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corna razziali

Da queste parti non siamo mai stati moralisti, ma andremo ugualmente in paradiso perché non siamo noi che ci teniamo lontano dal peccato essendo il peccato che si tiene lontano da noi. Eppure non abbiamo potuto fare a meno di meravigliarci quando abbiamo scoperto per caso, su un social network, un gruppo che raccoglie gli amanti dei tradimenti e dei rendez vous extraconiugali aperto da persone del nostro capoluogo. Lungi da essere stinchi di santo, gli Irpini a denominazione d’origine controllata tengono in genere molto alla loro dignità e francamente troviamo poco dignitosa una iniziativa di tal fatta. E questo per una serie di motivi. Innanzitutto un social accessibile a tutti non dovrebbe essere trasformato in una casa di appuntamenti virtuale, anche se in un gruppo chiuso, ferma restando la libertà di ognuno di fare della sua vita quel che gli aggrada. In secondo luogo troviamo quanto meno di cattivo gusto spiattellare ai quattro venti certe cose mettendoci anche la faccia e deprivando, peraltro, la sfera sessuale dell’alone di mistero che la rende sicuramente più attrattiva. Ma la vera domanda è un’altra: con chi si dovranno mai incontrare i “membri” del gruppo se sono tutti maschi?

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FOTO PEZZO BISACCIA

Pareggio spettacolare quello a cui hanno assistito gli spettatori accorsi ieri sera alla Tendostruttura del centro sportivo Aldo Scotece di Bisaccia. 4 a 4 il risultato finale. A confronto la Polisportiva Bisaccese calcio a 5 femminile e l'Ausculum Medievalis di Ascoli Satriano, rispettivamente la seconda e la prima in classifica del campionato interregionale US Acli Foggia.‎ Partita avvincente ed estremamente corretta quella che hanno disputato le due squadre legate da sempre anche da un ottimo rapporto societario. Partono bene entrambe le formazioni e fin dalle prime battute la partita è giocata su continui e repentini cambi di fronte. Passa in vantaggio per prima la Bisaccese su calcio di rigore trasformato da Luigia (Ginetta) Russo per un fallo di mano in area commesso da una giocatrice dell'Ascoli. Le due squadre si affrontano sul piano fisico e tattico in perfetto equilibrio e prima dello scadere del primo tempo, l'Ascoli trova il pareggio ad opera di Mottola (di origine bisaccese). Nella ripresa l'Ascoli prende le misure ed esibisce il gioco che sa fare. Velocità e affiatamento tra le atlete sono la forza di questa squadra che gioca a memoria con Macchiarella che, nonostante reduce da un infortunio profonde il massimo impegno. Il vantaggio dell'Ascoli arriva ancora con Mottola e subito dopo l'1-3 lo sigla Tizzani che si fa trovare pronta sul secondo palo. A sette minuti dalla fine si infortuna Macchiarella che e' costretta ad uscire e alla quale va un grande "in bocca al lupo" da parte di tutte le ragazze in campo. La partita sembrerebbe compromessa per le padrone di casa che però non ci stanno e partono all'arrembaggio. Rilancio di Ricciardi, recupera una palla impossibile Braccia all'altezza del calcio d'angolo, cross preciso al centro dove La Sala insacca con freddezza. Ancora il cinismo delle ospiti che sbagliano veramente poco e sfruttano ogni occasione, regala alle Ascolane il quarto goal ancora con Mottola. La Polisportiva non ci sta e la reazione è quella del grande orgoglio. Russo dopo una giocata di grande esperienza arriva sotto porta e mette la palla in rete, la lascia due secondi se la recupera da sola. Le Irpine non si concedono neanche il tempo per esultare, ripartono e trovano subito il goal del definitivo pareggio con Braccia. 7 punti separano ora le due formazioni in classifica ma la Bisaccese ha una partita da recuperare. Peccato davvero per l'occasione sprecata la scorsa settimana che ha visto la Bisaccese rimediare la seconda sconfitta in questo campionato con il San Severo per 3 a 0 in una partita dove ha prevalso la pura follia....capita!

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EMANUELA SICA

 

A volte diamo ascolto alla parte di noi più insolente, tenace, dura da scalfire. Quella che ci spinge a fare delle cose che non sempre hanno un risultato definito. Come quando proviamo ad analizzare qualcosa che di per sé non è semplice da analizzare, né conveniente. Ci improvvisiamo ricercatori di quella molecola che, una volta estrapolata, potrebbe essere in grado di cambiare il corso delle nostre esperienze oppure abbozziamo una risposta, decisamente parziale, per chiarire dove la natura ha fatto uno sbaglio. Eppure quando il dolore arriva e ci colpisce lo fa con una silenziosa potenza, o meglio prepotenza. E, da qualsiasi angolazione ci colpisca, riesce ad espandersi a trecentosessanta gradi. Allora, quasi inebetiti da quello che è appena successo, proviamo a strapparne una piccolissima parte. L’intento assurdo è metterlo su un vetrino e studiarlo, capirci qualcosa, trovare una cura. Ma si può analizzare qualcosa che ha una vita ed è attivo soltanto se è dentro di noi? Non credo sia possibile. Il dolore quando arriva, quando entra, disintegrando ogni barriera posta a difesa del nostro cuore, diventa parte di noi. Il dolore genera una sorta di endocitosi cellulare dove le nostre cellule internalizzano le molecole della sofferenza e, modificandosi nella forma della membrana plasmatica, creano uno spazio per racchiudere quel materiale venuto dall’esterno. Ed anche se ci colpisce con forme diverse (una fitta leggera, una dose di amarezza, una pulsazione indolente che va e viene e ad ogni ritorno sembra sempre più acuta e pesante) si infila così bene nelle fasce muscolari sino a penetrare nelle cellule, diventando parte del nostro dna. Allora come affrontiamo questo stravolgimento organico? Come affrontiamo il dolore? Dipende da noi. Alcuni credono che sia utile farsi anestetizzare dal dolore, per sopportarlo bisogna quasi assuefarsi. Altri lo accettano come un ingresso obbligatorio, senza possibilità di fuga. Altri lo elaborano trovando il punto di sutura di quel mondo oramai ridotto a pezzettini. Altri lo ignorano. Nonostante la ferita sanguini e sia infettata non avvertono nessun sentore di putrefazione. Per altri, invece, il miglior modo di affrontare il dolore è imparare a conoscerlo ed iniziare quella che potremmo qualificare come: convivenza forzata. Ad ogni modo non credo che esistano soluzioni univoche né risposte semplici da dare per affrontare questo argomento. Magari bisognerebbe fare un profondo respiro e contare fino a dieci. Magari al dieci il dolore trova un angolo segreto, un angolo sconosciuto a noi stessi, e li si nasconde. Eppure, anche se la maggior parte delle volte il dolore si sopporta, altre volte, quando uno meno se lo aspetta, ci colpisce basso, senza ritegno, senza rispettare le regole del gioco e non ci lascia più in pace. Questo accade quando a ferirci sono le persone che amiamo. Forse è per questo che l’unica risposta da dare al dolore potrebbe essere la convivenza. Perché la verità è che ogni volta che lo analizzi, lo elabori o lo accetti, la vita te ne porta sempre altro. Il carico continua all’infinito. Senza margini di tregua. Qualcuno dice: “per vivere bene, o solo degnamente, perdona chi ti ha portato quel dolore e … dimentica”. Sembra un buon consiglio ma non molto pratico. Quando qualcuno ci ferisce la prima sensazione è quella di restituire il dolore magari moltiplicato. Ma così facendo perdiamo di vista un elemento fondamentale. Chi ci ferisce non ci ama, altrimenti non lo avrebbe fatto. E restituire lo stesso dolore non solo non è logico ma è praticamente impossibile. Significherebbe che quella persona dovrebbe avere nel cuore la stessa emozione e sensazione che portiamo nel nostro. E non lo dico io che è una guerra persa in partenza, ci siete arrivati da soli.

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Un libro scritto dal noto avvocato Giuseppe Megliola nei due ultimi mesi della sua esistenza, mentre una feroce malattia lo stava consumando. Una testimonianza importante della vita politica degli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, con innumerevoli riferimenti all'attualità, che è al contempo un testamento spirituale.

AUTORE: GIUSEPPE MEGLIOLA

EDITORE: DELTA 3 EDIZIONI

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GIUSEPPE MEGLIOLA

Avv. Giuseppe Megliola

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