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Per i bambini delle nostre generazioni, quelle dell'altro millennio, per intenderci, nessun giorno era speciale quanto la Domenica delle Palme. Si andava in fibrillazione perchè ci si aspettava di fare un bel gruzzolo di quattrini. Noi che non si vedeva mai una lira per farne due! E così, già di primissima mattina, era un garrire di ragazzini con fasci di rametti d'ulivo più grandi di loro, mentre taluni usavano le cosiddette "palme ricce", ovvero le foglie cuneiformi dei pini e degli abeti. Si attendeva impazienti la benedizione, che con certo "sadismo", sicuramente in buona fede, i sacerdoti coevi fissavano per mezzogiorno dal loggiato di San Filippo. Un'attesa interminabile, al punto che qualcuno non reggeva e provvedeva ad una benedizione fai da te: immergevano le palme nell'acquasantiera della chiesa madre e quindi incominciavano il loro giro. Prima i parenti, poi i compari di famiglia, quindi gli amici di famiglia e da ultimo anche gli estranei. Al motto "tiè la palm e ramm li sold" i gruzzoletti s'incrementavano. Chi ti dava dieci lire, chi venti, mentre i più generosi te ne davano cinquanta o cento. Solo in rarissimi casi qualcuno di noi beccava le cinquecento lire metalliche o la banconota da mille lire. Quel denaro sarebbe stato riconvertito, nei giorni seguenti, soprattutto in gelati, ma anche in biglietti per il cinema e nei semi di zucca di Zia Ripalda, "r' nozz'r".

Anche ai giorni nostri la tradizionale benedizione si rinnova, ma lo spirito non sembra essere più quello. I bambini di oggi, rispetto a noi, hanno tutto ciò che desiderano (tranne che in rari casi), pertanto non ti si accostano più in strada per farti gli auguri porgendoti il ramo d'ulivo, ma si limitano a farlo con i parenti stretti. Peccato: stamattina ero uscito con le tasche gonfie di spiccioli. E così sono rientrato!

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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