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PINO

Il motto è di quelli che al LUPO piacciono davvero tanto: «IRPINIA TI VOGLIO BENE

Nei fatti queste parole racchiudono l'essenza di una bellissima iniziativa che va avanti da alcuni anni a cavallo della festa dell'Immacolata. I ragazzi fanno tappa in tutti i 118 paesi che compongono la nostra provincia in soli tre giorni onde raccogliere addobbi natalizi che adorneranno i pini piantati in alcuni comuni, che cambiano di anno in anno. Nel 2017 la scelta è caduta su S. Angelo, Ariano e Volturara. E anche Lacedonia ha fatto la sua parte. I giovani sono stati accolti presso la Pro Loco "G. Chicone". Erano presenti, per l'occasione, i minori non accompagnati del locale SPRAR e gli ospiti del Centro "S. Anna".

Nata nel 2011, l'iniziativa ha ormai assunto tutti i caratteri della consuetudine o, meglio è dire, della tradizione posta in essere nel segno della esigenza di abbattere le distanze culturali e geografiche al fine di ridiventare comunità coesa, quella dei "Figli del Lupo", nel segno della comune appartenenza ad un territorio splendido, ancorchè per molti aspetti penalizzato.

Anche noi, nel fare i complimenti più sentiti ai promotori dell'iniziativa, da bravi LUPI (e non per caso il nostro nome è LUPUS IN FABULA), ci uniamo al nutrito coro di quanti declamano: «IRPINIA TI VOGLIO BENE

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BiagioIzzoCE

L'espressione "Mi manda Picone" è entratta di prepotenza nel gergo comune, a sottintendere qualcosa di losco o di comunque poco chiaro, da quando, nel 1984, Nanni Loy ebbe a girare la celebre pellicola con quel titolo. Protagonisti ne erano stati Giancarlo Giannini e Lina Sastri. La storia è quella di un operaio che per protestare per la chiusura della fabbrica, l'Italsider, si dà fuoco davanti alla moglie e al figlio. Camorra e corruzione costituiscono il sostrato della vicenda, che poi verrà portato in luce. La commedia teatrale vuol essere un po' il sequel del film, perché l'azione si svolge decenni dopo e trova quale protagonista il figlio dell'uomo che si era dato fuoco. A scrivere il testo il cosceneggiatore del film Elvio Porta.

Naturalmente Biagio izzo è il mattarore della pièce estremamente divertente e pregna di contenuti.

Stasera, 8 dicembre, presso il Teatro Comunale di Lacedonia.

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snicola

In letteratura è opinione prevalente che il culto dei santi, diffusosi fin dall’età tardo antica ed altomedievale, sia non altro che la trasformazione della latria che in epoca romana veniva riservata agli eroi o a personaggi di particolare rilievo quali taluni imperatori, come Augusto che, divinizzato post mortem, fu oggetto di venerazione con propri collegi sacerdotali.

Per quanto possa sembrare verosimile tale interpretazione, in verità ritengo che tale tesi nasca da un vezzo degli storici del periodo successivo all’illuminismo, che come è noto consideravano frutto di superstizione tutto quanto la ragione non riuscisse a spiegare e da quelli di cultura cristiana protestante, iconoclasta e non affatto propensa a santificare uomini, per quanto retti e giusti, perché ciò contraddiceva il principio secondo il quale Gesù Cristo è il solo mediatore tra l’uomo e Dio. Il resto lo ha fatto la cultura materialista che ha caratterizzato la storiografia dell’ultimo Novecento. A mio parere, pertanto, la convinzione de qua è viziata all’origine da preconcetti di natura ideologica e quindi non mi ha mai convinto troppo.

Esiste, infatti, una differenza ben marcata tra un eroe romano, pur divinizzato, e un santo cristiano, che consiste nella possibilità di “intercessione” presso Dio sconosciuta ai romani, i cui eroi non erano chiamati a mediare tra l’essere umano e la divinità, essendo addivenuti al rango di deità essi stessi.

Anche le obiezioni della storiografia influenzata dal protestantesimo mi appaiono un tantino campate in aria, laddove si consideri che Gesù è parte integrante del Dio trinitario al quale crediamo, il Figlio, dal quale procede, insieme al Padre, lo Spirito Santo. Pertanto il Cristo, a rigor di logica, non deve mediare nulla con se stesso, ovvero non deve intercedere per l’uomo presso se stesso. Semmai tale compito è affidato ai suoi seguaci più fedeli, come peraltro indica chiaramente il Vangelo: «In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo».

E dunque il culto dei santi cristiani io ritengo nasca direttamente dalla Parola evangelica, laddove si prenda atto che Gesù in più luoghi afferma chiaramente che i suoi discepoli potranno compiere miracoli nel suo nome, ovvero invocandolo ed impetrando a pro degli altri con la preghiera.

Questa è la caratteristica predominante dei santi e, nei fatti, è ciò che determina, ai giorni nostri, la canonizzazione, che non sarà mai posta in essere laddove non si dimostri che non siano avvenuti eventi straordinari per intercessione del Servo di Dio sottoposto a Processus super Sanctitate.

Certamente le origini della santificazione di cristiani particolarmente meritevoli affondano, nel cristianesimo delle origini, nella fama sulla santità e sulla vox populi, che non aveva certamente bisogno di decreti pontifici per elevare agli onori degli altari innanzitutto i “martiri”, i quali si erano guadagnati la santità versando il loro sangue, ma anche i “confessori”, ovverossia coloro i quali avevano testimoniato la loro fede e l’adesione totale al Vangelo con il loro stile di vita. Si trattava di una sorta di “santificazione dal basso”, non decisa dalle gerarchie ecclesiastiche, che erano chiamate soltanto a riconoscere il nuovo culto “imposto” dalla volontà popolare. Esempio tipico è Sant’Antonio Abate, che cito perché interessa da vicino Lacedonia.

Soltanto dal VI secolo d. C. e fino al XII si impose la canonizzazione vescovile, che poteva fare a meno dell’imprimatur del Papa, il quale, però, sia pure molto gradualmente arrogò alla Chiesa di Roma il diritto di proclamare la santità.

Ma chi erano i santi e perché molte comunità ne scelsero almeno uno quale Patrono e Protettore?

In molte città furono proclamati Patroni taluni Vescovi che in vita erano stati particolarmente carismatici e che avevano prestato il loro servizio episcopale in esse, Ne sia d’esempio, per Napoli, il culto che ancora oggi è riservato a San Gennaro.

In altre diocesi, di più tarda costituzione o in cui non si fosse mai palesata una figura di alto prelato particolarmente degna di venerazione, le comunità finirono per adottare i santi che godevano di più vasta fama e che erano considerati pertanto più potenti. E così fu anche per Lacedonia, che per un periodo almeno si affidò alle cure patronali, come riporta il Palmese, di Sant’Antonio Abate. Non c’è alcun modo per verificare tale notizia, ma io la accolgo per vera, considerata l’esistenza, fino alla fine del 1600, di una importante Chiesa a lui dedicata, quella nella quale fu celebrato il Giuramento dei Baroni ed in cui furono sepolte le spoglie mortali del Servo di Dio Giacomo Candido, Vescovo di Lacedonia morto nel 1608 in odore di santità. Fu poi abbattuta perché in quel luogo si scelse di impiantare la fabbrica della nuova Cattedrale con il suo campanile lapideo, ovverossia quella attuale.

Quando San Nicola di Myra abbia preso il posto di Sant’Antonio non è dato saperlo, ma è intuibile che egli già fosse il Patrono nella seconda metà del 1400, visto che fu riconsacrata in suo onore, magari qualche decennio prima di tale epoca, una Chiesa con portale gotico precedentemente dedicata a San Giovani Battista: ed il portale è purtroppo il solo elemento architettonico rimasto della originaria struttura, riedificata una infinità di volte in grazia dei periodici terremoti. Peraltro è uno dei santi che figurano nel Trittico quattrocentesco, proprio accanto al Battista, tra i quali non è presente Sant’Antonio.

Dobbiamo attendere qualche secolo prima che San Filippo Neri diventasse Compatrono e Protettore. A tal proposito vorrei rilevare l’opera di sistematica e per molti versi ingenua disinformazione che taluno diffonde a mezzo web, asserendo che subito dopo il terremoto del 1456 i lacedoniesi, delusi da San Nicola, abbiano proclamato protettore San Filippo.

Peccato che Filippo Neri vide la luce a Firenze soltanto nel luglio del 1515 e che fu elevato agli onori degli altari nel 1622, altrimenti la bufala avrebbe anche avuto una sua ragion d’essere, in considerazione del fatto che San Filippo è invocato proprio contro gli eventi sismici.

In realtà il culto filippino trova i suoi prodromi certi nella presenza a Lacedonia, dal 1606 al 1608, del Vescovo Giacomo Candido, che era stato suo discepolo presso l’oratorio romano, stante però il fatto che San Filippo fu proclamato ufficialmente Compatrono e Protettore soltanto l’8 di settembre del 1783, come riportano atti ufficiali ai quali ancora abbiamo accesso diretto.   

san nicola

Statua lignea del 600 raffigurante San Nicola - Museo "San Gerardo Maiella" - Lacedonia

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premio cerullo

Sarò di parte, ma quando apprendo che gli alunni delle scuole di Lacedonia, nella specie tre studentesse dei Licei, il Classico e quello delle Scienze Umane, si fanno valere, rendendo in tal modo onore all’Istituto nei cui banchi anch’io mi sono formato alcuni lustri or sono (non dico quanti), ebbene, io provo una sensazione di legittimo orgoglio. Al contempo tali notizie mi dicono che le nostre zone, preda di un costante depauperamento antropico dal quale scaturiscono innumerevoli problematiche, esprimono per converso giovani intelletti di tutto rispetto.

Nei fatti la giovanissima Valeria Margotta, che frequenta la classe IV dell’indirizzo Classico dell’Istituto nell’anno in corso guidato in reggenza dall’ottima D. S. dott.ssa Alfonsina Manganiello, è riuscita a portare a casa una menzione speciale partecipando al prestigioso Premio “Pina Cerullo”, organizzato dall’Accademia dei Dogliosi ad Avellino. Le altre due studentesse partecipanti, Roberta Maglione e Alessia Del Grande, che siedono tra i banchi della classe IV del Liceo delle Scienze Umane, hanno entrambe ottenuto un attestato valido per il credito scolastico. Ottimo risultato in definitiva, conseguito in grazia della produzione di un saggio di non facile svolgimento, che abbracciava discipline quali la filosofia e la sociologia.

Un plauso a loro, ma doverosamente anche alle professoresse di italiano Lucia Genovese e Debora Renzulli, che hanno guidato le alunne nel percorso, e alla professoressa Antonella Cericola, che le ha indotte a partecipare.

La premiazione è avvenuta nella giornata odierna presso l’Hotel della Ville di Avellino. A premiare è stato il Preside Giovanni Sasso.

magist

Foto di A. Pignatiello - 2014 - Diritti riservati, vietata la riproduzione senza il consenso dell'autore

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