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In epoca medievale l’arte venatoria per tantissimi poveri costituiva una necessità, mentre per i pochi ricchi era uno svago. Talvolta per i potenti, quelli veri naturalmente, essa diventava una passione, come nel caso dell’imperatore Federico II, che tradizione vuole l’abbia esercitata anche a Bisaccia. Tenutasi lo scorso anno con eccezionale successo di pubblico, la spettacolare rievocazione è entrata a far parte di un progetto di più ampio respiro denominato REGINA VIARUM, che unisce quattro comuni: Lacedonia, Bisaccia, Montefalcione e Pietradefusi, beneficiari del finanziamento a valere sulle risorse del POC 2014/2020, Linea strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e cultura”.

Eterogenei sono gli avvenimenti storici oggetto di rievocazione: “La Congiura dei Baroni” di Lacedonia (12 agosto), “Sui sentieri di caccia con Federico II” di Bisaccia (14 agosto), “La traslazione delle spoglie di San Faustino Martire” di Pietradefusi (27 agosto), “Le batterie del Tracco” di Montefalcione (23 dicembre).

Corre l’obbligo, tra queste righe, di porgere i complimenti alle associazioni che si sono impegnate per organizzare logisticamente la manifestazione e ai tanti cittadini che hanno vestito gli abiti d’epoca offrendo il loro prezioso contributo. 

Cenni storici sul rapporto tra Bisaccia e Federico II – L’importanza del Castello.

Tanto nell’Alto quanto nel Basso Medioevo, non esisteva borgo nel quale non insistesse un castello. Infatti le prime fasi dell’incastellamento, soprattutto nel Meridione, datano al periodo della fine della dominazione bizantina e del contestuale avvento dei Normanni, i quali diedero vita ad una massiccia opera di fortificazione dei villaggi aperti, che assunsero in tal modo il nome, ed il ruolo, di kastellia. Fu però Federico II, più di ogni altro imperatore o regnante, a concepire un sistema organico di incastellamento finalizzato al controllo massiccio del territorio per il tramite di una serie di insediamenti militari che creavano una vera impenetrabile rete.

E proprio questo è stato il percorso storico del Castello di Bisaccia, che le fonti più datate ed attendibili fanno risalire all’opera dei Normanni, anche se taluno afferma che esso debba la sua esistenza alla volontà del generale bizantino Basilio Boiannes (Bugiano), che dal 1017 al 1027 fu a capo del Catapanato d’Italia. Per quanto verosimile, tale notizia non trova però conforto in documenti di alcun genere. Comunque siano andate le cose (più attendibile è l’origine normanna), tale primigenio insediamento subì il colpo di un terribile sisma, che devastò l’attuale Irpinia orientale nel 1198, uscendone diruto. Quindi, per circa mezzo secolo, le sue rovine versarono in stato di abbandono, fino a quando, nel 1246, il feudatario coevo Riccardo I non fu esautorato da Federico II perché ritenuto reo di congiura e privato dei privilegi feudali e dei territori. A quel punto l’Imperatore deliberò la ricostruzione del Castello perché entrasse a far parte del sistema difensivo che egli aveva concepito. Sul fatto che Federico II sia effettivamente stato a Bisaccia non esiste dubbio alcuno, giacché se ne deriva notizia certa dalla «Friderici Secundi, Romanorum Imperatoris, Jerusalem et Siciliae Regis, Historia Diplomatica», che ne dimostra la presenza il 28 giugno del 1250, quattro anni dopo la confisca del feudo e quindi a restauro del Castello probabilmente ultimato.

Secondo la tradizione orale diffusa a Bisaccia - ed in questo caso reputiamo valida la locuzione latina “Vox populi, vox Dei” - l’Imperatore avrebbe eletto tale maniero a residenza di caccia, essendovi tornato più volte per esercitare l’arte della falconeria sull’altipiano del Formicoso, il quale, in grazia della sua conformazione orografica, era libero da impedimenti visivi e quindi vi si prestava moltissimo, e, nelle valli limitrofe, estremamente boscose, per porre in essere pratiche venatorie basate sull’uso dell’arco e delle frecce, essendo la zona molto ricca di selvaggina della sorta più eterogenea. In effetti Federico II era un grandissimo appassionato di falconeria e ne aveva, per giunta, grandissima esperienza, visto che fu proprio lui a scrivere un trattato, che è all’un tempo un saggio simbolico e filosofico, intitolato «De arte venandi cum avibus» (Sull’arte di cacciare con gli uccelli).

Fonti storiche riportano notizia che il Castello sia stato anche sede saltuaria della Scuola Poetica Siciliana. La qual cosa può esser considerata veritiera nel senso che Federico II era spesso aduso a spostarsi da un luogo all’altro con il seguito della sua corte, la quale, come è noto, era composta anche da artisti, poeti, letterati, eruditi e così via. In questa ottica è possibile affermare senza tema di smentita che tra le mura del Castello di Bisaccia e nei suoi saloni siano risuonati i versi di molti poeti appartenenti alla Scuola de quo.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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