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Il Vescovo Giacomo Candido

In memoria di don Salvatore Bardaro

Più si scava nella storia di Lacedonia, come di tanti altri paesi, più si scoprono personaggi grandiosi nella loro apparente normalità. E tale fu senza dubbio Giacomo Candido, già discepolo di San Filippo Neri a Roma, nominato Vescovo del nostro paese pochi anni prima che morisse: un tempo esiguo nel quale egli operò, ante e post mortem, innumerevoli prodigi, come attestato da un manoscritto del 1628.

Devo dire che sono trascorsi più di un paio di lustri dal giorno nel quale mons. Salvatore Bardaro, parroco a Lacedonia, mi fece chiamare per “chiedermi un piacere”, come egli mandò a dirmi. Se non che, i favori che egli talvolta mi chiedeva suonavano piuttosto come espressioni d’imperio o almeno io li percepivo come tali, come veri e propri ordini ai quali una sorta di militanza nella sua “famiglia allargata” mi impediva di sottrarmi, tanto era l’affetto che mi legava ad un sacerdote che aveva vissuto l’intera sua missione ecclesiastica, quasi sei decenni, a Lacedonia.

Don Salvatore, all’epoca, già era stato colpito da alcuni ictus cerebrali che tuttavia non ne avevano affatto appannato la lucidità e neppure lo avevano deprivato della volontà di operare a beneficio della Chiesa e della comunità sociale: semmai egli aveva inteso i pesanti colpi alla sua salute come “segnali” che gli imponevano di portare a termine nel più breve tempo possibile quanto egli aveva concepito e già parzialmente posto in essere.

Senza per nulla trascurare la sua missione pastorale, infatti, aveva concepito e creato il Museo Diocesano “S. Gerardo Maiella”, che ospita tra l’altro il celeberrimo “Pozzo del Miracolo”, e fidando sull’aiuto del tutto disinteressato di alcuni “volontari”, io compreso, da lui, volenti o nolenti, precettati, ne aveva aperto le porte al pubblico

Tra i suoi sogni, che egli sentiva di portare a compimento, v’era anche quello di valorizzare la figura di mons. Giacomo Candido, Vescovo che guidò la diocesi di Lacedonia negli ultimi scorci del 1500, che qui concluse la sua vita in odore di santità, venendovi per altro seppellito. In una pubblicazione egli si era espresso, in epigrafe, negli inequivocabili termini che seguono: «Con l’auspicio che possa essere ripreso il “Processus super Sanctitate et Miraculis Servi Dei Jacobi Candidi (o) Olim Episcopus Lacedoniae” smarrito durante la trasmissione dalla S. Congregazione delle Cause dei Santi all’Ill.mo Cardinale S. Clemente, avvenuta il 20 maggio 1628».

Come egli intendesse riportare all’attenzione della Santa Congregazione il casus di Giacomo Candido francamente non so dire, ma so che, comunque, quando don Salvatore decideva di muoversi non esistevano ostacoli che egli non riuscisse a scavalcare o ad aggirare. A me pareva e sembra ancora estremamente difficile che a distanza di tanti secoli si riesca a ritrovare un fascicolo “smarrito”, a meno che non giaccia negli archivi segreti della Santa Sede, e comunque non credo si possano riportare in vita i molti testimoni delle “gloriose gesta, non che [degli] innumerevoli prodigj operati da Dio, per mezzo del suo servo Monsignor Giacomo Candido”, come si esprimeva il Canonico Carmine Bizzarri quando, nel 1838, diede alle stampe un compendio della biografia del vescovo cinquecentesco, tratto da un’opera composta nel 600 da Padre Davino Guinigi Lucchese, della Congregazione della Madre di Dio, il cui manoscritto originale è conservato nel Museo San Gerardo, ma della cui persona poco o nulla è dato conoscere oltre al nome.

Ed appunto con l’opera del Bizzarri tra le mani don Salvatore mi accolse al piano superiore dell’Episcopio.

«Voglio che tu ne faccia una vulgata manipolando il linguaggio e attualizzandolo, perché sinceramente questo testo è “pesante” da leggere. Voglio che tutti conoscano Giacomo Candido e soprattutto, una volta pubblicato, con questo libro dobbiamo andare a Roma per provare a far riaprire il processo di canonizzazione».

Gli diedi la mia parola non mancando di chiedere quale fosse il tempo a mia disposizione ed egli mi fece intendere, a lettere chiarissime, che sentiva di non averne poi tantissimo. La sua percezione si rivelò, purtroppo, esatta: un paio di settimane dopo, visto che non usciva dal “seminario” da un paio di giorni, che non aveva celebrato messa e che non rispondeva all’insistente scampanellio, il caro Michelino, sacrestano ultranovantenne, si allarmò e ci indusse a poggiare una lunga scala al muro esterno dell’Episcopio perché potessimo penetrare all’interno da una finestra. Rotto un vetro, soccorremmo don Salvatore che giaceva sul letto, incapace di riconoscere, perché colpito da un’ischemia cerebrale.

Da allora sono trascorsi moltissimi anni e credo sia giunta l’ora di tenere fede alla mia promessa.

Un LUPO autentico non promette invano, per tale motivo porterò a conoscenza di tutta la popolazione la storia del venerato Servo di Dio Giacomo Candido, morto in odore di santità a Lacedonia.

mons bardaro

Una delle rare foto di Don Salvatore

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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