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Ogni essere umano scrive la trama del suo romanzo esistenziale e per essere felici, metaforicamente, occorre essere bravi scrittori! E mi pare che questo sia proprio il caso di Concetta Picari, giovanissima e brillante ragazza di Bisaccia che ama la letteratura, al punto da aver scelto un percorso curriculare di studi specifico, conseguendo due anni or sono la Laurea Triennale in Lettere Moderne, in un percorso che la condurrà tra pochi giorni, il nove del mese corrente, al conseguimento della Laurea Magistrale in Filologia, Letterature e Storia. Discuterà una tesi concernente il suo paese, che ha quale titolo “L’Apprezzo di Bisaccia del 1672”, uno spaccato dell’epoca che, a nostro giudizio, meriterebbe la pubblicazione, considerata la scarsità di fonti storiche relative a quel periodo. Nei fatti il documento, ad oggi inedito e mai analizzato da nessuno studioso, lo ha ritrovato in un archivio privato di Cerignola. Estremamente solare, Concetta fonda l’intera sua esistenza sull’entusiasmo e la passione, le stesse qualità che ella profonde nella sua partecipazione a tutti gli eventi culturali di Bisaccia. Caratterialmente è un persona scintillante, forse lievemente all’antica, nel senso che è ancora capace, beata lei, di indulgere al sogno. Nata nel seno di una famiglia di insegnanti, vorrebbe esercitare la stessa attività e non dubitiamo che ci riuscirà, considerata anche la rapidità con la quale si è laureata presso l’Università di Foggia. A lei vanni i buoni auspici dell’intera redazione “Spazio Giovani” di Lupus In Fabula.

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Domani saranno trascorsi tre anni da quando Vincenzo Saponiero ha intrapreso la via per ben più luminosi lidi e la sua assenza è avvertita più che mai dall’intelletto collettivo lacedoniese. Egli ricopriva, infatti, un ruolo fondamentale ed insostituibile nei diversi ambiti della vita civile, da quello culturale a quello sportivo, che il nostro Presidente ha curato per molti decenni e fino al termine dei suoi giorni, con una passione forte, sempreverde, che non ha mai subito il logorio degli anni incalzanti, restando giovane e nutrendosi di un giovanile entusiasmo.

Nei fatti questa è stata la cifra forse più connotante la sua vicenda esistenziale: quell’entusiasmo giovanile per ogni nuova attività venisse intrapresa, quel sostegno non solo morale, ma molto spesso anche economico, alle iniziative che in ogni settore si sono prodotte nel nostro paese. Perché Vincenzo amava alla follia Lacedonia, che costituiva il suo universo personale, soprattutto perché egli, portatore di una cultura eccezionale e sicuramente fuori dal comune, conosceva bene il mondo, pur senza aver avuto bisogno di allontanarsi troppo da casa. E conoscendo il mondo e le sue brutture, egli rilevava e poneva in luce gli aspetti migliori della nostra comunità con un ottimismo direttamente proporzionale alla sua incontenibile voglia di vivere e di essere parte attiva nel farsi della coscienza civica del nostro comune.

Vincenzo è stato per decenni la “voce” di Lacedonia, con i suoi giornalieri articoli sugli eventi che potessero dar lustro ulteriore a Lacedonia ed ai suoi abitanti: fin dall’epoca lontana in cui scriveva sul Giornale di Napoli.

Era sempre e comunque disponibile, Vincenzo. Basti pensare all’ultradecennale volontariato che ha prestato presso il Museo Diocesano, fino a quando un ictus non gli ha impedito di continuare ad occuparsene. Vincenzo sicuramente entrerà nella storia del nostro Comune, quella stessa storia che egli ha coltivato e ha cercato di tramandare ai posteri con innumerevoli pubblicazioni.

Ma il Presidentissimo sarà ricordato soprattutto per essere stato sempre e comunque in prima linea nell’ambito calcistico di Lacedonia. Non esiste foto, a partire dagli anni quaranta, nel quale egli non fosse presente. Egli è stato testimone diretto e coautore della costruzione progressiva dello stadio. Non c’è annualità calcistica, da quell’epoca, che non lo ha visto in prima linea, asse portante di tutta la struttura amministrativa del calcio lacedoniese, dai tempi della mitica Folgore ed ancor prima.

Soprattutto nei momenti di crisi, quando tutti sembravano voler abbandonare una nave in procinto di affondare, egli è stato lì, in plancia di comando, a reggere il timone nella tempesta, perché almeno la passione calcistica non morisse a Lacedonia, ricorrendo anche ad ingenti esborsi economici, frutto dei suoi risparmi di pensionato statale.

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emanuela

A volte penso che nessuno sappia veramente cosa racchiuda il nostro corpo. Ma probabilmente ognuno comprende, anche se spesso non lo dice, quali siano realmente le proprie debolezze. Capire quello che ci disturba, ci devasta, ci distrugge o che, semplicemente, ci fa tremare ed inciampare nella paura, è magari meno complesso ed ha bisogno di meno fatica per essere rivelato. Perché rapportarsi con il dolore è quasi connaturato all’essere umano. Il dolore è una radice profonda che, non appena richiede linfa, pretende buona parte della nostra vita, se non tutta. E noi siamo pronti a dargliela, a volte senza fiatare, senza ribellarci. Per contro, quello che mi chiedo è se comprendiamo, esattamente o anche solo parzialmente, quali siano i nostri poteri. Poteri in grado di dare una svolta alle cose, svolta positiva intendo. Analizziamoci. Nel nostro corpo, o meglio, in una parte di questo, posta verso l’alto, tra il naso ed il mento, c’è un potere in grado di modificare il corso degli eventi, intorno e dentro di noi. Potere di cui, forse, sono consapevoli o inconsapevoli detentori i bambini. Da grandi, per ragioni che non sto qui ad elencare e che possono essere le più diverse, dimentichiamo di possederlo. E chi ancora riesce ad aver memoria dell’infanzia magari lo utilizza poco o male. Di che sto parlando? Non della bocca, non della lingua, non di quello che fuoriesce come parole, ma del sorriso. Ebbene, il sorriso ha un potere smisurato. Con il sorriso riusciamo ad irradiare tutte le qualità che ci costruiscono interiormente. Tra tutte, ne dico una, credo la più importante: la gentilezza. Dovremmo imparare a dispensare non soltanto parole ma sorrisi. A volte è difficile farci capire. Molti discorsi hanno bisogno di una estrema chiarezza da parte nostra ma anche di comprensione da parte dei nostri interlocutori. Eppure con un semplice sorriso riusciamo a far comprendere che vogliamo essere positivi, propositivi. Inoltre dovremmo concepire il sorriso come un invito, che facciamo agli altri, a conoscere chi siamo. Chi si cela dietro quel sorriso. Il sorriso apre la porta che ci tiene distanti dal mondo. La bocca, i denti, la lingua, l’espressione, le parole che ne escono, sono tutte collegate e legate alla persona che li detiene. Sorridendo però il volto, l’espressione si modifica. Qualcosa di dolce, di magico, si impossessa del modo di essere di chi lo fa, ma anche di chi lo riceve. E questa estensione della bocca, questo prolungamento della nostra più intima essenza, esprime come vogliamo essere riconosciuti. Il sorriso diventa la carta di identità della nostra anima. Qualcuno diceva che il nostro ornamento non dovrebbe consistere in vesti sontuose, gioielli, acconciature, ma dovrebbe essere il nostro spirito benigno e pacifico, quello che teniamo spesso occultato nel nostro cuore. Allora quale miglior modo di svelare chi siamo se non con un sorriso? Il sorriso dimostra la nostra disponibilità al contatto. L’assenza di paura. La capacità di relazionarci con il mondo esterno. Siamo e vogliamo essere inoffensivi. Ed anche se, nel linguaggio animale, “mostrare i denti”può essere un modo di ostentare la forza, nella cultura umana è un invito a presentarci in maniera autentica, genuina. Eppure, anche se siamo belli esteriormente, se non uniamo a questa condizione esteriore la virtù interiore di cui ho parlato prima, è come se fossimo un fiore senza profumo. Chi ha un bell’aspetto può essere piacevole da guardare, ma chi ha il dono ed il privilegio di una bellezza interiore, è in grado di lasciare una fragranza meravigliosa nella vita di tutti quelli che incontra. L’odio, la rabbia, non hanno spazio davanti alla forza immensa della gentilezza. Negli atti di gentilezza diamo ed esprimiamo il meglio di noi stessi nei confronti del prossimo. In realtà, anche il più piccolo atto di gentilezza dice molto di più di inutili parole. La gentilezza è uno di quei doni di grande valore che, il più delle volte, ci costa davvero poco. E qualora richiedesse impegno, ciò che ne riceviamo in cambio è un regalo sproporzionatamente superiore. Il sorriso, facendo leva sul dono della gentilezza, è il nostro potere più grande. Un potere in grado di cambiare il mondo. 

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Fino agli anni cinquanta del secolo scorso non esisteva altro modo per compiere lunghi viaggi se non quello ferroviario. Nella nostra Irpinia la strada ferrata più importante, quella che ha visto centinaia di migliaia di nostri conterranei abbandonare le proprie terre per cercare fortuna, era la Avellino – Rocchetta Sant’Antonio, oggi inopinatamente chiusa al traffico in nome di un incomprensibile anelito al “risparmio”. Nei fatti tale linea avrebbe potuto costituire un importante attrattore turistico, ma farlo comprendere ai burocrati di certa politica è come pretendere che un neonato comprenda le teorie di fisica quantistica. Quante lacrime sono state versate in quelle stazioni e quante storie hanno avuto inizio o fine: sarebbe impossibile raccontarle tutte. Tuttavia una è veramente simpatica.

Anni cinquanta. Un vecchio contadino sta per salire in vettura quando dai diffusori della stazione si annuncia «I signori viaggiatori sono pregati di prendere il treno che è in partenza».

Udito ciò il vecchio scende. Passa un altro treno, ed un altro ancora, e la storia si ripete, finché il capostazione non chiede al vecchio:

«Nonno, ma voi dovete prendere il treno?»

«Sì, devo andare ad Avellino».

«E perché non avete preso i treni che sono passati?»

«Perché la voce ha detto che i signori devono salire sul treno, ma io non sono un signore, io sono un contadino. Quando passa il treno dei cafoni?»

Colui che mi ha raccontato tale aneddoto mi ha giurato che è vero e non ho alcun motivo per non crederci. Fatto è che con la chiusura della linea ferroviaria gli inutili idioti responsabili di tale atto hanno annichilito non solo una grande storia, ma centomila microstorie di gente comune.

Onore dunque a quanti combattono per la sua riapertura, a cominciare dall’Associazione “InLocoMotivi” di Pietro Mitrione e dall’Associazione Liberamente, per finire a tutti gli intellettuali che negli anni si sono espressi su tale argomento.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

Accreditato presso il MIUR ex art. 66 del vigente C.C.N.L. ed ex artt. 2 e 3 della Direttiva Ministeriale 90/2003,

aggiornata con la Direttiva Ministeriale 170/2016

DELEGAZIONE REGIONALE DELLA CAMPANIA LACEDONIA (AV)


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