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bambini

Inizio dell'opera

Pablo Picasso ebbe ad affermare, con felicissima intuizione:

«Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi».

Nei fatti, dovunque ci siano bambini, di solito, c'è una esplosione di autentica creatività, che si nutre della fantasia ancora non repressa da freni inibitori, non gravata da concettualizzazioni promananti dal vissuto individuale, dai sedimenti dell'esistenza che si sono accumulati nel nostro intelletto, ma ancor di più nello spirito, seppellendo l'entusiasmo e la voglia di vivere ed ancora  soffocando, di fatto, la libertà dell'espressione, ed inoltre appannando lo sguardo che non riesce più a catturare l'essenza della realtà che ci circonda, il noumeno occultato dall'invadenza del fenomeno.

Vero è che più ci si allontana dalla sorgente e più l'acqua diventa torbida: non costituisce affatto luogo comune affermare che l'infanzia è lo specchio nel quale tutti dovremmo "rifletterci per riflettere" sulla nostra esistenza individuale e su quella delle comunità. Non dico nulla di nuovo, perché, peraltro, è un concetto contenuto nei Vangeli:«Chi non diventerà come questi bambini non entrerà nel Regno dei Cieli».

Al di là di tutto, laddove si odono scampanelii di risate infanti c'è vita e la signora in nero non può accampare alcun diritto di cittadinanza.

I bambini mi hanno scritto, di certo sotto la guida dei bravi insegnanti dell'Istituto Comprensivo "Torquato Tasso", guidato brillantemente dalla D. S. prof.ssa Sandra Salerni, ragion per la quale voglio pubblicare integralmente le loro parole, senza mancare di citare la referente del progetto de quo, prof.ssa Stefania Abatantuono.

 

Giuseppe, Domenico, Manuel, Carmine, Yuri hanno scritto:

Bisaccia, 04/06/2019

Egregio dott. …

Noi scuola primaria dell’Istituto “T. TASSO”, abbiamo realizzato due murales con l’autorizzazione dei proprietari. Tutte le classi sono andate a dipingere i muri. A causa del mal tempo non siamo usciti a dipingere di più, ma il lavoro è stato portato a termine. Noi vorremmo pubblicizzarlo sul vostro sito “Lupus In fabula” nella sezione cultura.

Cordiali saluti dalla classe 4^

 

spiegando contestualmente che:

Il primo disegno completato rappresenta un arcobaleno e dei bambini che lanciano un messaggio di pace con dei calligrammi ideati dalla classe quinta.

Il secondo disegno completato rappresenta un bambino che legge e immagina la scena.

 

Michele, Chiara, Lorenzo, Sophia, Erika hanno scritto:

Bisaccia, 01 giugno 2019

Egregio Dottor …

noi, bambini della classe 4° della scuola Primaria di Bisaccia, abbiamo realizzato con tutte le classi del nostro Plesso, un progetto chiamato: ‘’ Street art’’ o ‘’Arte di Strada’’.

Lo abbiamo fatto pitturando due pareti, ovviamente con il consenso dei proprietari.

Questo progetto intende avviare un percorso mirato alla conoscenza della cultura locale e alla valorizzazione del luogo in cui viviamo.

Gli insegnanti hanno ritenuto opportuno farci realizzare i disegni nei mesi primaverili, ma il tempo non è stato buono e non abbiamo potuto fare i disegni anche al Centro storico.

Il progetto, e quindi i disegni, sono stati svolti in via dei Tulipani.

Ne saremo molto grati se lei venisse a osservarli, fotografarli e magari pubblicarli sul vostro sito “Lupus in fabula”

Distinti saluti, la classe quarta.

 

specificando che:
Il 1° murale è stato realizzato con la tecnica di pittura semplice con i pennelli.

L’arcobaleno ha il segno della pace, il sole con i bambini rappresenta la libertà dei bambini del mondo.

Il 2° murale è stato realizzato con la tecnica delle spugne.

Il risultato finale rappresenta un bambino che legge la storia di Pinocchio.

 

Rachele, Maria, Nicola, Samantha, Antonio hanno scritto:

 

Bisaccia, 06/06/2019              

Egregio Dott.re …        

In questo mese, noi alunni di classe IV, insieme alle altre classi della scuola Primaria di Piano Regolatore, abbiamo realizzato un progetto chiamato “STREET ART” o “arte di strada”. Questi murales sono stati dipinti con varie tecniche e vari colori.

Le scriviamo questa lettera perché abbiamo lo scopo di mandare al suo sito “LUPUS IN FABULA” le immagini dei nostri murales.

Se l’abbiamo disturbata, ci perdoni.

Cordiali saluti.  

La classe IV.    

 

Altro che disturbo: non esiste nulla di più edificante che essere utili ai bambini.

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Il documentario “5x7 – il paese in una scatola”, di Michele Citoni , in concorso nella 12ma Mostra di cinema etnografico ETNOFILMfest chiusa ieri a Monselice (Pd), ha ricevuto la Menzione speciale della giuria. «Attraverso un'elaborata documentazione fotografica» nel film di Citoni la storia personale del fotografo e antropologo Frank Cancian «si fonde con storiche immagini di persone e luoghi in bianco e nero che riprendono a raccontare tradizioni e risvolti sociologici del Mezzogiorno italiano attraverso le voci e i volti del presente»: così scrivono, nella motivazione, i giurati Donatella Davanzo, antropologa culturale e fotografa documentarista, Luca Immesi, filmmaker e produttore, e Eduardo Masset, argentino, documentarista e creatore del Festival Internacional de Cine de la Patagonia FICP.

Il film di Citoni aveva già partecipato, in quel caso fuori concorso, al “Laceno d'Oro” di Avellino, festival cinematografico di primaria importanza nel Mezzogiorno nato nel 1959 per iniziativa di Camillo Marino e Giacomo d’Onofrio e con l'impulso decisivo di Pier Paolo Pasolini. È stato invece inserito in concorso nel festival veneto diretto dal regista e antropologo Fabio Gemo, appuntamento quasi unico a livello nazionale per la sua specifica caratterizzazione etnografica, che quest'anno ha selezionato 10 film tra circa 450 titoli.

L’edizione 2019 di ETNOFILMfest è stata dedicata al ricordo del regista Luigi Di Gianni, scomparso il 10 maggio scorso, che nei suoi documentari – a partire da “Magia lucana” del 1958 – ha rappresentato il sud anche grazie all'amicizia e alla collaborazione con l’antropologo Ernesto De Martino. Ed è un altro antropologo, lo statunitense Frank Cancian, a raccontare la propria esperienza del sud d’Italia nel

documentario “5x7 – il paese in una scatola”: il film racconta la realizzazione delle 1801 foto scattate da Cancian a Lacedonia (Av) nel 1957 e la nascita, sessant'anni dopo e alla presenza dello stesso Cancian, delpiccolo museo promosso dalla Pro Loco “Gino Chicone” che espone le foto e ne custodisce i negativi. Il filmsi avvale di diversi preziosi contributi, a cominciare dal montaggio di Roberto Mencherini e dalle musiche di KuNa e Pasquale Innarella Quartet, ed è stato prodotto dal regista Michele Citoni in collaborazione con ilMAVI - Museo Antropologico Visivo Irpino e con l'associazione LaPilart.

Attorno allo straordinario fondo fotografico del MAVI è iniziato dal 2017 un programma di iniziative culturali. Tra queste, il concorso-mostra annuale di fotografia documentaria “1801 passaggi” organizzato da LaPilart, la cui terza edizione sarà lanciata nei prossimi giorni.

Elisa Giammarino

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5x7 locandina

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Foto di Michele Mari

L’appuntamento è la sera del 31 maggio a Monselice, in provincia di Padova, nell’ambito della dodicesima edizione dell’ETNOFILMFest, festival pressoché unico a livello nazionale dedicato al cinema documentario etnografico e diretto dal regista e antropologo Fabio Gemo. L’edizione 2019 – che si apre oggi 30 maggio e si chiude il 2 giugno è dedicata a Luigi Di Gianni, il grande documentarista scomparso il 10 maggio scorso che ha rappresentato nei suoi lavori il sud e collaborato con l’antropologo Ernesto De Martino.

Ed è un altro antropologo, lo statunitense Frank Cancian, a raccontare la propria esperienza del sud d’Italia nel documentario del romano Michele Citoni, “5x7 – il paese in una scatola” (montaggio di Roberto Mencherini), in concorso all’ETNOFILMFest insieme ad altri 9 titoli e in programma il 31 alle 22.15 nel complesso monumentale San Paolo di Monselice. Il mediometraggio di Citoni – prodotto in collaborazionecon il MAVI Museo Antropologico Visivo Irpino e LaPilart racconta la realizzazione delle 1801 foto di FrankCancian a Lacedonia (Av) e la nascita del piccolo museo, promosso dalla Pro Loco “Gino Chicone”, cheespone le foto e ne custodisce i negativi, e che attorno ad esse ha iniziato dal 2017 un programma di iniziative culturali insieme all’associazione LaPilart.

«Tutto nasce da un’esperienza giovanile di Cancian risalente al 1957», spiega il regista: «ancora ventiduenne e appena laureato, Frank prima di intraprendere gli studi specialistici in antropologia era un fotografo autodidatta e avrebbe voluto proseguire la carriera di fotografo documentario. Aveva già una grande sensibilità etnografica e, arrivato a Lacedonia quasi per caso, scattò nel corso di sette mesi queste bellissime fotografie raccontando molti aspetti della vita quotidiana di una comunità rurale nel pieno di un’epocale passaggio di trasformazione. Un patrimonio visivo straordinario che però è rimasto per decenni in una scatola, perché l’autore aveva poi deciso di percorrere un’altra strada professionale come antropologo economico, che lo portò a svolgere un trentennale lavoro sul campo in Messico. Alcuni lacedoniesi –prosegue Citoni – hanno riscoperto le 1801 fotografie quasi sessant’anni dopo e con la fondazione del MAVI ne hanno sancito il grande valore, che io penso risieda non solo nel loro carattere di testimonianza storico-antropologica ma anche nella loro qualità formale ed espressiva e nella possibilità di farne uno strumento per promuovere la cultura critica dell’immagine».

Michele Citoni è un regista con molti anni di esperienza nel documentario cosiddetto “di creazione” ed ha partecipato, con i suoi film, a numerosi festival internazionali. Ha stretto un forte legame sentimentale con i territori irpini, dove ha collaborato con i festival “Cairano 7x” e “CarbonAria 2012”, con il MAVI e l’associazione LaPilart di Lacedonia, con il gruppo di progettazione +tstudio/rihabitat di Aquilonia, partecipando attivamente a progetti e vertenze territoriali e portando avanti una più che decennale attività di placetelling, testimoniata da diverse opere audiovisive e soprattutto da documentari. Tra questi: “Terre in moto” (2006), un viaggio nei paesi dell’Alto e Medio Sele più segnati dal sisma dell’80 e dal lungo post-sisma; “Avellino-Rocchetta, sospensione di viaggio” (2014), che intreccia il singolare racconto di una storia di emigrazione con le immagini della battaglia delle associazioni contro la dismissione della ferrovia storica voluta da De Sanctis; “Traduzioni” (2016), una testimonianza del possibile dialogo fra la tradizione artigianale e il design e l’arte contemporanea, come via di sviluppo locale e occasione di rigenerazione dei borghi abbandonati.

«Da anni attraverso questi luoghi cercando forse qualcosa di me stesso», riflette il regista romano, che cosìspiega la sua curiosità nei confronti di Cancian: «venuto a conoscenza delle foto di Frank, scattate sessant’anni fa proprio in questo territorio, ho voluto incontrarlo e filmarlo per trovare in questo fotografo/antropologo, osservatore estraneo ma partecipante come me, una risonanza che mi aiutasse a rispondere alla classica domanda dello scrittore-viaggiatore Bruce Chatwin: “che ci faccio qui?”».

Elisa Giammarino

MAVI

Foto del MAVI di LUPUS IN FABULA

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san filippo

Chi sono i Santi Patroni di Lacedonia e quali Santi ne sono i protettori? Su tale domanda corre una certa confusione sulla quale, con queste poche righe, spero di fare chiarezza. Pare che la diocesi di Lacedonia, nel suo periodo iniziale, si si sia affidata alle cure patronali, come riporta il Palmese, di Sant’Antonio Abate. Non c’è alcun modo per verificare tale notizia, ma io la accolgo per vera, considerata l’esistenza, fino alla fine del 1600, di una importante Chiesa a lui dedicata, quella nella quale fu celebrato il Giuramento dei Baroni ed in cui furono sepolte le spoglie mortali del Servo di Dio Giacomo Candido, Vescovo di Lacedonia morto nel 1608 in odore di santità. Fu poi abbattuta perché in quel luogo si scelse di impiantare la fabbrica della nuova Cattedrale con il suo campanile lapideo, ovverossia quella attuale.

Quando San Nicola di Myra abbia preso il posto di Sant’Antonio non è dato saperlo con certezza, ma si pensa che egli sia stato elevato a Patrono nella seconda metà del 1400, in seguito al devastante sisma del 1456, visto che fu riconsacrata in suo onore una Chiesa con portale gotico precedentemente dedicata a San Giovani Battista: ed il portale è purtroppo il solo elemento architettonico rimasto della originaria struttura, riedificata una infinità di volte in grazia dei periodici terremoti. Peraltro è uno dei santi che figurano nel Trittico quattrocentesco, insieme al Battista.

Dobbiamo attendere qualche secolo prima che San Filippo Neri diventasse Compatrono e Protettore. A tal proposito vorrei rilevare l’opera di ingenua disinformazione, certamente in buona fede, che taluno diffonde a mezzo web, asserendo che subito dopo il terremoto de quo i lacedoniesi, delusi da San Nicola, abbiano proclamato protettore San Filippo.

Peccato che Filippo Neri vide la luce a Firenze soltanto nel luglio del 1515 e che fu elevato agli onori degli altari nel 1622.

In realtà il culto filippino trova i suoi prodromi certi nella presenza a Lacedonia, dal 1606 al 1608, del Vescovo Giacomo Candido, che era stato suo discepolo presso l’oratorio romano, stante però il fatto che San Filippo fu proclamato ufficialmente Compatrono e Protettore soltanto l’8 di settembre del 1783, come riportano atti ufficiali ai quali ancora abbiamo accesso diretto. Quindi la sua chiesa è di quell’epoca.    

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