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Il Consigliere delegato al turismo Antonio Vece

Indubbiamente gli eventi di natura enogastronomica, a Lacedonia, funzionano sempre. Era dunque inevitabile che si registrasse una eccezionale affluenza lungo il percorso della manifestazione denominata "Il Calice del Barone", che si è snodato nei vicoli del centro storico medievale. Merito dei tanti giovani volontari, coordinati dal consigliere delegato al turismo Antonio Vece, che non si è certamente limitato ad impartire direttive, ma che si è sbracciato e da "maestro muratore" si è trasmormato in "manovale". La formula, che si rivela sempre vincente, richiede un imponente lavoro di preparazione e di questo va dato atto a Vece e a quanti hanno prestato il loro spassionato aiuto. fatto è che Lacedonia insiste su un colle tufaceo e pertanto il borgo medievale è letteralmente costellato da cavità, tanto naturali quanto scavate dall'uomo, che hanno sempre assolto al ruolo di cantine. Fino a diversi lustri or sono, i vignaioli locali apponevano all'ingresso un ramo, la cosiddetta "frasca", a dir che avevano messo in vendita il loro vino. Cena tipica lacedoniese alla Piazzetta Primo Maggio e quindi, acquistato un calice per la degustazione, in giro per le cantine chiamate con gli epiteti più eterogenei e simpatici: "la cantina dei marmi" o "la cantina dei cafoni". E nelle piazzette musica. Da segnalare, nell'anno in corso, la presenza di un gruppo jazz di  grandissimo valore, guidato da un noto trombettista nato a Lacedonia, se pure residente a Milano, ovvero il Maestro Rocco Melillo, il quale, pur essendo abituato a ben altri palcoscenici, si è prestato a suonare in loco per amore del paese. A lui vada un grande ringraziamento.

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In epoca medievale l’arte venatoria per tantissimi poveri costituiva una necessità, mentre per i pochi ricchi era uno svago. Talvolta per i potenti, quelli veri naturalmente, essa diventava una passione, come nel caso dell’imperatore Federico II, che tradizione vuole l’abbia esercitata anche a Bisaccia. Tenutasi lo scorso anno con eccezionale successo di pubblico, la spettacolare rievocazione è entrata a far parte di un progetto di più ampio respiro denominato REGINA VIARUM, che unisce quattro comuni: Lacedonia, Bisaccia, Montefalcione e Pietradefusi, beneficiari del finanziamento a valere sulle risorse del POC 2014/2020, Linea strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e cultura”.

Eterogenei sono gli avvenimenti storici oggetto di rievocazione: “La Congiura dei Baroni” di Lacedonia (12 agosto), “Sui sentieri di caccia con Federico II” di Bisaccia (14 agosto), “La traslazione delle spoglie di San Faustino Martire” di Pietradefusi (27 agosto), “Le batterie del Tracco” di Montefalcione (23 dicembre).

Corre l’obbligo, tra queste righe, di porgere i complimenti alle associazioni che si sono impegnate per organizzare logisticamente la manifestazione e ai tanti cittadini che hanno vestito gli abiti d’epoca offrendo il loro prezioso contributo. 

Cenni storici sul rapporto tra Bisaccia e Federico II – L’importanza del Castello.

Tanto nell’Alto quanto nel Basso Medioevo, non esisteva borgo nel quale non insistesse un castello. Infatti le prime fasi dell’incastellamento, soprattutto nel Meridione, datano al periodo della fine della dominazione bizantina e del contestuale avvento dei Normanni, i quali diedero vita ad una massiccia opera di fortificazione dei villaggi aperti, che assunsero in tal modo il nome, ed il ruolo, di kastellia. Fu però Federico II, più di ogni altro imperatore o regnante, a concepire un sistema organico di incastellamento finalizzato al controllo massiccio del territorio per il tramite di una serie di insediamenti militari che creavano una vera impenetrabile rete.

E proprio questo è stato il percorso storico del Castello di Bisaccia, che le fonti più datate ed attendibili fanno risalire all’opera dei Normanni, anche se taluno afferma che esso debba la sua esistenza alla volontà del generale bizantino Basilio Boiannes (Bugiano), che dal 1017 al 1027 fu a capo del Catapanato d’Italia. Per quanto verosimile, tale notizia non trova però conforto in documenti di alcun genere. Comunque siano andate le cose (più attendibile è l’origine normanna), tale primigenio insediamento subì il colpo di un terribile sisma, che devastò l’attuale Irpinia orientale nel 1198, uscendone diruto. Quindi, per circa mezzo secolo, le sue rovine versarono in stato di abbandono, fino a quando, nel 1246, il feudatario coevo Riccardo I non fu esautorato da Federico II perché ritenuto reo di congiura e privato dei privilegi feudali e dei territori. A quel punto l’Imperatore deliberò la ricostruzione del Castello perché entrasse a far parte del sistema difensivo che egli aveva concepito. Sul fatto che Federico II sia effettivamente stato a Bisaccia non esiste dubbio alcuno, giacché se ne deriva notizia certa dalla «Friderici Secundi, Romanorum Imperatoris, Jerusalem et Siciliae Regis, Historia Diplomatica», che ne dimostra la presenza il 28 giugno del 1250, quattro anni dopo la confisca del feudo e quindi a restauro del Castello probabilmente ultimato.

Secondo la tradizione orale diffusa a Bisaccia - ed in questo caso reputiamo valida la locuzione latina “Vox populi, vox Dei” - l’Imperatore avrebbe eletto tale maniero a residenza di caccia, essendovi tornato più volte per esercitare l’arte della falconeria sull’altipiano del Formicoso, il quale, in grazia della sua conformazione orografica, era libero da impedimenti visivi e quindi vi si prestava moltissimo, e, nelle valli limitrofe, estremamente boscose, per porre in essere pratiche venatorie basate sull’uso dell’arco e delle frecce, essendo la zona molto ricca di selvaggina della sorta più eterogenea. In effetti Federico II era un grandissimo appassionato di falconeria e ne aveva, per giunta, grandissima esperienza, visto che fu proprio lui a scrivere un trattato, che è all’un tempo un saggio simbolico e filosofico, intitolato «De arte venandi cum avibus» (Sull’arte di cacciare con gli uccelli).

Fonti storiche riportano notizia che il Castello sia stato anche sede saltuaria della Scuola Poetica Siciliana. La qual cosa può esser considerata veritiera nel senso che Federico II era spesso aduso a spostarsi da un luogo all’altro con il seguito della sua corte, la quale, come è noto, era composta anche da artisti, poeti, letterati, eruditi e così via. In questa ottica è possibile affermare senza tema di smentita che tra le mura del Castello di Bisaccia e nei suoi saloni siano risuonati i versi di molti poeti appartenenti alla Scuola de quo.

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La rievocazione del “Giuramento dei Baroni” alleati contro Ferrante di Aragona, già tenutasi lo scorso anno con eccezionale successo di pubblico grazie all’impegno del Gruppo Filamenti, che ha confezionato i bellissimi abiti d’epoca e curato la Cena Medievale, facendosi in pratica carico della maggior parte del lavoro, lasciando all’UNLA il compito di procedere alla scrittura di testi e sceneggiatura, si è ripetuta anche nell’anno in corso, il giorno dodici di agosto. Nel 2017, ferma restando la centralità operativa soprattutto di Filamenti, a cui occorre rinnovare i più fervidi complimenti per il grande impegno profuso e per l’ineccepibile lavoro svolto, ancora suffragata dall’UNLA e da altre Associazioni (i ringraziamenti vanno estesi ovviamente anche ai bravissimi figuranti volontari), la spettacolare rievocazione del Giuramento è entrata a far parte di un progetto di più ampio respiro denominato REGINA VIARUM, che unisce quattro comuni: Lacedonia (comune capofila), Bisaccia, Montefalcione e Pietradefusi, beneficiari del finanziamento a valere sulle risorse del POC 2014/2020, Linea strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e cultura”.

Eterogenei sono gli avvenimenti storici oggetto di rievocazione: “La Congiura dei Baroni” di Lacedonia (12 agosto), “Sui sentieri di caccia con Federico II” di Bisaccia (14 agosto), “La traslazione delle spoglie di San Faustino Martire” di Pietradefusi (27 agosto), “Le batterie del Tracco” di Montefalcione (23 dicembre).

Sunto storico della Congiura dei Baroni e del ruolo di Lacedonia

Il giorno undici di settembre dell’anno 1486, Lacedonia fu il proscenio di un evento storico importantissimo per il futuro del Regno di Napoli e, in prospettiva, dell’intera penisola italiana. Vi si tenne, infatti, il “Giuramento” dei Baroni, che avevano aderito ad una cospirazione contro Ferdinando I d’Aragona, altrimenti detto Ferrante, reo di aver accentrato eccessivamente il potere, esautorandoli, e di aver ridimensionato i loro antichi e consolidati privilegi soprattutto in materia economica.

Precisa narrazione della sequenza dei fatti è nelle opere di Camillo Porzio, del Giannone e, per quel che concerne il coinvolgimento di Lacedonia, soprattutto di Giulio Cesare Capaccio, il quale pubblicò il testo originale dell’atto notarile, Datum Laquedoniæ die vero undecimo Septembris quintae indictionis, (stilato a Lacedonia il giorno undicesimo di settembre della quinta indizione -1486), firmato dai Baroni e dai loro rappresentanti in presenza di un notaio, che costituisce la testimonianza migliore dell’accaduto essendo esso un atto pubblico coevo ai fatti.

Padrone di casa, all’epoca, era Pirro del Balzo, feudatario in grazia del matrimonio contratto con Maria Donata Orsini, che gli aveva portato in dote città e territori, tra i quali Lacedonia e tutto il suo agro, luogo che fu scelto, come riportano le fonti, perché reputato libero da spie aragonesi.

Presso l’antico castello degli Orsini convennero i personaggi più influenti e potenti, i quali costituivano il fulcro del nuovo tentativo di sovvertire e sconfiggere il potere aragonese. I nomi sono certi, perché desunti dall’atto notarile. C’erano Don Pirro del Balzo, Principe di Altamura e Gran Conestabile del Regno di Sicilia, che rappresentava anche Don Pedro de Guevara, Marchese del Vasto Aimone e Gran Siniscalco del Regno; Antonello Sanseverino, Principe di Salerno e Ammiraglio del Regno, che rappresentava anche Don Barnaba Sanseverino, Conte di Lauria; Andrea Matteo Acquaviva, Principe di Teramo e Marchese di Bitonto; Don Giovanni Andrea da Perugia, dottore in diritto, avvocato, e procuratore per la parte di Don Girolamo Sanseverino, Principe di Bisignano e Gran Camerario del detto Regno di Sicilia; Don Carlo Sanseverino, Conte di Mileto; Berlingario e Raimondo Caldora e Giovanni Antonio Acquaviva, Don Bernardino Minutolo Barone di Spinosa, Don Nicola Angelo D’Aniello di Salerno, Barone di Petina, Don Amelio Senerchia Barone di Senerchia. Il documento non riporta però i nomi di due figure di spicco della congiura, ovvero quello del segretario del Re, Antonello Petrucci, e del Conte di Sarno Francesco Coppola. In effetti erano stati tratti in arresto da Ferrante in data precedente al giuramento.

Per dare più forza al Giuramento, esso fu pronunziato solennemente nella Chiesa di Sant’Antonio, sull’ostia consacrata dal sacerdote don Pietro Guglielmone. Per quale motivo l’ostia non fu consacrata nella Cattedrale antica, visto che Lacedonia era sede di diocesi?

Appare evidente che il Vescovo coevo, Nicola De Rubinis, nominato soltanto poche settimane prima, ovvero il due di giugno, non volle saperne d’immischiarsi, quasi certamente in omaggio alla nuova politica del papato, che aveva ritirato l’appoggio ai Baroni. E dunque, per sottrarsi alle probabili ire di Ferrante, estremamente vendicativo, e allo stesso tempo per non inimicarsi troppo i feudatari, tra i quali quello di Lacedonia, Pirro, si defilò delegando un semplice prete.

E fu lungimirante, perché la cospirazione avrebbe avuto un esito catastrofico per i Baroni a distanza di pochi mesi. Nel 1487, infatti, Ferrante, sia pure ricorrendo ad uno stratagemma, debellò i congiurati, privandoli dei possedimenti e della stessa vita.

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Mario Pandiscia è giunto alla sua seconda pubblicazione. Ha infatti visto la luce, per i tipi dela Delta 3 Edizioni, il volume "Libera...mente", un titolo già in se stesso illuminante circa i contenuti. Come nel suo primo lavoro, anche in questo Mario affida alla semplicità delle sue rime, arricchite da note esplicative in prosa, le sue idee, mutuate da una lunga esperienza di vita che lo ha visto, per tre decenni, impegnato nella difesa dei ultimi e dei marginali in qualità di sindacalista. Ovviamente un sindacalista d'altri tempi, di quelli "duri e puri", che non hanno sacrificato gli ideali e l'azione per fare carriera: questo è stato Mario e da tale impegno deriva la sua passione civile. Da tali caratteristiche promana la sua capacità di aguzzare l'occhio al fine di comprendere e svelare i meccanismi che oggi non girano a dovere nella nostra Italia, perché inceppati, spesso, dal malaffare, come dimostra la cronaca di tutti i giorni. Basti penare alla fenomenologia di "Mafia Capitale" per comprendere che cosa sta avvenendo nell'ambito della società italiana, la quale, da quando esiste, presenta riconoscibili connotazioni gattopardesche: nessuno può negare che tutto cambia perché nulla in realtà cambi!

Non manca, in questo volume, un nostalgico richiamo alle origini e ad un paese, nel senso dato al vocabolo da Cesare Pavese, che ormai non esiste più. A parere di chi scrive l'efficacia dell'espressione melanconica e nostalgica è resa particolarmente bene dalle composizioni nel nostro dialetto, una lingua molto musicale che ben si presta alla narrazione in rima. Per concludere, quella di Mario Pandiscia è espressione di protesta civile, talvolta anche aspra nei toni, non scevra da proposte. In sostanza appare vero quanto ebbe ad affermare proprio Cesare Pavese, secondo il quale: «La letteratura è una difesa contro le offese della vita».

PRESENTAZIONE

OGGI, 14 AGOSTO, ORE 18.00/18.30, GIARDINO DEL MAVI, CON INGRESSO DAL CANCELLO IN VIA DELLE ROSE

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

Accreditato presso il MIUR ex art. 66 del vigente C.C.N.L. ed ex artt. 2 e 3 della Direttiva Ministeriale 90/2003,

aggiornata con la Direttiva Ministeriale 170/2016

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