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Probabilmente in tempi come i nostri, nei quali l’esistenza quotidiana apparecchia immancabilmente sul desco della mente sociale “brutture” le più eterogenee, la nota asserzione del celebre filosofo bulgaro Cvetan Todorov «la bellezza salverà il mondo», che peraltro offre il titolo anche ad uno dei suoi saggi più conosciuti, apparirà iperbolica, ove non addirittura utopica, ma comunque sembra innegabile che essa contenga un nucleo di indiscutibile verità. E in tale direzione, ad esempio, muove l’azione didattica dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Angelo Maria Maffucci” di Calitri, nella fattispecie per quel che concerne il suo indirizzo artistico. Nella convinzione che l’occhio dell’arte sia strumento efficacissimo per la valorizzazione del territorio, perché riesce a svelare caratteristiche dello stesso invisibili all’indifferenza frettolosa di un’attualità troppo concentrata sull’effimero per catturare l’essenza estetica della realtà circostante, è il senso più profondo e lo scopo più nobile del progetto denominato “Adottiamo un paese”, ch entra nella sua fase operativa. Il dirigente scolastico Gerardo Vespucci, con il curatore del progetto, prof. Antonio Vella, hanno infatti incontrato il sindaco di Lacedonia Mario Rizzi ed il suo vice ed assessore alla cultura Antonio Caradonna, perché sarà proprio questo il paese che gli studenti del Liceo Artistico de quo adotteranno nell’anno in corso. Sono infatti previste diverse visite all’antico agglomerato urbano di Lacedonia, nel cui corso gli alunni saranno lasciati liberi di scoprire da se stessi gli angoli o gli elementi ambientali ed antropici che colpiscano il loro immaginario e li ispirino perché possano essere poi “raccontati” nel linguaggio estetico dell’arte. Viva soddisfazione è stata espressa tanto dal primo cittadino, Mario Rizzi, quanto dall’assessore competente, Caradonna, il quale ha dichiarato che «la nostra compagine amministrativa, nel suo complesso, tiene ad esprimere la sua gratitudine alla dirigenza, al corpo docente e soprattutto agli studenti del “Maffucci”. Peraltro – continua l’assessore – seguiremo in prima persona tutte le fasi progettuali, prodigandoci per fornire tutto il sostegno logistico necessario. Siamo estremamente convinti – prosegue Caradonna – che l’assuefazione alle bellezze dell’ambiente in cui si vive abitualmente inibisca, in certo qual modo, la capacità di goderne appieno. Lo noto specialmente quando mi trovo ad accompagnare concittadini che risiedono all’estero e che ritornano in zona dopo molti anni di assenza: gustano con l’occhio ogni minimo anfratto del più remoto vicoletto, notandone l’aspetto estetico che invece sfugge a chi guarda senza vedere, perché costretto a guardare ogni giorno. Sono convinto – conclude l’assessore alla cultura – che le pupille dei ragazzi, soprattutto perché studenti di arte, possano cogliere ciò che a noi sfugge e che le loro opere aiuteranno anche la cittadinanza locale a riscoprire la bellezza del paese e del suo circondario». Tesi, queste, che trovano conferma nelle parole del curatore del progetto Antonio Vella. «Il progetto “Adottiamo un paese” – spiega il professore - nasce dalla duplice consapevolezza che la tutela del patrimonio storico - artistico è possibile solo conoscendone appieno il valore e che si può avvicinare a quest’ultimo il pubblico di ogni età attraverso proposte didattiche mirate e diversificate. Adottare un paese significa riscoprire e rivalutare beni storici e architettonici del proprio territorio, valorizzando appieno le comuni radici culturali, in un rapporto di continuità tra passato e presente, ma anche di “continuità orizzontale” tra scuola e società, sottraendo la prima all’isolamento rispetto alla realtà circostante ed ibridando la seconda con le istanze promananti dalla scuola». Obiettivo, questo, perseguito negli otto anni di vita del progetto, che si è già concentrato, nelle pregresse stagioni scolastiche, altri sette paesi dell’Alta Irpinia.

Particolarmente interessante sarà la fase finale del progetto, la quale, per l’anno in corso, prevede novità rilevanti. Si pensa, infatti, di invitare all’apertura della mostra finale dei lavori degli studenti, che sarà allestita in una location di Lacedonia, il Ministro dei Beni Culturali, ove non addirittura il premier Matteo Renzi, in considerazione del fatto che sembra essere molto ben disposto ad effettuare visite in ambito scolastico.

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sebastian spence interpreta un demone in la trappola del diavolo della serie supernatural 57744

CREDEVA NELLA DISCESA

Non era quella la sua aspirazione: essere al di sopra di tutto. 

Al di sopra di quelli che considerava stagni putridi di una vita incompleta, paludi di paura e rassegnazione, montagne di indifferenza. Finanche di quelle nuvole, così eteree eppure terribilmente asfissianti. 

La sua schizofrenia lo portava nel verso opposto all'altitudine. Dirottato verso l’abisso, nel ventre della terra. Ed in ragione di questo abisso aveva concepito tutto, con inaudita precisione. Dissimulando l’uomo debole e malato, aveva acuito la maschera della tranquillità. Così quel giorno, quando era salito a bordo, aveva indossato il suo sorriso migliore e, ad ogni arrivo, lo mostrava con spocchiosa fierezza. Mostrava i denti, tirando su le labbra fino a scoprire i canini. Canini stretti in una morsa, pronti ad azzannare ogni singolo essere umano, senza alcuna distinzione. 

Nessuno avrebbe mai capito che quelli erano i canini del demonio nella bocca di un uomo. Uomo fatto di una bronzea apparenza. Bronzo colato sulla sua vita senza più alcun senso. Bronzo che aveva fuso il suo aspetto in una lega antitetica. Consistenza di carne simile ad un uomo onesto, ma anima corrosa dalle termiti dell’inferno. Termiti che avevano divorato ogni cosa. Staccando dalle pareti anche il cuore. Neanche un battito ad alimentare un corpo fatto di ego e disperazione. L’unica gabbia dove ancora qualcosa lavorava era la sua mente. Gangli nervosi reattivi solo agli impulsi dei demoni ma scollegati totalmente agli stimoli esterni. Così, quando l’inferno iniziò il suo richiamo, si mise sull'attenti e rimodulò il pilota automatico. 

Forse è impossibile dire come l’idea gli sia entrata per la prima volta nel cervello ma certo è che, non appena l’ebbe concepita, era diventata la sua ossessione. Come un interruttore: la luce si spegne, la concretezza della ragione perde consistenza, dal buio si materializza la follia. Follia dai lineamenti familiari ma corrotta dalle allucinazioni. Follia che, con una velocità inumana, si era attorcigliata alla gola, stringendo forte, soffocando ogni cosa. Pure un misero accenno di ripensamento. 

In quell’attimo di agonia aveva preso coscienza del dove era diretto. La sua miseria liquefatta nell’iride attenta a guardare le montagne venirgli incontro. Un abbraccio di morte e rabbia. Nessuna voce in grado di farlo desistere. Nessuna salvezza per chi voleva essere un fantasma nella nebbia e non un uomo in carne ed ossa. Eppure qual era il tarlo che assillava la sua storia, il suo presente, non l’ha capito nessuno, neanche quelli che avrebbero dovuto capirlo: gli “specialisti nella psiche”. 

Così, trafitto dai dardi della pazzia, non è rimasto immobile, si è messo al comando, sviando il corso del suo destino e quello di altre 149 persone, ignare di schiantarsi a 700 chilometri orari contro il Mont Estrop. E quel pensiero marcio, uno sputo di cianuro sull’umanità, non si è arrestato neanche quando le urla hanno iniziato a farsi assordanti. 

Perché oramai era sordo ai richiami della vita. 

Perché Lubitz credeva nella discesa e non nella risalita. 

 

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Prosegue l’encomiabile iniziativa dei Carabinieri, impegnati in una meritoria opera didattica, che si estroflette negli incontri con gli alunni delle scuole irpine, nell’ambito del ciclo d’incontri che il Comando Provinciale dei Carabinieri di Avellino ha pianificato con gli istituti scolastici di ogni ordine e grado disseminati nel territorio.

A continuare l’ormai nota e consolidata serie di appuntamenti sono stati, ultimi in ordine di tempo, gli studenti dell’Istituto d’Istruzione Superiore “A. M. Maffucci” di Calitri, guidato con grande lungimiranza dal Dirigente Scolastico Prof. Gerardo Vespucci.

Le classi intervenute, che yhanno praticamente riempito la capiente aula magna della scuola, hanno fruito della competenza del Comandante della Compagnia di Sant’Angelo dei Lombardi, Capitano Ugo Mancini, di quello della Stazione presso la Compagnia, oltre che di quella della Stazione Carabinieri di Calitri, nell’ambito di conferenze sempre incentrate sull’attività dell’Arma e, chiaramente, sulla educazione alla legalità, con particolare riguardo alle tematiche di maggior impatto per i giovani.

I Carabinieri hanno quindi dialogato con gli studenti sulle principali problematiche inerenti la circolazione stradale, sui vari fenomeni di bullismo e cyberbullismo, atti vandalici, droga, alcool, armi, contraffazione o pirateria, stalking, corretto uso di internet e violenza durante le competizioni sportive. Inoltre sono state trattate tematiche relative alla tutela dell’ambiente. In relazione a questo tema si è discusso della necessità di effettuare una sempre maggiore raccolta differenziata dei rifiuti prodotti otre che sull’importanza della classificazione delle tipologie di rifiuti per un corretto ciclo depurativo.

Gli incontri, durati come di consueto un paio d’ore e costellati dalle numerose domande rivolte dagli alunni, si sono conclusi positivamente da entrambe le parti, con un più rafforzato sentimento di vicinanza tra l’Arma dei Carabinieri e i giovani irpini.

Nelle prossime settimane continuerà il ciclo della “Cultura della Legalità” anche presso altri istituti dell’Alta Irpinia.

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FOTO 1 - 2 : ALCUNI MOMENTI DELLA LEZIONE

FOTO 3      : IL DIRIGENTE SCOLASTICO GERARDO VESPUCCI CON IL SEGRETARIO E ALCUNI DOCENTI

FOTO 4      : IL CAPITANO UGO MANCINI

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IN IRPINIA UNO DEI PIÙ ANTICHI RITI DELLA SETTIMANA SANTA DEL SUD ITALIA.

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Il paese della Baronia si prepara anche quest’anno a celebrare i tradizionali riti della Morte e Risurrezione di Cristo, nei giorni di Giovedì e Venerdì Santo. A differenza di molti altri eventi legati alla Passione, quello di Vallata è da considerarsi uno dei più antichi e, molto probabilmente, uno dei più particolari dell’intero Mezzogiorno d’Italia. La Processione del Giovedì e Venerdì Santo, tradizionale e spettacolare rappresentazione religiosa, infatti, si svolge da tempo immemorabile nel comune di Vallata. La vivacità economica del paese e il suo costituire un nevralgico snodo stradale determinarono lo stabilimento di una piccola ma fiorente comunità ebraica, specializzata nel commercio del bestiame, della lana e delle pelli, oltre che nelle consuete attività creditizie. A tale presenza si ricollega la scenografica rappresentazione, che dopo la conversione forzata del 1541, assunse il significato di una catechesi pubblica severa nei confronti degli antichi ebrei, ora divenuti cristiani novelli. Tali rappresentazioni iniziano il giovedì con la consueta lavanda dei piedi, la cattura con il tradimento di Giuda, il processo davanti a Pilato e la flagellazione. Si passa così al venerdì, dove viene ricordata la passione di Cristo con una commossa rievocazione, lontana dalle rappresentazioni sacre così diffuse nel medioevo. Il Venerdì Santo a Vallata rappresenta quel momento magico di incontro tra religiosità e tradizione; dove il momento religioso oltre a non essere ignorato dalla moderna realtà vallatese, è vissuto nel suo aspetto più mistico. Assistere al passaggio di una processione oggi non incute più quel rispetto doveroso verso il Santo, ma il passaggio della bara con la statua del Cristo morto questo sì e lo si vede con quanta devozione la gente si prostra. La tradizione vuole che i giovani si vestano da soldato romano in costume da littore o da centurione, sfidando i rigori di una primavera che quasi sempre tarda a venire in un paese di 870 m/slm., come prova di iniziazione attraverso l'esibizione fisica. Per questi giovani , la maggior parte ancora imberbe, che cominciano ad affacciarsi alla vita adulta, indossare una corazza e sfilare tra la folla, che assiste al lento dipanarsi della rappresentazione religiosa, rappresenta un'occasione in cui anche loro denunciano la propria esistenza alla comunità. Fino a qualche anno fa v'era la corsa a suon di soldi, precedentemente a sacchi di grano, per portare la statua del Cristo e lo stendardo dell'aquila latina. Nota caratteristica era appunto l'asta pubblica che si accendeva per portare l'aquila , perché rappresentava per i giovani il pezzo più ambito della rappresentazione; essa è il simbolo della potenza di Roma imperiale. Oltre ai simboli del potere romano, sfilano i cosiddetti "Misteri", oggetti simbolici, e tele settecentesche, di antica fattura, rappresentanti le scene della vita e della morte di Cristo, con frasi del racconto evangelico di San Giovanni. Animano la processione due numerosi "Squadroni”, uno dei piccoli e uno dei grandi, formati da giovani del paese con armatura romana al completo, preceduti, il piccolo squadrone, dall’ Aquila latina con due alabardieri e dalla guida e, il grande, da Cesare Imperatore con Lictores, capo squadrone e Pilato. Partecipano alla Processione circa duecento figuranti. Il passo di tutti è cadenzato dal ritmo di un suono caratteristico di tromba e tamburo, che contribuisce a creare un ambiente di commossa riflessione sul grande mistero di dolore di Cristo. Tale meditazione è ulteriormente sollecitata da alcuni “cantori”. Questi sono suddivisi per squadre che sfilano ben distanziate le une dalle altre. Ogni squadra, formata dai migliori vocalisti locali, si ricostituisce annualmente con gli stessi elementi , perché tra loro è intervenuta quell'intesa vocale che di anno in anno viene ripresa con prove che effettuano con l'ausilio del buon vino locale che concorre a schiarire la voce. Essi cantano i versi della "Passione di Gesù Cristo" di Pietro Metastasio, che il poeta compose nel secondo periodo della sua vasta produzione e cioè tra 1730 - 1740, periodo caratterizzato dal suo melodramma ispirato a sincera devozione e slancio mistico. I versi, per la loro scarsissima diffusione letteraria, sono stati per anni tramandati oralmente o attraverso incerti scritti; per cui avevano preso un forte accento dialettale risultando incomprensibili alla maggioranza degli astanti. Tuttavia, le suggestioni della musicalità, della gestualità e dei vocalismi riescono a creare un indiscutibile e meraviglioso effetto. Chiudono la processione il feretro del Cristo morto circondato dai medici del paese e l’Addolorata circondata da bambine con bandierine listate a lutto. La manifestazione religiosa si conclude con un prolisso panegirico; per il quale, in tempi più remoti, venivano chiamati illustri oratori religiosi, che per l'occasione non perdevano l'opportunità di accompagnare il sermone con delle vere e proprie reprimende contro i peccati e contro il malcostume. L’appuntamento dunque è per il 2 aprile, quando all’imbrunire si svolgerà la suggestiva processione “aux flambeaux” del Giovedì Santo, con cattura, condanna e flagellazione del Cristo. L’indomani, venerdì 3 aprile, alle ore undici prenderà il via la cinquecentenaria processione del Venerdì Santo o del Cristo Morto.

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