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Si è tenuta stamane (4 giugno 2019), presso l'Ios "Francesco De Sanctis" di Lacedonia, la cerimonia di consegna delle certificazioni linguistiche del Trinity College agli studenti dei vari indirizzi, ordini e gradi della scuola de qua. La formazione tra i banchi lacedoniesi, dunque, volge la prua verso le nuove e fondamentali esigenze della società in questo primo scorcio del terzo millennio, tra le quali la conoscenza di una lingua differente da quella madre, nella fattispecie l'inglese, risulta essere importantissima, indispensabile freccia in faretra per i giovani chiamati ad affrontare un futuro che, purtroppo, non si prospetta per nulla facile. Non per caso conoscere almeno un idioma differente dal proprio costituisce competenza chiave del cittadino d'Europa, così come raccomandato dall'U.E. nel 2006 e ribadito dal Consiglio europeo con la Raccomandazione del 22 maggio 2018.

È da dire che il documento acquisito nella giornata odierna è valido in tutti gli Stati dell'Unione ed anche nei Paesi con i quali sussistono specifici trattati, ragion per la quale è importantissimo acquisirlo, anche per costruire un curriculum personale lavorativamente spendibile. 

La consegna dei diplomi è stata posta in essere direttamente dal responsabile regionale dell'ente certificatore, prof. Raffaele Nasti, alla presenza della D. S. prof.ssa Silvana Rita Solimine, da un anno alla guida dell'IOS "De Sanctis" di Lacedonia, che ha espresso la propria soddisfazione, tangibile, peraltro, nei docenti di lingua straniera interni, che hanno curato il progetto, ovvero i proff. Sergio Iannece, Paola Villanova e Daniela Flammia.

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Il documentario “5x7 – il paese in una scatola”, di Michele Citoni , in concorso nella 12ma Mostra di cinema etnografico ETNOFILMfest chiusa ieri a Monselice (Pd), ha ricevuto la Menzione speciale della giuria. «Attraverso un'elaborata documentazione fotografica» nel film di Citoni la storia personale del fotografo e antropologo Frank Cancian «si fonde con storiche immagini di persone e luoghi in bianco e nero che riprendono a raccontare tradizioni e risvolti sociologici del Mezzogiorno italiano attraverso le voci e i volti del presente»: così scrivono, nella motivazione, i giurati Donatella Davanzo, antropologa culturale e fotografa documentarista, Luca Immesi, filmmaker e produttore, e Eduardo Masset, argentino, documentarista e creatore del Festival Internacional de Cine de la Patagonia FICP.

Il film di Citoni aveva già partecipato, in quel caso fuori concorso, al “Laceno d'Oro” di Avellino, festival cinematografico di primaria importanza nel Mezzogiorno nato nel 1959 per iniziativa di Camillo Marino e Giacomo d’Onofrio e con l'impulso decisivo di Pier Paolo Pasolini. È stato invece inserito in concorso nel festival veneto diretto dal regista e antropologo Fabio Gemo, appuntamento quasi unico a livello nazionale per la sua specifica caratterizzazione etnografica, che quest'anno ha selezionato 10 film tra circa 450 titoli.

L’edizione 2019 di ETNOFILMfest è stata dedicata al ricordo del regista Luigi Di Gianni, scomparso il 10 maggio scorso, che nei suoi documentari – a partire da “Magia lucana” del 1958 – ha rappresentato il sud anche grazie all'amicizia e alla collaborazione con l’antropologo Ernesto De Martino. Ed è un altro antropologo, lo statunitense Frank Cancian, a raccontare la propria esperienza del sud d’Italia nel

documentario “5x7 – il paese in una scatola”: il film racconta la realizzazione delle 1801 foto scattate da Cancian a Lacedonia (Av) nel 1957 e la nascita, sessant'anni dopo e alla presenza dello stesso Cancian, delpiccolo museo promosso dalla Pro Loco “Gino Chicone” che espone le foto e ne custodisce i negativi. Il filmsi avvale di diversi preziosi contributi, a cominciare dal montaggio di Roberto Mencherini e dalle musiche di KuNa e Pasquale Innarella Quartet, ed è stato prodotto dal regista Michele Citoni in collaborazione con ilMAVI - Museo Antropologico Visivo Irpino e con l'associazione LaPilart.

Attorno allo straordinario fondo fotografico del MAVI è iniziato dal 2017 un programma di iniziative culturali. Tra queste, il concorso-mostra annuale di fotografia documentaria “1801 passaggi” organizzato da LaPilart, la cui terza edizione sarà lanciata nei prossimi giorni.

Elisa Giammarino

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Una solenne celebrazione religiosa, presieduta da S. E. il Vescovo Sergio Melillo, ha accompagnato ieri (2 giugno 2019) il commosso commiato a don Sabino Scolamiero, che lascia il parrocato per raggiunti limiti di età (81 anni) e, al contempo, ha salutato l'insediamento alla guida della parrocchia della Cattedrale di don Giuseppe, già parroco di Santa Maria Della Cancellata. Presenti alla concelebrazione, tra gli altri, don Roberto Di Chiara, che a Lacedonia ha prestato il suo servizio eccellente servizio, e don Gerardo Ruberto, parroco di Vallata, che ha letto la bolla di nomina redatta dall'episcopato aranese-lacedoniese. Hanno espresso il loro saluto, a nome della comunità, che ha gremito la chiesa cattedrale, il sindaco di Lacedonia avv. Antonio Di Conza e la ministra del Terzo Ordine francescano locale prof.ssa Rosaria Pasciuti. Presenti i membri della giunta comunale e molti dei consiglieri, con il comandante della polizia municipale comm. Caponigro e il comandante della stazione CC. maresciallo Casadei. Il sindaco, in forza del suo ruolo, ha parlato a nome della cittadinanza e di seguito riportiamo il suo intervento in maniera integrale.

«Porgo il più caloroso saluto a Sua Eccellenza il nostro Vescovo, ai sacerdoti tutti e mi accingo ad esprimere i sensi della nostra gratitudine al caro don Sabino e il cordialissimo benvenuto “bis” a don Giuseppe. Poche saranno le mie parole, ma tutte rigorosamente forgiate nel cuore piuttosto che nella mente, così come si deve quando si parla di persone che ci sono care e che si sono gravate di un compito così alto e difficile.

Sembra ieri…sembra ieri quando nella semplicità e nel silenzio di chi per la prima volta entra in casa di persone che non si conoscono, un sacerdote un po’ più giovane di oggi varcava la soglia di questa chiesa, di questa comunità parrocchiale. Sembra ieri! Il tempo è trascorso veloce ed inesorabile. Questo accade tutte le volte che si vivono rapporti umani veri e autentici. Caro don Sabino, nel pensare in questi giorni all’ulteriore cambiamento che sta vivendo la nostra comunità, pensavo a San Francesco d’Assisi il quale nutriva un’autentica venerazione per i sacerdoti, al punto che, incontrandoli, si chinava a baciare loro non solo le mani, perché avevano maneggiato il Corpo di Cristo e si erano immerse nel suo Sangue, ma anche i piedi. Aveva una così alta considerazione della funzione sacerdotale da non reputarsene degno, tanto è vero che era solito dire: «Se io incontrassi un sacerdote ed un Angelo, saluterei prima il sacerdote e poi l’Angelo».

Tale considerazione nei confronti del clero, negli anni (riforma protestante, avvento della filosofia illuminista, Rivoluzione francese, oppure i mutamenti sociali in Italia intervenuti a partire dal 1968 che hanno spalancato le porte ad un laicismo fondamentalista estremamente deleterio) ha subito alcuni contraccolpi.

Nonostante questo, però, la figura del prete, specialmente se inserita in un contesto quale quello ristretto di un paese o di una periferia urbana, penalizzata e marginale, è sempre stata e continua ad essere essenziale all’esistenza tanto dei singoli quanto della comunità intera. Essa è presente, perché è richiesta, in tutti i momenti salienti della nostra epifania in questo mondo, a partire dalla nascita per giungere all’estremo saluto. E tu caro don Sabino in questi anni tra noi a Lacedonia sei sempre stato presente. Hai incarnato in pieno la figura del vero sacerdote se è vero che il sacerdote è la persona che ci ascolta, che ci consiglia, alla quale si affidano i segreti più intimi, ma anche le ansie più insistenti, le sofferenze che non scarseggiano nella vita di nessun essere umano. È colui sulle cui spalle ci sentiamo autorizzati a deporre le nostre pesanti croci e che egli molto spesso accoglie senza battere ciglio.

Ma si sa: la gratitudine è merce molto rara in questo mondo, ragion per la quale persiste il pregiudizio anticlericale, al punto che spesso –ma questo è inevitabile- si ascoltano discorsi del tipo: «Io credo in Gesù Cristo, ma non nella Chiesa cattolica», e si mettono in evidenza i limiti o i difetti che un sacerdote che è anche una persona ha e non potrebbe non avere. L’altro giorno quando sei venuto in comune per invitare l’Amministrazione a questa giornata di festa mi hai commosso quando con un vero e proprio atto di abbandono a Dio mi hai detto che la parola che ti ha guidato in tutti gli anni di sacerdozio è stata: «Lascia tutto, prendi la tua croce e seguimi». E tu nel pieno spirito di obbedienza lo hai fatto anche cantando con le parole di un salmo.

Penso di interpretare un sentire abbastanza condiviso, nel rispetto naturalmente di tutte le sensibilità, anche di quelle lontane dalla religione, affermando che un paese non sarebbe tale senza la sua chiesa, intesa tanto come luogo fisico, ovvero nell’accezione di tempio del Signore, quanto in quella di comunità di credenti. Cosa sarebbero i nostri paesi senza il loro campanile e senza il suono argentino delle campane a scandire i momenti della giornata, ma, di più, della vita intera?

E cosa sarebbe un paese che non potesse contare sulla figura di un sacerdote disposto all’ascolto, all’aiuto e all’accompagnamento delle persone, spesso quelle più fragili, lungo i sentieri talvolta impervi, talaltra tortuosi della vita?

Ebbene, sono qui oggi ad interpretare ed esternare un sentimento condiviso dalla intera comunità che mi onoro di rappresentare porgendo a don Sabino Scolamiero i sensi della nostra gratitudine e quelli del nostro affetto.

Egli ha operato per oltre sedici anni tra di noi, nella qualità di parroco, con la sua personalità e la sua energia, diffondendo la Parola di Dio, ma anche attraverso un impegno sociale per nulla affatto trascurabile, per di più nel silenzio che il santo Vangelo impone a chi ben opera a favore del prossimo.

Il tempo, però, tiranno inclemente al quale nessun essere umano può sfuggire, ha battuto i suoi rintocchi sull’orologio della storia ed è giunto il momento del commiato dalla funzione di parroco, non già, certamente, dal nostro pensiero e né dalle opere buone che ancora tu, caro don Sabino, certamente porrai in essere a profusione, e neppure dall’apostolato che ancora ti attende, perché ERIS SACERDOS IN AETERNUM!

Carissimo don Sabino, in questo giorno voglio manifestarti tutto l’affetto che, magari, i tuoi parrocchiani per senso del pudore non ti hanno mai completamente esternato, accanto alla stima e alla gratitudine che meriti.

Ti ricorderemo per la tua intelligenza umana e spirituale che ti ha permesso di affrontare con coraggio e dedizione il tuo incarico sacerdotale in una comunità di sicuro ricca ma complessa. E penso che lo hai sperimentato. È proprio la tua intelligenza umana e spirituale che ti ha consentito di ottenere il rispetto e l’affetto delle persone, che ti ha dato la forza di prestare orecchio alle lodi di critici sinceri e di affrontare ed accettare giudizi meno positivi. È proprio la tua intelligenza umana e spirituale che ci ha aiutato a far emergere in ognuno di noi gli aspetti positivi e a curare quelli negativi. Per questo ti diciamo grazie. Non so e non sappiamo cosa farai e dove andrai ma di sicuro ci mancherai: ci mancherà la tua energia, il tuo vigore spirituale, il tuo ottimismo. Ci mancheranno persino le tue lunghe omelie domenicali ad occhi chiusi che a volte hanno rischiato di far bruciare il sugo sui fornelli delle nostre care concittadine . Battute a parte ti diciamo grazie per per tutto quanto hai dato alla nostra comunità e che sono sicuro apprezzeremo ancora di più da ora in avanti.

Ma oggi, oltre a subire il dolore del distacco, siamo anche chiamati ad assaporare la gioia dell’accoglienza, siamo chiamati ad accogliere il nostro nuovo parroco. È per questo che do il mio benvenuto da parroco, a nome della comunità di Lacedonia, a Don Giuseppe. Lacedonia ti ha accolto tanti anni fa e oggi ti riabbraccia da parroco. Noi ti aiuteremo a sentirti parte integrante di questa comunità per compiere insieme i primi passi per affrontare le sfide che questo paese deve vincere.

Don Giuseppe, sei qui per continuare l’opera di don Sabino. Tutta la comunità di Lacedonia ti augura di compiere la tua missione nella grazia e nella pace di Nostro Signore Gesù Cristo, sorretto in ogni momento dalla potenza dello Spirito Santo.

Caro don Sabino, caro don Giuseppe, oggi inizia una nuova esperienza ma prosegue il cammino che coraggiosamente avete intrapreso quando avete deciso di unirvi al Signore. Perciò vi auguriamo con tutto il nostro cuore: Buon cammino, consapevoli del fatto che ogni sacerdote è un dono di Dio e come dicevo all’inizio “ERIS SACERDOS IN AETERNUM

Lacedonia 02 giugno 2019

Il Sindaco di Lacedonia

Antonio Di Conza

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Don Gerardo legge la bolla di nomina di don Guseppe

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S. E. il Vescovo Sergio Melillo

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Un momento della solenne concelebrazione eucaristica

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Il discorso del sindaco Antonio Di Conza

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La consegna di una targa ricordo a don Sabino

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La consegna di una targa ricordo a don Giuseppe

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Il discorso di don Giuseppe

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Il discorso di Rosaria Pasciuti

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Il discorso di don Sabino

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La chiesa gremita

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Il commiato

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Sono stati davvero 90 minuti di guerra, ma di una guerra lampo, quelli che hanno segnato lo scontro tra un inarrestabile Lacedonia, che si salva e rimane in prima categoria, e l'Abellinum di Atripalda, che invece scende nella categoria inferiore insieme alla Vallatese e allo Sportig Ariano. Tre i goal rifilati agli avversari: una rete di Caggiano e una doppietta di Pagliarulo.

Legittima la soddisfazione di zio Sergio e soci della Brigata Pitbull, i quali costituiscono una tifoseria estremamente corretta, che ama gemellarsi con le squadre avversarie. È autentica passione quella che li anima, del tutto disinteressata, pertanto ritengo che il prossimo anno occorra fare veramente di tutto pur di riuscire a rifare un campionato degno di questo nome. Soddisfazione anche nella dirigenza, presieduta da Michele Rizzi.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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