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Fino agli anni cinquanta del secolo scorso non esisteva altro modo per compiere lunghi viaggi se non quello ferroviario. Nella nostra Irpinia la strada ferrata più importante, quella che ha visto centinaia di migliaia di nostri conterranei abbandonare le proprie terre per cercare fortuna, era la Avellino – Rocchetta Sant’Antonio, oggi inopinatamente chiusa al traffico in nome di un incomprensibile anelito al “risparmio”. Nei fatti tale linea avrebbe potuto costituire un importante attrattore turistico, ma farlo comprendere ai burocrati di certa politica è come pretendere che un neonato comprenda le teorie di fisica quantistica. Quante lacrime sono state versate in quelle stazioni e quante storie hanno avuto inizio o fine: sarebbe impossibile raccontarle tutte. Tuttavia una è veramente simpatica.

Anni cinquanta. Un vecchio contadino sta per salire in vettura quando dai diffusori della stazione si annuncia «I signori viaggiatori sono pregati di prendere il treno che è in partenza».

Udito ciò il vecchio scende. Passa un altro treno, ed un altro ancora, e la storia si ripete, finché il capostazione non chiede al vecchio:

«Nonno, ma voi dovete prendere il treno?»

«Sì, devo andare ad Avellino».

«E perché non avete preso i treni che sono passati?»

«Perché la voce ha detto che i signori devono salire sul treno, ma io non sono un signore, io sono un contadino. Quando passa il treno dei cafoni?»

Colui che mi ha raccontato tale aneddoto mi ha giurato che è vero e non ho alcun motivo per non crederci. Fatto è che con la chiusura della linea ferroviaria gli inutili idioti responsabili di tale atto hanno annichilito non solo una grande storia, ma centomila microstorie di gente comune.

Onore dunque a quanti combattono per la sua riapertura, a cominciare dall’Associazione “InLocoMotivi” di Pietro Mitrione e dall’Associazione Liberamente, per finire a tutti gli intellettuali che negli anni si sono espressi su tale argomento.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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