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«L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi».
MARCEL PROUST

 

Ingresso del Museo San Gerardo Mailella di Lacedonia

L'INGRESSO DEL MUSEO


Intraprendiamo un viaggio di scoperta nel Museo Diocesano “San Gerardo Maiella” di Lacedonia, a moltissimi sconosciuto, ancorché conservi autentici tesori.
Naturalmente non è possibile descrivere ogni reperto, ogni capolavoro, ma occorre focalizzare l’attenzione sui contenuti più interessanti connessi agli interessi dei potenziali utenti: la struttura offre molto sotto il profilo del turismo religioso, di quello culturale e di quello artistico.

 

 

il pozzo del miracolo 

IL POZZO DEL MIRACOLO

 

IL POZZO DEL MIRACOLO

A Lacedonia avvenne il primo miracolo attestato e posto in essere in presenza di testimoni da San Gerardo Maiella, ancora adolescente, che vi abitò per ben tre anni: il celebre “Miracolo del Pozzo” o altrimenti detto “Della Chiave”. Ed il pozzo de quo è ancora oggi visitabile all’interno del Museo.
Gerardo era stato assunto in qualità di servitore dal Vescovo Albini, pastore della diocesi di Lacedonia , essendo suo conterraneo. L’iconografia tradizionale ci mostra l’alto prelato nelle vesti di uomo collerico e per nulla incline alla dolcezza, anzi piuttosto rude nei modi e addirittura manesco. Probabilmente tale tradizione amplifica le caratteristiche negative del pastore d’anime per fare in modo che le virtù gerardine di pazienza e di sacrificio rifulgano ancora di più. Nei fatti, però, quella era un’epoca nella quale l’educazione dei giovani passava attraverso la frusta e non è escluso che anche la pedagogia dell’Albini si basasse sul celebre detto popolare “mazz’ e panell’ fann’ li figl’ bell’” (bastone e pane rendono i figli belli).
Accadde dunque un giorno che, uscito il Vescovo, Gerardo chiuse la porta degli appartamenti episcopali e si recò ad attingere acqua al sottostante pozzo. Poggiata la chiave sull’antica pietra circolare che ne costituisce il bordo (oggi ancora visibile), questa gli cadde accidentalmente in acqua poggiandosi sul fondo. Non fu certamente il timore della punizione a preoccupare Gerardo, anche perché egli ricercava la penitenza in tutti i modi, e quando non la trovava in altri se la infliggeva da solo. Fu invece il pensiero che avrebbe dato un dispiacere al suo Vescovo ad intristirlo oltremodo, al che fece la sola cosa che gli venne in mente in quel momento: decise come sempre di affidarsi a Gesù. Corse in chiesa e staccata la statuetta di un bambinello dalle braccia di un santo, la cinse alla vita con una corda e la calò nel pozzo pronunziando due semplici parole: “Pensaci Tu”. Tra la meraviglia degli astanti, tirata su la statuetta, si vide che questa recava tra le mani la chiave perduta.
Era giovanissimo, all’epoca, Gerardo, ed ancora non era in odore di santità, essendo per altro reputato piuttosto alla buona. Per quanto, dunque, le biografie postume ci dicano che anche in infanzia egli era stato protagonista di eventi prodigiosi, questo è il primo miracolo “attestato”, ovvero riconosciuto ai fini della beatificazione del Santo.

 

la pietra del bordo del pozzo

LA PIETRA DEL POZZO SCAVATA DAI SECOLI

 

SEZIONE ARCHEOLOGICA 

LA SEZIONE ARCHEOLOGICA

 

REPERTI DI EPOCA SANNITICA E ROMANA

La sezione archeologica del Museo Diocesano è situata al piano terra dell’Episcopio e vi sono raccolti innumerevoli vestigi d’epoca sannitica e d’epoca romana.
Le vetrine raccolgono oggetti in ceramica, taluni dei quali integri, mentre gli altri sono stati evidentemente frantumati dall’opera di aratura dei terreni nei quali si trovavano le necropoli. Da notare, soprattutto, innumerevoli reperti ceramici a vernice nera, colore tipico adottato dai Sanniti, oltre a vasi di fattura tipicamente dauna, a testimonianza dei rapporti commerciali intrattenuti dal Municipium di Aquilonia (nome romano di Lacedonia), con le genti confinanti. Dai trattori si sono miracolosamente salvati, integri, un dolium di eccezionali dimensioni ed una tipica anfora romana.
Particolare importanza, però, assumono le epigrafi conservate nel museo, tra le quali vanni ricordate, per la loro importanza nella ricostruzione storica dei luoghi, quelle di Cesio Rufo e di Lucio Domizio Fortunato, entrambe, fino ad oggi, inedite.

 

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LA CELLA DEI PRETI RIBELLI


DUE IMPORTANTI OPERE DELLA CHIESA DELLA CONSOLAZIONE

Sempre al piano terra del Museo sono state allocate due opere provenienti dalla Chiesetta della Consolazione, edificata nel 1608 e di recente sconsacrata.
Si tratta di un pregevole dipinto che raffigura la Visitazione di Maria ad Elisabetta e di una antichissima acquasantiera, la cui parte superiore, di epoca medievale, da datarsi intorno al 1200/1300, poggia su una colonna più tarda.

 

ACQUASANTIERA 

L’ACQUASANTIERA

 

ACQUASANTIERA DATATA INTORNO ALL'ANNO 1200

Ciò che rende particolarmente interessante questa opera è la raffigurazione che si trova all’interno del bacino.
In un primo momento si pensava che si trattasse di un tritone, ma ad uno sguardo più attento risulta evidente che, invece, vi è raffigurata una sirena con due code di delfino, presente nell’iconografia del periodo. Figlia del dio fluviale Acheloo e della musa Tersicore, nella mitologia classica era considerata un essere malefico che ammaliava i marinai con il suo dolce canto, attirandoli alla morte facendoli naufragare ed annegare. La sirena, di norma collegata simbolicamente alla lussuria, deriva dall’iconografia dei Tritoni, divinità acquatiche ed è collegata al mito di Scilla, mostro marino situato nel mare tra l’Italia e la Sicilia; originariamente rappresentata con corpo d’uccello dai lunghi artigli e volto di donna ed assimilata alle Arpie e alle Lamie, portatrici di morte e nefandezze, questa figura nel Medioevo perde le ingombranti ali da uccello e si trasforma nella tradizionale donna pesce acquisendo nuovi significati: per la sua tradizionale discendenza dalle Muse, infatti, la sirena, che è morte e rinascita al tempo stesso, diventa anche creatura foriera di rigenerazione e portatrice di sapienza. La sirena con due code di delfino diverrà una tipologia comune nel XII-XIII sec., mentre è assente nell’età carolingia, epoca in cui viene raffigurata con una sola coda.
Pertanto non paia strano che un mito originariamente negativo si trasformi, nel medioevo, in un simbolo foriero di qualità cristianamente positive: l’acqua contenuta nel bacino, come la sirena, diviene emblema di rigenerazione, ovvero di ritorno da uno stato di morte spirituale ad uno di vita, perché in grado di lavare il peccato dallo spirito, rigenerandolo alla grazia.

 

IL QUADRO DELLA VISITAZIONE

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IL QUADRO DELLA VISITAZIONE

 

Di autore ignoto, si tratta di un’opera  estremamente bella. Essa raffigura la scena dell’incontro tra la Madonna e Santa Elisabetta e in un primo momento non era stata datata. Uno sguardo approfondito ha però rivelato, sul margine inferiore destro, alcuni numeri, che attentamente analizzati riportano la data del 1604, ovvero quattro anni prima della fondazione della chiesetta dalla quale proviene, Ciò lascia supporre che il quadro non sia stato commissionato per la stessa, ma sia stato allocato in loco alcun tempo dopo.


IL PIANO SUPERIORE

INGRESSO

INGRESSO AL PIANO SUPERIORE

 

Il piano superiore dell’Episcopio in cui soggiornò San Gerardo è stato ristrutturato negli ultimi anni proprio per ospitare i locali del Museo per la parte che riguarda i paramenti sacri, gli argenti, le tele, il celebre Trittico e la preziosa biblioteca.
È da dire, a merito della Curia diocesana, che si è trattato di una impresa estremamente dispendiosa, per una somma che si è aggirata intorno ai trecentomila euro, fondi stanziati interamente dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si tratta di una testimonianza viva dell’interesse e dell’affetto che l’attuale Vescovo, Mons. Giovanni D’Alise, nutre per la sua comunità di anime, in quanto tale prestigioso Museo apre le porte ad opportunità evolutive, tanto sul piano culturale quanto su quello sociale ed economico, che fino a poco tempo fa era impossibile solo immaginare. Oggi la parte museale occupa la maggior parte dell’Episcopio, fatti salvi alcuni spazi destinati ad abitazione canonica.

 

TELE

LA SALA DELLE TELE

 

PARAMENTI SACRI

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UNO DEGLI AMBIENTI CHE CONSERVANO I PREZIOSI PARAMENTI

 

Ricchissima è la collezione dei paramenti sacri, molti dei quali appartenuti ai Vescovi di Lacedonia che qui hanno concluso il loro mandato sacerdotale accanto al loro viaggio esistenziale e che pertanto, non essendo stati trasferiti ad altra sede, hanno lasciato il patrimonio dei loro paramenti in loco.
Quelli più antichi datano al 1600: diverse pianete di damasco in seta di manifattura francese. Nelle innumerevoli vetrine si può leggere il gusto delle epoche che andavano mutando, l’impreziosirsi costante dei tessuti e dei ricami, molti dei quali in oro.
Broccati, rasi, sete, gros de tours, filati in oro per pianete, dalmatiche, piviali, mitre, tonacelle: a fronte di una esistenza quotidiana sobria e parca, attestata da innumerevoli testimonianze scritte, i prelati lacedoniesi dei secoli scorsi evidentemente non risparmiavano affatto per quel che concerne gli oggetti ad uso di culto religioso, poiché il Santissimo andava onorato nelle forme estetiche che si convenivano alla mentalità dell’epoca.
Tra l’altro siamo debitori proprio a questa mentalità, a livello generale, dell’imponente patrimonio artistico nazionale. Per molti secoli, infatti, la Chiesa è stata centro propulsore dell’arte, perché essa costituiva gran parte della committenza per gli artisti, da Giotto al Botticelli, da Michelangelo, a Leonardo al Caravaggio, per citare soltanto i nomi più conosciuti al grande pubblico.
In questa ottica, i paramenti sacri conservati nel Museo Diocesano di Lacedonia sono autentiche opere d’arte tessile, tenuto soprattutto in debito conto il fatto che la manifattura era di carattere assolutamente artigianale, basandosi sul gusto estetico e sulla sapiente manualità di artigiani che meglio sarebbe definire autentici artisti.  

 

 

LA SALA DEGLI ARGENTI

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ALCUNI PREZOSI ARGENTI

 

L’ingente mole di arredi sacri e oggetti liturgici in metallo prezioso, in massima parte in argento, testimonia della pietas delle nostre popolazioni, le quali, nei secoli scorsi, pur afflitte da pesante miseria, si privavano fin del necessario pur di offrire accoglienza adeguata all’Ostia consacrata nelle patene o nei tabernacoli, al vino che si trasforma nel prezioso Sangue nei calici durante la consacrazione, alle reliquie dei Santi.
Ostensori, navicelle portaincenso, calici, turiboli, patene, pissidi, croci, vassoi con stemma vescovile, brocche, bugie pontificali, vasetti per olio santo riempiono le numerose bacheche. E non mancano innumerevoli reliquiari, taluni dei quali ormai vuoti, mentre altri ancora conservano il loro prezioso contenuto. È il caso di un reliquiario che conserva un frammento osseo di san Filippo Neri.
I pezzi più antichi datano al 1600 e provengono dalla ormai scomparsa Chiesa dei Beati Morti, che sorgeva nel luogo ove oggi campeggia il monumento a San Gerardo Maiella, crollata nel corso del devastante terremoto del 1930. Fin dalle epoche più remote, infatti, a Lacedonia fiorivano numerose congreghe, tra le quali quella appunto dei Beati Morti era una delle più numerose ed attive. Una epigrafe sormontata da un teschio, una cui metgà è stata salvata e conservata nei locali del Museo, ammoniva i passanti con la legenda “Siste viator, vides quod sum! Fui quod es, eris quod sum!”  (Fermati o viandante, guarda quel che sono! Fui ciò che sei, sarai quel che sono!)
Si tratta di pezzi di pregevolissima fattura, spesso cesellati o sbalzati, mere sculture, finissime figure miniate nel metallo.


IL TRITTICO DI ANDREA SABATINI DA SALERNO

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IL CELEBERRIMO TRITTICO


Il celebre “Trittico” raffigurante la madonna con Gesù Bambino e Santi, datato alla fine del 1400 e attribuito ad Andrea Sabatini da Salerno, è forse l’opera più preziosa e pregevole dell’intera collezione museale.
Dipinto ad olio su legno, misura, complessivamente, metri 12,6 x 5,14. Le parti laterali, che nel secolo XIX andavano deteriorandosi, sono state sottoposte ad un procedimento di trasferimento dell’immagine dal legno alla tela all’avanguardia per l’epoca.
Nella sua parte centrale è raffigurata la Vergine Maria che regge tra le braccia il Bambino Gesù, mentre nella parte laterale destra campeggiano le figure di San Michele Arcangelo e San Nicola ed in quella sinistra le immagini di San Pietro  Apostolo e San Giovanni.
Al Trittico è legata una leggenda riportata tanto dalla tradizione orale quanto da alcuni manoscritti ottocenteschi del Palmese. Si vuole infatti che esso sia stato commissionato dal re Ferrante d’Aragona quale ringraziamento per essere scampato alla Congiura dei Baroni, che proprio a Lacedonia, nella ormai scomparsa Chiesa di Sant’Antonio, che si trovava nel luogo dell’attuale Concattedrale, giurarono di abbatterlo. Anche lo stesso giuramento, messo in dubbio fino a qualche anno fa, è oggi stato provato dal ritrovamento di un rescritto dell’atto notarile originale, datato all’11 di settembre 1486, riportato nel “Forastiero” di Giulio Cesare Capaccio, testo seicentesco.

 


LA BIBLIOTECA

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ALCUNI MANOSCRITTI

 

I visitatori che non si intendano di biblioteconomia raramente si avvedono degli autentici tesori conservati nella biblioteca. Centoquattro pergamene medievali, cinquecentine e seicentine, manoscritti afferenti ad eterogenee epoche storiche.
Nella collezione è presente, però, un’opera più unica che rara. Si tratta della prima edizione, del 1754, della Encyclopedie di Diderot, in lingua francese, completa di tutti i tomi.
Ricco l’archivio, interessantissimo per la ricostruzione storica, molta parte del quale, purtroppo, è stato perduto nel corso di molti terremoti.

 

 

IL MUSEO E’ VISITABILE A RICHIESTA. PER INFORMAZIONI POTETE RIVOLGERVI DIRETTAMENTE A NOI DI “LUPUS IN FABULA”.

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Un anno fa ci lasciava Filippo Pagnotta, conosciuto a Lacedonia con l’appellativo di “Filippo la guardia”, tanto che agli autoctoni viene spontaneo vestire dei suoi caratteri somatici l’idea stessa di “vigile urbano”. Una persona addivenuta al rango di “personaggio” simbolico, insomma, come per quel che concerne l’Arma dei Carabinieri è avvenuto con il mai dimenticato appuntato Ungolo. Pertanto ancora vivo è il ricordo dell’intera comunità. Una ricchissima aneddotica è associata alla figura di Filippo Pagnotta, che rivive nel ricordo vestito di sorridente mestizia che diluisce la nostalgia per i tempi che furono e rende più vivo il ricordo di una persona veramente per bene e sostanzialmente benvoluta da tutti. Ciò accade perché, quando scompare una persona così saldamente legata alla memoria del passato, sembra dileguarsi una parte stessa di quel passato, la qual cosa lascia, sia pure in maniera impercettibile, una sorta di senso di vuoto. E dunque si rammenta di quando, chiamato ad occuparsi dell’ordine pubblico in occasione delle partite disputate della mitica e fortissima “Folgore Lacedonia”, egli si trasformava nel primo e più acceso dei tifosi, pur tenendo sempre un saldo contegno, a stento represso quando suo figlio Rocco, granitico mediano di quella compagine sportiva, si produceva in qualche giocata che stimolava il suo orgoglio paterno. O si racconta delle volte in cui egli è stato costretto, in virtù del suo ruolo e suo malgrado, a difendere dall’ira dei tifosi taluni arbitri che egli per primo avrebbe fatto segno quanto meno di accesi improperi. Era fermamente ligio al suo dovere, infatti, e talvolta alquanto severo, per quanto la sua apparente severità fosse in realtà temperata da una grande umanità. Intere generazioni di bambini che giocavano in strada non preoccupandosi minimamente di fracassare finestre, infatti, ne temevano l’arrivo improvviso, perché egli fingeva di sequestrare loro il pallone, che poi immancabilmente restituiva ai genitori.
Caro Filippo, vivrai per sempre nel nostro ricordo!
Parola di Lupo Irpino!

 

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Ieri sera su Report, Iacona ha mostrato le superbe bellezze della scuola 2.0..anno del signore 2015..
In quel di Caposele, liceo scientifico Brocca, già nel 1999 avevamo avviato lo studio dell'ultrastruttura del protoplasma direttamente su siti universitari americani, visionati su grande schermo col videoproiettore e collegamento Internet.
Quei piccoli geni dei miei alunni, dopo avere salvato le immagini degli organuli cellulari, sia animali che vegetali, fotografati al microscopio elettronico, giunsero addirittura ad animarli per mostrarne le funzioni ed attività: ricordo ancora un apparato di Golgi animato nella produzione di vescicole escretorie.
Nel 2004 l'apoteosi: un intero lavoro di storia della genetica e biologia molecolare, realizzato nel laboratorio pomeridiano di biologia dall'allora classe terza, interamente prodotto su supporto digitale con l'utilizzo di flash.
 I ragazzi, veri genialoidi, animarono le leggi di Mendel; gli acidi nucleici; i più imporatnti esperimenti di storia della genetica da quello di Griffith a quello di Meselson e Stahl; l'articolo di Watson e Crick su Nature del 25 aprile del 1953 che compariva alternativamente in inglese e tradotto in italiano.
Inoltre, tutte le ultime scoperte di biologia, riprese dal testo universitario di Watson, erano state animate con precisione assoluta.
Ne proponemmo l'edizione in centinaia di copie da allegare alla rivista del liceo di Sant'angelo, “Grammata”, ma non se ne fece nulla.
Chi è in anticipo sui tempi, ahimè. è sempre condannato alla solitudine.
Tommaso Campanella, però, costretto alla galera seppure innocente, ebbe a dire che "i giusti prima o poi risorgono: chi dopo tre giorni e chi dopo tre secoli!"
Noi non dobbiamo disperare: forse ci toccherà aspettare .. . qualche anno ...

 

IN FOTO - PROF. GERARDO VESPUCCI - DIRIGENTE SCOLASTICO DELL'ISTITUTO D'ISTRUZIONE SUPERIORE "A. M. MAFFUCCI" DI CALITRI

 

Non possiamo che esprimere il nostro apprezzamento per questo testo che epifanizza perfettamente lo status quo della scuola italiana, che si nutre spesso di mere chiacchiere, a fronte delle poche significative eccezioni come quella che caratterizza l'Istituto d'Istruzione Superiore di Calitri, il cui curricolo è sempre e comunque all'avanguardia, con buona pace della mediocrità che dilaga in molte scuole.

Dott. Michele Miscia

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Ci hanno portato a credere, lo hanno fatto sempre, che pensare positivo, sorridere, aiuti a vivere meglio. Ce lo hanno inculcato sin da bambini. Anche quando sorridere era difficile perché, magari, ti eri appena sbucciato un ginocchio sull’asfalto bollente della spensieratezza più accesa, oppure il dottore ti aveva sparato un obbligo di legge chiamato vaccino (di quelli da perdere il fiato col pianto) sulla tua natica migliore. Ed a guardarli bene non potevi far altro che ridere, mentre loro cercavano di oscurare quel momento di dolore con una faccia buffa. Il più delle volte le facce erano quelle dei nostri genitori. Forse perché incapaci, loro, di sopportare un nostro momento di dolore. Da adulti invece perdiamo questi clown improvvisati e, per contro, siamo costretti a sentire, con le nostre orecchie, quasi assuefatte, chi ci esorta a guardare il lato positivo delle cose. A vedere quello che chiamano volgarmente: il bicchiere mezzo pieno. Che poi non ho capito: mezzo pieno di cosa? Nessuno lo ha mai scoperto veramente. Eppure capita, il più delle volte, che la realtà può ostacolare la capacità che abbiamo di recitare la cosiddetta Parte Felice. Parte che ci viene imposta sempre dal filosofo di turno. Succede che la vita accelera e siamo incapaci di stare al suo passo. Una malattia bussa alla nostra porta e siamo costretti ad aprire, anche senza volerlo. La persona che aveva giurato di amarci in eterno, in una curva prende la c.d. sbandata, finisce nel fosso delle pulsioni e ci tradisce. Gli amici, o quelli che chiamavamo così abusando di questa terminologia purissima, si allontanano dal nostro cammino, deludendoci. I genitori, anche quelli migliori, muoiono. Ed in un attimo, in pochi secondi, cade la maschera dell’essere felici ad ogni costo. O fare finta di esserlo. La speranza scompare senza dare nessuna spiegazione. E’ in momenti come questi che la parte felice si denuda e mostriamo la faccia più autentica, quella che soffre, forse quella più consona all’essere umano. Eppure se chiediamo alle persone per strada cosa vogliono dalla vita, il più delle volte risponderanno: “essere felici”. Quasi un’ossessiva ricerca, nella spasmodica incapacità di affrontare il dolore e vincerlo, facendo amicizia con questa oscura presenza. Eppure è questa immaginaria, quanto ideale, aspirazione o speranza diffusa all’essere felice, che ci tiene ad un confine tollerabile dalla pazzia. Ma probabilmente più proviamo a raggiungere questo stato e più perdiamo di vista cosa sia veramente la felicità. Più la rincorriamo e più la vediamo come qualcosa di inafferrabile. Quasi inconsistente. Quando invece, magari ce l’avevamo di fianco o di fronte. Ottusi interpreti di una parte che non è stata ancora scritta da nessuno. Alla ricerca di qualcosa che è al di là di noi, non vediamo quello che abbiamo più vicino a noi. Poi, verso sera, quando la vita ha fatto già abbastanza danni e gli anni sono quelli che sono, magari, realizziamo (e sono pochi quelli che ne hanno consapevolezza) che la felicità era stata li per tutto il tempo. Non nei nostri sogni. Non nelle nostre speranze. Ma nelle cose che ci circondavano. In quelle cose semplici che ogni persona sarebbe riuscita a vedere ed apprezzare se non fossimo diventati ciechi per convenzione sociale. Alla ricerca di quello che sembrava irraggiungibile e che magari era ed è sempre stato alla nostra portata: vivere senza fingere.

 

NELLA FOTO - LA SCRITTRICE ED AVV. EMANUELA SICA

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

Accreditato presso il MIUR ex art. 66 del vigente C.C.N.L. ed ex artt. 2 e 3 della Direttiva Ministeriale 90/2003,

aggiornata con la Direttiva Ministeriale 170/2016

DELEGAZIONE REGIONALE DELLA CAMPANIA LACEDONIA (AV)


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