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La Memoria e l’Oro giallo d’Irpinia è il titolo della mostra fotografica firmata da Luisa Festa, finissima intellettuale nata a Napoli, ma molto legata all’Alta Irpinia, soprattutto a Lacedonia, paese di suo padre, nel quale non manca di ritornare ogni anno, così come faceva negli anni settanta, nei quali, studentessa di sociologia presso l’Università partenopea, amava fotografare le eterogenee epifanie della società coeva, che costituiscono l’oggetto più suggestivo dell’esposizione. Infatti la mostra de qua parte proprio da quegli anni, con le foto in bianco e nero che rappresentano le processioni e i momenti della tradizione legate al culto religioso. Quindi l’attenzione si sposta sulla vita quotidiana negli anni ottanta e novanta. I soggetti ritratti e proposti sono molteplici: si va da scene di vita quotidiana, ad abitazioni tipiche della società contadina, alle cavità tufacee che costellano le Rupi lacedoniesi, anch’esse, in antico, adibite ad unità abitative, ad un reportage fotografico sulla cosiddetta Casa del Diavolo, una costruzione ad altissimo interesse antropologico, alle fasi della lavorazione e della cottura del pane. Se, dunque, l’intento precipuo è quello di salvare la “memoria” dello status quo ante, relativo ad epoche lontanissime come quella romana oltre che alla vicina civiltà patriarcale, intenzione espressa chiaramente nel titolo, stante un divenire che muta ogni cosa rapidamente e drasticamente, con altrettanta chiarezza l’espressione “oro giallo” rivela i contenuti sui quali la speculazione intellettuale della festa si è soffermata: il pane, il grano, il tufo delle antichissime grotte, ovverossia l’aurea possibilità di sopravvivenza promanante dalla natura dei luoghi, specialmente in talune stagioni invase da cromatismi tendenti appunto al giallo. La mostra è stata allestita con la collaborazione della pro Loco e della delegazione regionale campana dell’UNLA, con il patrocinio del Comune di Lacedonia e dell’Associazione Madrigaleperlucia, oltre che dell’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli.

Per quel che concerne l’Autrice, questo un suo autoritratto:

«Ho incominciato a fotografare negli anni 70 contemporaneamente ai miei studi di Sociologia, quando in particolare seguivo le lezioni di antropologia culturale di Luigi lombardi Satriani e poi di Amalia Signorelli. Mi ero appassionata a questi temi perché mi riportavano con la memoria e con il cuore alla mia amata terra Irpina. I primi scatti fotografici sono stati dedicati, infatti , alle feste popolari, alla cultura contadina, alle tradizioni e alla vita quotidiana del Sud . La mia ricerca fotografica è stata sempre accompagnata da una osservazione partecipante in quanto vivevo l’esperienza che fotografavo. E come ben descriveva Ernesto De Martino l’antropologia è attenzione ai cambiamenti della sorte dell’umanità per cogliere le trasformazioni e il significato dei mutamenti. Con la stessa attenzione ed emozione ho fotografato la storia del movimento delle donne per il riscatto all’autodeterminazione, alla libertà e alla conquista dei diritti delle donne, dove è nata la mostra “ Fotografia di una storia 1968-2018 - Femminismo e movimenti delle donne a Napoli e in Campania” da me curata e organizzata e patrocinata dal Consiglio della Regione Campania, ospitata a Lacedonia ad agosto del 2018».

La presentazione della mostra, tenutasi il 7 agosto presso l’aula didattica del MAVI ha visto gli interventi di Esther Basile, dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, di Maria Rosaria Rubulotta, responsabile degli archivi fotografici dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, di Rocco Pignatiello, vicedirettore del MAVI, dello scrivente Michele Miscia, delegato regionale dell’UNLA e, naturalmente, della stessa Luisa Festa, in quanto autrice.

 

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Inizio dell'opera

Pablo Picasso ebbe ad affermare, con felicissima intuizione:

«Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi».

Nei fatti, dovunque ci siano bambini, di solito, c'è una esplosione di autentica creatività, che si nutre della fantasia ancora non repressa da freni inibitori, non gravata da concettualizzazioni promananti dal vissuto individuale, dai sedimenti dell'esistenza che si sono accumulati nel nostro intelletto, ma ancor di più nello spirito, seppellendo l'entusiasmo e la voglia di vivere ed ancora  soffocando, di fatto, la libertà dell'espressione, ed inoltre appannando lo sguardo che non riesce più a catturare l'essenza della realtà che ci circonda, il noumeno occultato dall'invadenza del fenomeno.

Vero è che più ci si allontana dalla sorgente e più l'acqua diventa torbida: non costituisce affatto luogo comune affermare che l'infanzia è lo specchio nel quale tutti dovremmo "rifletterci per riflettere" sulla nostra esistenza individuale e su quella delle comunità. Non dico nulla di nuovo, perché, peraltro, è un concetto contenuto nei Vangeli:«Chi non diventerà come questi bambini non entrerà nel Regno dei Cieli».

Al di là di tutto, laddove si odono scampanelii di risate infanti c'è vita e la signora in nero non può accampare alcun diritto di cittadinanza.

I bambini mi hanno scritto, di certo sotto la guida dei bravi insegnanti dell'Istituto Comprensivo "Torquato Tasso", guidato brillantemente dalla D. S. prof.ssa Sandra Salerni, ragion per la quale voglio pubblicare integralmente le loro parole, senza mancare di citare la referente del progetto de quo, prof.ssa Stefania Abatantuono.

 

Giuseppe, Domenico, Manuel, Carmine, Yuri hanno scritto:

Bisaccia, 04/06/2019

Egregio dott. …

Noi scuola primaria dell’Istituto “T. TASSO”, abbiamo realizzato due murales con l’autorizzazione dei proprietari. Tutte le classi sono andate a dipingere i muri. A causa del mal tempo non siamo usciti a dipingere di più, ma il lavoro è stato portato a termine. Noi vorremmo pubblicizzarlo sul vostro sito “Lupus In fabula” nella sezione cultura.

Cordiali saluti dalla classe 4^

 

spiegando contestualmente che:

Il primo disegno completato rappresenta un arcobaleno e dei bambini che lanciano un messaggio di pace con dei calligrammi ideati dalla classe quinta.

Il secondo disegno completato rappresenta un bambino che legge e immagina la scena.

 

Michele, Chiara, Lorenzo, Sophia, Erika hanno scritto:

Bisaccia, 01 giugno 2019

Egregio Dottor …

noi, bambini della classe 4° della scuola Primaria di Bisaccia, abbiamo realizzato con tutte le classi del nostro Plesso, un progetto chiamato: ‘’ Street art’’ o ‘’Arte di Strada’’.

Lo abbiamo fatto pitturando due pareti, ovviamente con il consenso dei proprietari.

Questo progetto intende avviare un percorso mirato alla conoscenza della cultura locale e alla valorizzazione del luogo in cui viviamo.

Gli insegnanti hanno ritenuto opportuno farci realizzare i disegni nei mesi primaverili, ma il tempo non è stato buono e non abbiamo potuto fare i disegni anche al Centro storico.

Il progetto, e quindi i disegni, sono stati svolti in via dei Tulipani.

Ne saremo molto grati se lei venisse a osservarli, fotografarli e magari pubblicarli sul vostro sito “Lupus in fabula”

Distinti saluti, la classe quarta.

 

specificando che:
Il 1° murale è stato realizzato con la tecnica di pittura semplice con i pennelli.

L’arcobaleno ha il segno della pace, il sole con i bambini rappresenta la libertà dei bambini del mondo.

Il 2° murale è stato realizzato con la tecnica delle spugne.

Il risultato finale rappresenta un bambino che legge la storia di Pinocchio.

 

Rachele, Maria, Nicola, Samantha, Antonio hanno scritto:

 

Bisaccia, 06/06/2019              

Egregio Dott.re …        

In questo mese, noi alunni di classe IV, insieme alle altre classi della scuola Primaria di Piano Regolatore, abbiamo realizzato un progetto chiamato “STREET ART” o “arte di strada”. Questi murales sono stati dipinti con varie tecniche e vari colori.

Le scriviamo questa lettera perché abbiamo lo scopo di mandare al suo sito “LUPUS IN FABULA” le immagini dei nostri murales.

Se l’abbiamo disturbata, ci perdoni.

Cordiali saluti.  

La classe IV.    

 

Altro che disturbo: non esiste nulla di più edificante che essere utili ai bambini.

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Il documentario “5x7 – il paese in una scatola”, di Michele Citoni , in concorso nella 12ma Mostra di cinema etnografico ETNOFILMfest chiusa ieri a Monselice (Pd), ha ricevuto la Menzione speciale della giuria. «Attraverso un'elaborata documentazione fotografica» nel film di Citoni la storia personale del fotografo e antropologo Frank Cancian «si fonde con storiche immagini di persone e luoghi in bianco e nero che riprendono a raccontare tradizioni e risvolti sociologici del Mezzogiorno italiano attraverso le voci e i volti del presente»: così scrivono, nella motivazione, i giurati Donatella Davanzo, antropologa culturale e fotografa documentarista, Luca Immesi, filmmaker e produttore, e Eduardo Masset, argentino, documentarista e creatore del Festival Internacional de Cine de la Patagonia FICP.

Il film di Citoni aveva già partecipato, in quel caso fuori concorso, al “Laceno d'Oro” di Avellino, festival cinematografico di primaria importanza nel Mezzogiorno nato nel 1959 per iniziativa di Camillo Marino e Giacomo d’Onofrio e con l'impulso decisivo di Pier Paolo Pasolini. È stato invece inserito in concorso nel festival veneto diretto dal regista e antropologo Fabio Gemo, appuntamento quasi unico a livello nazionale per la sua specifica caratterizzazione etnografica, che quest'anno ha selezionato 10 film tra circa 450 titoli.

L’edizione 2019 di ETNOFILMfest è stata dedicata al ricordo del regista Luigi Di Gianni, scomparso il 10 maggio scorso, che nei suoi documentari – a partire da “Magia lucana” del 1958 – ha rappresentato il sud anche grazie all'amicizia e alla collaborazione con l’antropologo Ernesto De Martino. Ed è un altro antropologo, lo statunitense Frank Cancian, a raccontare la propria esperienza del sud d’Italia nel

documentario “5x7 – il paese in una scatola”: il film racconta la realizzazione delle 1801 foto scattate da Cancian a Lacedonia (Av) nel 1957 e la nascita, sessant'anni dopo e alla presenza dello stesso Cancian, delpiccolo museo promosso dalla Pro Loco “Gino Chicone” che espone le foto e ne custodisce i negativi. Il filmsi avvale di diversi preziosi contributi, a cominciare dal montaggio di Roberto Mencherini e dalle musiche di KuNa e Pasquale Innarella Quartet, ed è stato prodotto dal regista Michele Citoni in collaborazione con ilMAVI - Museo Antropologico Visivo Irpino e con l'associazione LaPilart.

Attorno allo straordinario fondo fotografico del MAVI è iniziato dal 2017 un programma di iniziative culturali. Tra queste, il concorso-mostra annuale di fotografia documentaria “1801 passaggi” organizzato da LaPilart, la cui terza edizione sarà lanciata nei prossimi giorni.

Elisa Giammarino

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5x7 locandina

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Foto di Michele Mari

L’appuntamento è la sera del 31 maggio a Monselice, in provincia di Padova, nell’ambito della dodicesima edizione dell’ETNOFILMFest, festival pressoché unico a livello nazionale dedicato al cinema documentario etnografico e diretto dal regista e antropologo Fabio Gemo. L’edizione 2019 – che si apre oggi 30 maggio e si chiude il 2 giugno è dedicata a Luigi Di Gianni, il grande documentarista scomparso il 10 maggio scorso che ha rappresentato nei suoi lavori il sud e collaborato con l’antropologo Ernesto De Martino.

Ed è un altro antropologo, lo statunitense Frank Cancian, a raccontare la propria esperienza del sud d’Italia nel documentario del romano Michele Citoni, “5x7 – il paese in una scatola” (montaggio di Roberto Mencherini), in concorso all’ETNOFILMFest insieme ad altri 9 titoli e in programma il 31 alle 22.15 nel complesso monumentale San Paolo di Monselice. Il mediometraggio di Citoni – prodotto in collaborazionecon il MAVI Museo Antropologico Visivo Irpino e LaPilart racconta la realizzazione delle 1801 foto di FrankCancian a Lacedonia (Av) e la nascita del piccolo museo, promosso dalla Pro Loco “Gino Chicone”, cheespone le foto e ne custodisce i negativi, e che attorno ad esse ha iniziato dal 2017 un programma di iniziative culturali insieme all’associazione LaPilart.

«Tutto nasce da un’esperienza giovanile di Cancian risalente al 1957», spiega il regista: «ancora ventiduenne e appena laureato, Frank prima di intraprendere gli studi specialistici in antropologia era un fotografo autodidatta e avrebbe voluto proseguire la carriera di fotografo documentario. Aveva già una grande sensibilità etnografica e, arrivato a Lacedonia quasi per caso, scattò nel corso di sette mesi queste bellissime fotografie raccontando molti aspetti della vita quotidiana di una comunità rurale nel pieno di un’epocale passaggio di trasformazione. Un patrimonio visivo straordinario che però è rimasto per decenni in una scatola, perché l’autore aveva poi deciso di percorrere un’altra strada professionale come antropologo economico, che lo portò a svolgere un trentennale lavoro sul campo in Messico. Alcuni lacedoniesi –prosegue Citoni – hanno riscoperto le 1801 fotografie quasi sessant’anni dopo e con la fondazione del MAVI ne hanno sancito il grande valore, che io penso risieda non solo nel loro carattere di testimonianza storico-antropologica ma anche nella loro qualità formale ed espressiva e nella possibilità di farne uno strumento per promuovere la cultura critica dell’immagine».

Michele Citoni è un regista con molti anni di esperienza nel documentario cosiddetto “di creazione” ed ha partecipato, con i suoi film, a numerosi festival internazionali. Ha stretto un forte legame sentimentale con i territori irpini, dove ha collaborato con i festival “Cairano 7x” e “CarbonAria 2012”, con il MAVI e l’associazione LaPilart di Lacedonia, con il gruppo di progettazione +tstudio/rihabitat di Aquilonia, partecipando attivamente a progetti e vertenze territoriali e portando avanti una più che decennale attività di placetelling, testimoniata da diverse opere audiovisive e soprattutto da documentari. Tra questi: “Terre in moto” (2006), un viaggio nei paesi dell’Alto e Medio Sele più segnati dal sisma dell’80 e dal lungo post-sisma; “Avellino-Rocchetta, sospensione di viaggio” (2014), che intreccia il singolare racconto di una storia di emigrazione con le immagini della battaglia delle associazioni contro la dismissione della ferrovia storica voluta da De Sanctis; “Traduzioni” (2016), una testimonianza del possibile dialogo fra la tradizione artigianale e il design e l’arte contemporanea, come via di sviluppo locale e occasione di rigenerazione dei borghi abbandonati.

«Da anni attraverso questi luoghi cercando forse qualcosa di me stesso», riflette il regista romano, che cosìspiega la sua curiosità nei confronti di Cancian: «venuto a conoscenza delle foto di Frank, scattate sessant’anni fa proprio in questo territorio, ho voluto incontrarlo e filmarlo per trovare in questo fotografo/antropologo, osservatore estraneo ma partecipante come me, una risonanza che mi aiutasse a rispondere alla classica domanda dello scrittore-viaggiatore Bruce Chatwin: “che ci faccio qui?”».

Elisa Giammarino

MAVI

Foto del MAVI di LUPUS IN FABULA

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