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Le dita di Antonio Onorato volano sulle corde della chitarra, che veste di inusitate sonorità i vicoli silenti del centro storico di Lacedonia. Qualcuno, incuriosito, getta un occhio dalla finestra al fine di comprendere che cosa stia accadendo in quel mondo inondato dal pallore del sole pomeridiano, già pronto ad immergersi nel suo usuale letargo dopo il breve risveglio di agosto. La telecamera sensibilissima del film-maker Salvatore Cafiero riprende tutto con avidità, guidata da mani che sembrano riuscire a scovare da sole le angolazioni migliori, gli sfondi più idonei. Il drone teleguidato da Rosario Ruvolo ronza sulle nostre teste, incurante dei nostri sguardi levati in aria, tranne quello di Pasquale Troise, il road manager, affaccendato nelle questioni relative alla sua funzione. È questa la cronaca di una giornata di faticose riprese. Le immagini, una volta montate, costituiranno gli abiti visivi di una canzone di Antonio Onorato, in un video che andrà a promuovere il suo nuovo splendido album, il quale si discosta dai precedenti perché ospita anche brani cantati e non soltanto musicali. Le parole si innerveranno tra le note lanciando messaggi di eterogenea natura, taluni anche molto forti e dalla marcata intonazione satirica. Questo è il caso del video de quo, che si fonda un noto detto in grande uso a Napoli: «Se mio nonno non fosse morto, sarebbe vivo!»

Altro non si aggiunge in questa sede se non le foto che testimoniano della fatica artistica di un grandissimo musicista che ha scelto quale location per le riprese il paese di suo padre, il luogo nel quale affondano le sue radici.

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Il gruppo dei cinquantenni

I coscritti della classe 1967 avevano deciso, per festeggiare il raggiungimento della soglia dei 50 anni di età, di rifuggire dalla consueta reunion nostalgica e di puntare alla organizzazione di una serata enogastronomica e musicale benefica onde raccogliere fondi da destinare ad una giusta causa, in maniera tale, però, che fosse chiara, per amore di onestà e trasparenza, la destinazione delle somme, grandi o piccole, raccolte. Infatti esiste oggi una sfiducia diffusa, e per alcuni versi anche giustificata, nei confronti di talune organizzazioni che sono state al centro di polemiche e quindi i "ragazzi del '67" hanno stabilito che fosse meglio "andare sul sicuro". E dunque chi più degno del conosciutissimo missionario di Lacedonia, Peppino Leone, che opera in Brasile per le Comunità Papa Giovanni XXIII del compianto don Oreste Benzi (in procinto di essere beatificato), essendo responsabile di una vastissima zona dell'entroterra brasiliano? Ecco dunque che il denaro raccolto attraverso la somministrazione di vivande tipiche locali, 1500 euro, che in Italia sono irrisori ma in Sud America costituiscono una somma cospicua, contribuiranno a salvare e mantenere diversi meninos de rua, i bambini di strada, che in Brasile vengono uccisi per l'espianto degli organi o rapiti per essere venduti ai pedofili e che le Comunità "Papa Giovanni XXIII", con il nostro compaesano missionario, salvano dalla morte o dallo sfruttamento sessuale (che forse è ancor peggiore della morte), assicurandogli un futuro dignitoso nel loro Paese di nascita (come tutti invocano).

Gli organizzatori hanno tenuto a ringraziare la popolazione con le seguenti parole:

«Cinquentenni per il sociale. GRAZIE! Il gruppo del '67 ringrazia tutti coloro che hanno partecipato e contribuito "nonostante Eolo" (il vento freddissimo che si è levato nella serata dell'11 c. m.) alla riuscita della serata solidale che si è tenuta sulla Piazzetta Primo Maggio (nella data sopra indicata), a favore delle Comunità Papa Giovanni XXIII vicine ai bisognosi del mondo (compresa l'Italia). Salutiamo tutti con una frase a noi cara: "Quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno" (Santa M. Teresa di Calcutta)».

A sua volta Peppino Leone ha ringraziato gli organizzatori ed i partecipanti con una lettera carica di gratitudine (riportata di sotto in copia).

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Bonifico da € 1000

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Bonifico da € 500

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Ringraziamento di Peppino Leone

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Il missionario di Lacedonia Peppino Leone

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Un paio di anni or sono ebbi a scrivere un libro dal titolo «Sangue e Sabbia», il cui fulcro erano le memorie di guerra di Vitantonio Solazzo, al quale toccò la ventura di combattere in Africa nel grado di sergente, uscendone miracolosamente vivo e indenne. Aveva già superato la pandemia della "spagnola" e il terremoto del trenta ed il suo sguardo ha potuto spaziare lungo l'arco di un intero secolo, avendo egli oggi compiuto cento anni di età, rendendolo scrigno di una sapienza antica che ormai si va disfacendo. Naturalmente è stato festeggiato dalla famiglia al completo, riunita presso il ristorante Zì Nicolina, ma anche la società civile non è mancata all'appuntamento, rappresentata per l'occassione dalle persone del sindaco Marcello Arminio, che ha tenuto un breve discorso e consegnato a "Zio" Vito, come viene chiamato da tutti, una splendida targa ricordo, e di Valentina Aloisi, assessore alla cultura. Il parroco, Don Antonio Di Savino, ha recitato una preghiera di ringraziamento e benedetto tutti i presenti, pronunciando parole veramente toccanti, ma il momento più commovente è stato quello nel quale Vitantonio Solazzo, con il suo bagaglio secolare sulle spalle, ha preso la parola per ringraziare di cuore tutti i presenti. Dalle sue labbra è fiorita una frase suonata al contempo come un monito ed un auspicio: «Dobbiamo volerci bene!».

E la speranza è proprio quella, caro sergente Vitantonio Solazzo, in una società in cui più che mai è vera l'aspressione latina, di plautina memoria, homo homini lupus!

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Il Consigliere delegato al turismo Antonio Vece

Indubbiamente gli eventi di natura enogastronomica, a Lacedonia, funzionano sempre. Era dunque inevitabile che si registrasse una eccezionale affluenza lungo il percorso della manifestazione denominata "Il Calice del Barone", che si è snodato nei vicoli del centro storico medievale. Merito dei tanti giovani volontari, coordinati dal consigliere delegato al turismo Antonio Vece, che non si è certamente limitato ad impartire direttive, ma che si è sbracciato e da "maestro muratore" si è trasmormato in "manovale". La formula, che si rivela sempre vincente, richiede un imponente lavoro di preparazione e di questo va dato atto a Vece e a quanti hanno prestato il loro spassionato aiuto. fatto è che Lacedonia insiste su un colle tufaceo e pertanto il borgo medievale è letteralmente costellato da cavità, tanto naturali quanto scavate dall'uomo, che hanno sempre assolto al ruolo di cantine. Fino a diversi lustri or sono, i vignaioli locali apponevano all'ingresso un ramo, la cosiddetta "frasca", a dir che avevano messo in vendita il loro vino. Cena tipica lacedoniese alla Piazzetta Primo Maggio e quindi, acquistato un calice per la degustazione, in giro per le cantine chiamate con gli epiteti più eterogenei e simpatici: "la cantina dei marmi" o "la cantina dei cafoni". E nelle piazzette musica. Da segnalare, nell'anno in corso, la presenza di un gruppo jazz di  grandissimo valore, guidato da un noto trombettista nato a Lacedonia, se pure residente a Milano, ovvero il Maestro Rocco Melillo, il quale, pur essendo abituato a ben altri palcoscenici, si è prestato a suonare in loco per amore del paese. A lui vada un grande ringraziamento.

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