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Ho sempre reputato l'amico Paolo Saggese un "mahatma" della cultura, tale è la passione che egli profonde nei suoi studi, fidando su una mente per nulla avvezza ad accontentarsi di osservare il mare gnoseologico in superficie, bensì disposta ad immergersi nelle sue profondità onde accedere a livelli più elevati di conoscenza. Una stima, la mia, confortata da continue riprove del suo valore, che spesso gli guadagna riconoscimenti e premi, per quanto, con encomiabile umiltà, Paolo non faccia mai mostra di curarsene troppo.

E, dunque, mi accingo con entusiasmo ad esser parte della presentazione del suo romanzo "Lettera a un giudice", che si terrà a Lacedonia, presso il Museo della Religiosità Popolare, con inizio alle ore 17.30, domenica otto maggio, naturalmente del corrente anno (a scanso di equivoci). Alla stessa parteciperà, in qualità di relatore, anche il prezioso amico e finissimo intellettuale Alfonso Nannariello. L'evento è parte di un più ampio progetto di "alfabetizzazione etica" predisposto dall'UNLA di Lacedonia che si propone di diffondere e promuovere la "cultura della legalità", il solo strumento che potrebbe consentire al nostro Paese di evolvere e di evitare l'autoconsunzione.

Per quel che concerne i contenuti, non avendo ancora io letto le pregevoli pagine di Paolo, mi affido alla sua voce.

«In età matura, ho scoperto la mia vena di scrittore. Infatti, sino ad ora la mia scrittura era stata quasi esclusivamente saggistica o giornalistica, avendo scritto o curato più di quarantacinque volumi, incentrati prevalentemente sulla storia della Letteratura latina e italiana, sulla storia irpina contemporanea e sul meridionalismo, o su questioni concernenti l’attualità politica. Inoltre, da più di quindici anni, notevole è stato il mio impegno in campo giornalistico, avendo firmato un migliaio di interventi su numerose riviste, e prevalentemente su quotidiani quali “Il Mattino”, “Ottopagine”, “Il Corriere dell’Irpinia”, “Il quotidiano del Sud”, edizioni lucana e irpina, con alcune puntate anche sul “Corriere del Mezzogiorno”.

Ed ecco, da luglio, ha visto la luce il mio primo romanzo breve (o racconto lungo) “Lettera a un Giudice. Racconto fantastico sulla corruzione” (Magenes Editoriale, Milano), una lunga lettera divisa in trentatré parti indirizzata ad un Magistrato, e che è facilmente reperibile presso Librerie on line oppure presso le Mondadori e le Feltrinelli dei centri maggiori, nonché nelle edicole di Montella.

È il protagonista a scrivere, a raccontare la sua vicenda, intrisa di ironia, di autoironia, di amarezza dolorosa, di rabbia e indignazione.

È la storia di un cittadino, che ho chiamato simbolicamente Candido, omaggiando così evidentemente Voltaire e Sciascia. Quest’uomo decide di partecipare ad un concorso pubblico per Dirigenti indetto dalla “Repubblica dei Pomodori” (RDP). Studia, si impegna, consegue una preparazione ottimale, ma è clamorosamente “bocciato”. Ha inizio così un calvario, una sorta di discesa agli inferi per Candido e per la sua famiglia.

Infatti, il protagonista ha coltivato sino ad allora la granitica convinzione di vivere nel “migliore dei mondi possibili”, seguace ormai fuori tempo di Pangloss e dell’ottimismo leibniziano. Perciò, una volta risvegliatosi alla cruda realtà, si interroga ossessivamente sul mondo in cui vive, su questo inesorabile mondo balordo e capovolto, in cui è condannato a vivere, che premia il demerito e la disonestà e penalizza il merito e l’osservanza delle leggi.

Nel libro compaiono continuamente tante domande, che non trovano tuttora risposta: il conflitto tra diritto e legalità, il ruolo dei partiti e dei sindacati nel sistema pervasivo della corruzione, la selezione delle classi dirigenti (sempre più “digerenti”, avrebbe detto Sciascia).

Candido non trova risposte nella società, trova piuttosto interrogativi e consolazioni nei suoi amati compagni di viaggio, i libri, un po’ come il triste protagonista di un capolavoro di Elias Canetti, e nella sua famiglia, negli amici solidali e partecipi, nella religione civile dell’onestà.

È un libro doloroso, ma anche carico di speranza. Chi arriverà alla fine del romanzo, comprenderà bene le mie parole.

È un libro dedicato ai padri e ai figli, ai primi, che dovrebbero battersi per un mondo migliore, ai secondi, che hanno patito il triste destino di avere in sorte un mondo corrotto e apparentemente privo di speranza.

Ed infatti, Candido si chiede: come potrebbe un giovane serio, educato, studioso, accettare di vivere in questa Repubblica dei Pomodori? Dovrà solo sperare di fuggire quanto prima, di trovare ricovero in una nazione civile, se esiste ancora.

Ma allora, è vero, si chiede Caroline, la moglie, seguendo Corrado Alvaro: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile!”»

Tutta la popiolazione è caldamente invitata.

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