passato. Non c’è nessuno che voglia essere veramente dimenticato. In questa immensa Irpinia voglio vivere il presente, attendere il futuro.  Resto, inconsapevolmente vivo, nella terra dei miei natali. Senza il bisogno di sapere perché, senza attendere la salvezza. Perché sono nell'anima un Lupo ed il mio spirito è vincolato a lei. La terra che mi ha generato.

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sebastian spence interpreta un demone in la trappola del diavolo della serie supernatural 57744

CREDEVA NELLA DISCESA

Non era quella la sua aspirazione: essere al di sopra di tutto. 

Al di sopra di quelli che considerava stagni putridi di una vita incompleta, paludi di paura e rassegnazione, montagne di indifferenza. Finanche di quelle nuvole, così eteree eppure terribilmente asfissianti. 

La sua schizofrenia lo portava nel verso opposto all'altitudine. Dirottato verso l’abisso, nel ventre della terra. Ed in ragione di questo abisso aveva concepito tutto, con inaudita precisione. Dissimulando l’uomo debole e malato, aveva acuito la maschera della tranquillità. Così quel giorno, quando era salito a bordo, aveva indossato il suo sorriso migliore e, ad ogni arrivo, lo mostrava con spocchiosa fierezza. Mostrava i denti, tirando su le labbra fino a scoprire i canini. Canini stretti in una morsa, pronti ad azzannare ogni singolo essere umano, senza alcuna distinzione. 

Nessuno avrebbe mai capito che quelli erano i canini del demonio nella bocca di un uomo. Uomo fatto di una bronzea apparenza. Bronzo colato sulla sua vita senza più alcun senso. Bronzo che aveva fuso il suo aspetto in una lega antitetica. Consistenza di carne simile ad un uomo onesto, ma anima corrosa dalle termiti dell’inferno. Termiti che avevano divorato ogni cosa. Staccando dalle pareti anche il cuore. Neanche un battito ad alimentare un corpo fatto di ego e disperazione. L’unica gabbia dove ancora qualcosa lavorava era la sua mente. Gangli nervosi reattivi solo agli impulsi dei demoni ma scollegati totalmente agli stimoli esterni. Così, quando l’inferno iniziò il suo richiamo, si mise sull'attenti e rimodulò il pilota automatico. 

Forse è impossibile dire come l’idea gli sia entrata per la prima volta nel cervello ma certo è che, non appena l’ebbe concepita, era diventata la sua ossessione. Come un interruttore: la luce si spegne, la concretezza della ragione perde consistenza, dal buio si materializza la follia. Follia dai lineamenti familiari ma corrotta dalle allucinazioni. Follia che, con una velocità inumana, si era attorcigliata alla gola, stringendo forte, soffocando ogni cosa. Pure un misero accenno di ripensamento. 

In quell’attimo di agonia aveva preso coscienza del dove era diretto. La sua miseria liquefatta nell’iride attenta a guardare le montagne venirgli incontro. Un abbraccio di morte e rabbia. Nessuna voce in grado di farlo desistere. Nessuna salvezza per chi voleva essere un fantasma nella nebbia e non un uomo in carne ed ossa. Eppure qual era il tarlo che assillava la sua storia, il suo presente, non l’ha capito nessuno, neanche quelli che avrebbero dovuto capirlo: gli “specialisti nella psiche”. 

Così, trafitto dai dardi della pazzia, non è rimasto immobile, si è messo al comando, sviando il corso del suo destino e quello di altre 149 persone, ignare di schiantarsi a 700 chilometri orari contro il Mont Estrop. E quel pensiero marcio, uno sputo di cianuro sull’umanità, non si è arrestato neanche quando le urla hanno iniziato a farsi assordanti. 

Perché oramai era sordo ai richiami della vita. 

Perché Lubitz credeva nella discesa e non nella risalita. 

 

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BISOGNA ESSERCI

Bisogna esserci in questo letto, avvolti e stravolti dal contatto con lenzuola infeltrite, coperte sempre più corte e indifferenza che sa di pulito. 

Bisogna esserci per poggiare la testa, pesante gabbia di pensieri inquieti, su cuscini sempre più scomodi e sottili. 

Bisogna esserci per sentire la pelle tirare, le braccia agonizzare perché bucate, senza sosta, da aghi avidi di sangue, dove le vene, sconvolte ed inondate dalle flebo, non hanno alcuna tregua se non quella naturale della rottura. 

Bisogna esserci in questo mondo disinfettato ed asettico, dove l’odore di malattia e sofferenza depone l’anima in preghiera perenne anche colui che non crede in niente. 

Mondo che sembra sincronicamente perfetto, quasi automatico. 

La pillola all'ora giusta, l’infermiera che controlla la flebo, le donne delle pulizie, la colazione, il pranzo e la cena, i dottori che fanno il giro dei letti. 

Momenti, gesti, azioni, routine. Tempo che passa spocchioso e laconico come sempre. Ogni giorno che sembra uguale a ieri con una sola eccezione: lo scambio dei letti. Pazienti dimessi e pazienti che entrano. Chi si riveste e torna a casa, chi non può farlo perché destinato a scendere nel silenzio della camera mortuaria. Chi passa in quelle stanze, da visitatore, non sa cosa vuol dire essere completamente nudo. 

L’essere umano non ha più un privato da contenere negli argini del proprio corpo, è spogliato dal pudore, indifeso, una roccaforte con le entrate aperte alla folla. Scoperto alle palpazioni ed alle indagini dell’uomo e delle macchine. 

Anche il mio corpo, in questi giorni, non è più mio ma in balia degli eventi. Sottomesso a gesti meccanici, quasi robotici, in quest’azienda ospedaliera dove il nome ha spersonalizzato il concetto, paradossalmente romantico, della casa del sollievo, dell’accoglienza dei malati, del dolore che viene curato non solo con le medicine. L’etimologia sovvertita e con essa la gestione “amministrativa” del paziente che diventa un numero di protocollo, una cartella clinica traboccante di dati, quasi sempre intellegibili ai più. E quando capita di non comprendere cosa ti sta succedendo, quando vedi solo il nero della notte che risale dalle coperte del letto e ti rapisce la vista, quando chiedi aiuto e vorresti o dovresti essere difesa da chi dovrebbe prima di tutto essere un uomo e poi un dottore, ti senti rispondere, con freddezza inaudita, che la medicina non è una filosofia. Che la medicina non attiene all’intimo sentire, non è fatta per i deboli di cuore, ma è una scienza che si fonda sugli strumenti, sulle macchine e quando una macchina referta un responso di terrore da quello puoi essere completamente risucchiato senza la benché minima partecipazione emotiva di chi ti sta dicendo se vivrai anche domani. 

Sento pronunciare parole di nera ingiustizia a quell’anima che soffre nel letto accanto al mio. Riconosco la voce ed il ruolo da Primario. Sembra scostante, quasi insensibile, davanti a quei respiri così carichi di perché. Risucchiata dalla paura sprofondo nel letto, la prossima sono io. Aspetto di sentire ma...resto sospesa, in attesa di una diagnosi. Quello che più umilia il malato è rimanere nudo ed indifeso davanti a quel mondo. Chi ha firmato una cambiale in bianco alla Banca della vita, non saprà quando e come sarà messa all’incasso, eppure vuole essere sostenuto prima col cuore, poi con la scienza. 

Vorrei fissare la parete che tanti occhi hanno fissato, nel reparto dove la gioia ha poco o mai avuto ingresso, ma gli occhi sono disconnessi, senza più collegamenti col cervello. Chi è malato è sottomesso al destino ed alla fortuna di scovare, tra tanto agonismo clinico, un uomo, un dottore che si svesta di quel camice e lo accarezzi. Alla dolcezza di una parola di conforto equivale una defibrillazione emotiva. 

Tanti dottori questo lo sanno e mettono in pratica, ogni giorno, le esortazioni di S. Giuseppe Moscati: “Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un'anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l'ardore dell'amore, la carità. Il medico si trova in una posizione di privilegio, perché si trova tanto spesso a cospetto di anime che, malgrado i loro passati errori, stanno per li li per capitolare. Beato quel medico che sa comprendere il mistero di questi cuori e infiammarli di nuovo.” 

Ci vuole una grande dose di umiltà per infiammare di nuovo un corpo malato perché una malattia entrerà, prima o poi, nella vita di tutti … forse anche in quella di chi ha fatto del ruolo di Primario solo una medaglia … ed allora sarà ripagato “con la stessa dose di sensibilità” che lui ha dato ai malati: praticamente una miseria.

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Riteniamo opportuno riportare per intero la testimonianza, senza mutarne le parole, che la signora di Aquilonia ci ha cortesemente inviato sulla necessità di recuperare le antiche arti d’Irpinia.

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Sono Antonietta Di Martino di Aquilonia, nata nel Luglio 1964.

Ho partecipato all’Esposizione presso il Castello Ducale di Bisaccia il giorno 8 Marzo con le mie creazioni realizzate all’uncinetto e chiacchierino, ma soprattutto col mio motto: «Di fiore in fiore … L’Artigianato può Rifiorire». Sposata e mamma di tre figli maschi a cui, ahimè, non ho potuto trasmettere la manualità per arti quali cucito, ricamo, uncinetto, chiacchierino. Arti di cui, da sempre, sono appassionata grazie alla mia mamma che, nonostante i tanti lavori di allora, trovava il tempo d’insegnarmi!

Ai miei tre figli maschi non ho potuto trasmettere nessuna di queste arti ma l’amore si … avendo vissuto giorno per giorno la mia felicità nel vedere affiorare tra le mani una creazione nuova!

Proprio l’amore da parte loro, che per primi si sono innamorati dei miei bracciali e segnalibri, mi ha fatto appassionare sempre più. Lo dico sempre che un artigiano, più di chiunque altro, ha bisogno di essere incoraggiato, di sentirsi dire: bravo! Mi piace quello che fai!

Il mio percorso è cominciato in questo modo.

Un giorno del 2012, per l’ennesima volta, i mitici fratelli Tenore Virginio e Tenore Enzo da sempre attenti alle tradizioni culturali del nostro paese, organizzarono una mostra di creatività presso la storica bottega di Virginio. Accolsi finalmente l’invito che più volte avevo rifiutato! Perché, credetemi, non è facile portare allo scoperto una propria attitudine, sembra sempre di poter dare fastidio a qualcuno, è sempre molto difficile.

Mi venne l’idea di mettere insieme come in un piccolo puzzle tutte le “mostre delle trinette” della mia mamma, per far notare la trasformazione del “CROCHET” reinventato da dove fosse partito! Raccolsi al volo tutte le creazioni sparse per casa e partecipai alla mostra.

A fine serata tornai a casa carica di entusiasmo per aver condiviso la bellezza con tante persone amiche.

Subito maturò in me l’idea di fare altro. Non dico la notte, ma quasi … La mattina dopo subito mi misi all’opera e preparai tre quadri che raccontavano: 1)Il crochet delle nostre nonne; 2) Il crochet delle nostre mamme; 3) Il mio crochet.

Fu un’esplosione di colori. Istintivamente pensai di donarli al Museo Etnografico di Aquilonia “Beniamino Tartaglia” per omaggiare le Arti dei nostri Avi che nel corso degli anni stanno scomparendo.

Mi recai presso il Museo dove espressi la mia idea al direttore Tartaglia Donato che accolse piacevolmente il mio dono ed oggi quando visito il nostro Museo amo ritrovare l’impronta della mia nonna, della mia mamma e la mia … ! Ciascuno di noi, con poco, può dare il proprio contributo alla Vita!

In estate del 2013 mi ritrovai ad esporre presso il Museo vivendo un’esperienza troppo bella!

Incontrare, incrociare, confrontare le idee di persone nuove che visitavano ogni giorno il Museo fu un arricchimento interiore di alto spessore! Vedere la meraviglia dei bambini nell’ammirare cose che forse vedevano per la prima volta, vedere lo stupore di persone anziane nel ritrovare la loro arte trasformata ma non del tutto abbandonata … fu una grande emozione da cui poi ha avuto origine tutto il susseguirsi del mio percorso.

Non senza difficoltà, mi feci coraggio ed uscii alla prima fiera di Ottobre ad Aquilonia dove mi trovai accanto al sig. D’Alò Gerardo, artigiano del paese, l’unica persona che da sempre ha avuto la tenacia di portare allo scoperto la sua arte di intrecci.

Nelle fiere successive, insieme, si è acquisito più sicurezza e a noi già si è aggiunto più di qualcuno che prima lo stesso non osava. L’unione fa la forza!

Come in tutte le cose, il difficile sta nell’iniziare! Sono seguite la partecipazione alla “Festa del grano” e all’evento “Città itineranti” che sono state per me un’ulteriore crescita.

La terza tappa magica me l’ha donata la partecipazione allo “Sponz Fest Calitri” ove all’interno dell’evento si è svolto “L’evento delle Catenelle” di Mariangela Capossela. A Borgo Castello di Calitri ho vissuto un sogno che avevo visualizzato nella mia mente e … come per magia si è realizzato, facendomi credere che davvero qualcosa nell’Universo esista! Tante persone che sapevano del mio sogno … me ne sono testimoni.

Ancora oggi si meravigliano di come il mio percorso si evolva guidato da dei fili conduttori …

Recente tassello importante del mio percorso: l’esposizione presso il Castello Ducale di Bisaccia ove ho incontrato l’espressione della creatività femminile Irpina nelle più svariate sfumature.

Dove mi sono convinta sempre più che sono i nostri luoghi storici, Essi stessi reclamano la ricrescita delle nostre Arti.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

Accreditato presso il MIUR ex art. 66 del vigente C.C.N.L. ed ex artt. 2 e 3 della Direttiva Ministeriale 90/2003,

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