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Che cosa ne è stato di quella fortunata generazione che ha vissuto gli anni verdi in quei fantastici, mitici anni settanta?

Il vento della vita ha eroso i nostri giorni e ci ha schiaffeggiato, scavandoci come roccia sedimentaria, come il tufo delle nostre alture, che talora franano o semplicemente si consumano.

Della nostra antica avvenenza non resta che un capello in bilico sul cranio, monumento ai “caduti”, testimone silente di passate fluenti chiome. La pelle, un tempo tesa e liscia, s’è appassionata anch’essa allo sport estremo del momento, il bungee jumping, e quindi si getta nel vuoto dalle orbite oculari o dai pettorali, ch’erano scolpiti nel marmo, e … da non dico dove: nelle innominate parti talvolta ci si inciampa. Come s’inciampa spesso nell’incredulità. Pareva impossibile che il simpatico giovane ribelle che viveva in tutti noi potesse mai trasformarsi nell’adulto rassegnato, abituato ai calci dell’esistenza, spesso incapace di reagire.

Dove sono finiti quei giovani scanzonati, sempre pronti allo scherzo, impegnati a disimpegnarsi, amanti della compagnia, portatori di una creatività che induceva ad inventarsi l’esistenza ogni giorno, eppure umanamente partecipi e solidali nei confronti altrui? Possibile mai che abbiano lasciato campo libero ad una miriade di adulti ego inferociti, concentrati solo su se stessi e sui propri affari, incuranti della deriva altrui?

Questo non lo credo!

Talvolta mi capita di udire, nei più remoti anfratti dei miei timpani, la voce di quei giovani, ivi compresa la mia, e capisco che loro ci sono ancora, magari imprigionati in qualche strato d’adipe di troppo e sicuramente dalle sbarre forgiate dalla vita, che taluni avvertono soltanto alla stregua d’un rosario di disillusioni, che comprimono e incattiviscono l’animo. Altri, abbagliati dai richiami del vitello d’oro, lo hanno elevato a meta esistenziale e non si avvedono che non sono loro a possedere il denaro ma è il denaro che li possiede. Ed in tal modo antiche amicizie, che parevano eterne, si sono dissolte al primo alitar del vento dell’interesse personale, la gioia di vivere è spesso sepolta sotto le ceneri delle esplosive eruzioni di rabbia, la musica tace e tace il giovane che è in noi.

Vi rivelerò un segreto.

Non è possibile invecchiare, perché lo spirito vive al di fuori delle categorie del tempo e dello spazio, essendo immateriale, come lo è il pensiero.

La percezione di se stessi è frutto di libera scelta: tocca a noi decidere la nostra età.

Ma … alzi la mano chi pensa che il discorso si stia facendo serio. La mia s’è alzata. Prometto di non scivolare più in una “serietà” banalmente nostalgica. La nostalgia la lasciamo ai vecchi. Che ve ne pare?

Ed allora ritorniamo alla domanda iniziale. Che ne è stato di quanti, io compreso, per virtù d’anagrafe negli anni settanta erano adolescenti e giovani?

Eccoci …

Noi siamo quelli che da giovani credevano d’essere adulti e da adulti credono d’essere giovani.

Siamo quelli che guardandosi allo specchio vedono soltanto le rughe degli altri.

Siamo quelli che sapevano bene che cosa tirava più di un carro di buoi …

e siamo quelli che si meravigliano se oggi i buoi hanno l’affanno.

Noi siamo quelli che difendevano i propri diritti e lasciavano i doveri agli altri.

Siamo quelli che interrogati a scuola si avvalevano della facoltà di non rispondere.

Siamo quelli che beccavano in un giorno un tre in tre materie diverse ed erano felici di aver fatto il “buongioco”.

Siamo quelli che senza una lira in tasca vivevano come principi.

Siamo quelli che con un giradischi mezzo scassato mettevano in piedi una discoteca.

E siamo quelli che “cazzeggiavano”, via etere, sui mhz delle prime radio libere.

Siamo i “lampi” delle mitiche squadre di calcio e siamo i Fantomas, le Onde Rosse, le Polveri di Stelle dei tornei interni.

E siamo quelli che creavano complessi non essendo complessati.

Siamo quelli che talvolta suonavano ad orecchio, ma non per questo erano “orecchioni”.

Siamo quelli per cui la serietà più profonda consisteva nel non prendersi mai sul serio.

Siamo quelli che ci provavano con tutte e rimbalzavano con molte.

Siamo quelli che pensavano d’essere cacciatori e in realtà erano prede.

Siamo quelli che frequentavano l’azione cattolica per abbordare le convittrici …

e siamo quelli che guai se ci beccava la suora.

Siamo quelli che s’avvolgevano di fumo e di oscurità accanto al juke box del “bar di Gerardo”, perennemente in penombra, e siamo quelli che nel buio allungavano la mano e protendevano le labbra.

E l’altra metà del cielo?

Erano quelle che cominciavano a portare i pantaloni.

Erano quelle che uscivano in pubblico anche con i ragazzi.

Quelle che cominciavano a tirare fumo da una sigaretta.

Erano quelle che finalmente guidavano l’automobile.

Erano quelle della liberazione delle donne.

Quelle che urlavano slogan femministi.

Quelle che ci mettevano spesso in un angolo.

Quelle che ci facevano penare.

Quelle irraggiungibili che talvolta ci raggiungevano.

Quanto erano belle le ragazze dei mitici anni ’70.

Il tempo batte violentemente sull’incudine delle storie personali e sulle vecchie foto, ma se riesce a raggrinzire la carta, anche a spezzarla, a sbiadire le immagini, nulla può sullo spirito che da esse promana, su quella giovialità immortale e sempreverde che erompe da quei sorrisi, da quelle braccia levate in segno di vittoria. Ciò che fummo saremo per sempre.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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