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Oggi cade il quarto anniversario della tragica scomparsa del professore e maestro di scherma Francesco Russo, che è stato, e sono certo che nessuno mi possa smentire, il più grande schermidore che la nostra provincia abbia mai avuto. Alle capacità sportive, peraltro, Franchino, come tutti affettuosamente lo chiamavano, coniugava una serietà ed una sobrietà nei modi e negli atteggiamenti che costituiscono qualità tipiche delle persone autenticamente grandi. Se a questo si unisce la sua attitudine a coltivare e ad insegnare i veri valori dello sport, e non si tratta in questo caso di mere frasi di circostanza, ben si comprende come per Lacedonia e per tutta l’Irpinia la sua dipartita abbia costituito una perdita incolmabile. Nato a Lacedonia ed ivi vissuto per l’intera esistenza, nondimeno Francesco Russo, di allori ne ha raccolti veramente molti, in giro per il mondo, proiettandosi ai livelli più alti, al punto da aver vinto un campionato europeo di sciabola e da essere stato più volte inserito nella nazionale di scherma, fino agli ultimi anni della sua non lunga vita, nella categoria seniores, avendo partecipato più volte ai mondiali, ultimi tra i quali quelli disputati in Russia. Ma ciò che lo ha connotato è stato l’impegno nell’insegnamento della scherma in qualità di maestro di moltissime generazioni di schermidori d’Irpinia, avendo egli fondato, decenni or sono, il primo club di scherma nella provincia di Avellino. Fatto è che non agiva per interesse, poiché i suoi allievi non pagavano alcuna retta e spesso era egli stesso a pagare l’iscrizione ai vari campionati. Campione, dunque, non solo sotto il profilo atletico, ma anche e soprattutto sotto quello umano, in una epifania esistenziale che ha trovato un epilogo alquanto tragico nella sofferta battaglia, combattuta con un coraggio e una dignità ineguagliabili, contro il più innominabile dei mali. Vogliamo ricordarlo, perché la sua memoria costituisca esempio per tutti.

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Non una di più è da una parte il titolo dell’antologia, che ha per oggetto la violenza sulle donne, curata dalla scrittrice Maria Rosaria Selo, ma dall’altra è un imperativo categorico al quale la società non può più sottrarsi. Non una donna di più dovrebbe convivere con la paura che le accada qualcosa di tremendo e pertanto nessuno può volgere lo sguardo altrove quando l’irreparabile si verifica, seguendo un costume antico quasi quanto la progenie umana, nel corso della cui storia evolutiva la supremazia maschile raramente è stata messa in discussione. Le comunità umane, a tutte le latitudini (un po’ di meno nell’Europa settentrionale, a dire il vero), hanno veramente bisogno di una riconversione culturale, partendo magari dalla loro fronda verde, che ancora può essere educata al rispetto dei generi, ma tale risultato potrebbe essere ottenuto soltanto dopo un notevole avvicendamento generazionale: nell’attesa i violenti andrebbero messi nella condizione di non nuocere. I mezzi legali ci sarebbero e bisogna soltanto tirare fuori la volontà di procedere in tal senso, cosa che non sempre avviene, come dimostra la casistica concernente la violenza di genere che somiglia sempre di più ad un vero e proprio bollettino di guerra.

Ben vengano, dunque, lavori letterari di denuncia, ma che in più hanno il pregio di indicare una strada da seguire in direzione della civilizzazione dell’intelletto collettivo, condizione senza la quale i comportamenti non muteranno affatto. E questo è il caso dell’antologia de qua, che sarà oggetto di una presentazione domani, 27 novembre del 2018, con inizio alle ore 16.00, presso l’aula didattica del MAVI.

L’evento, che è stato organizzato in sinergia tra l’Amministrazione e la costituenda Consulta delle Donne, vedrà i saluti del sindaco Antonio Di Conza e dell’assessore Marilinda Donatiello, cui seguiranno gli interventi della curatrice del volume, Maria Rosaria Selo, di Luisa Festa, sociologa e Consigliera di parità supplente della Regione Campania, ed infine di Annamaria Raimondi, presidente dell’associazione Salute Donna.

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Costruiamo il futuro conoscendo insieme le nostre radici. È questo il titolo scelto per un lungimirante progetto concepito dall'IOS "F. De Sanctis" di Lacedonia e già in corso di attuazione nei comuni abbracciati dalla istituzione scolastica de qua, diretta, nell'anno scolastico in corso, dalla D. S. prof.ssa Silvana Rita Solimine.

Curato dalla referente scolastica, prof.ssa Giuseppina D'Agostino, il piano operativo punta alla riscoperta della storia dei luoghi, dalla quale attingere contezza delle potenzialità delle quali il territorio è foriero, indispensabili per la costruzione di un futuro possibilmente radioso, stante una situazione generale che produce più di qualche preoccupazione nell'ambito di società che sembrano percepire il "senso della fine", per richiamare una corrente di pensiero letterario e sociologico degli anni settanta. Le implicazioni di tale progettualità, che è all'un tempo idea pedagogica e didattica, non si palesano ad uno sguardo superficiale, ma brillano laddove siano illuminate da un ragionamento rigorosamente logico. Passato e futuro sono niente altro che punti sulla stessa linea temporale e per giunta sono strettamente correlati, nel senso che il futuro dipende dal modo in cui ha trovato epifania il passato, mentre il presente, punto di connessione tra i due eterogenei momenti del tempo, può mutare in meglio (ed in realtà, a mutamento avvenuto, il presente è già passato) laddove si abbiano le idee chiare circa il futuro che si intende costruire. In altri termini, penso che non sia campato in aria il convincimento degli antichi greci, Eschilo in testa, che le colpe dei padri ricadano sui figli, ma, di più, ritengo che i figli si giovino anche delle conquiste dei padri. Noi, in sostanza, viviamo "nel passato" e tale affermazione apparentemente paradossale si chiarisce meglio alla luce di una semplicissima metafora: i momenti che furono sono altrettanti mattoni che costituiscono i muri della casa nella quale abitiamo attualmente, ovvero il presente, nel quale continuiamo ad erigere l'edificio nel quale vivremo e vivranno le generazioni che ci soppianteranno presto o tardi, ovvero il futuro. Conoscere ciò che è stato equivale, quindi, ad essere in possesso della "pianta" della casa comune, per muoversi ed operare al suo interno con disinvoltura ed efficacia. L'alternativa è l'azione al buio, che naturalmente non potrà mai produrre effetti notevoli e duraturi.

In tale ottica, ad esempio, va letto l'odierno evento (siamo al 24 di novembre del 2018), organizzato dal prof. Giovanni Casparriello, tenutosi presso il Teatro comunale di Lacedonia e concernente la storia e la figura di Carlo Gesualdo, il principe dei madrigalisti, come viene chiamato da quando musicisti del calibro di Igor Stravinsky ne riscoprirono la figura, valorizzandola, dopo tre secoli di oblio generato dallo scarso gradimento del quale erano fatti segno i poeti e i musicisti cinquecenteschi e seicenteschi dalle successive scuole di pensiero estetico e letterario. Al di là della curiosità culturale che suscita una figura di uomo e di artista così complessa, per i giovani è importante il valore esemplare del quale egli è portatore, forse non sul piano umano, giacché si macchiò dell'omicidio della moglie e del suo amante, evento che poi lo indusse ad espiare nei modi più eterogenei, ma senza dubbio sotto quello artistico e creativo. Carlo Gesualdo rafforza il nostro principio di identità, ci rende fieri dell'appartenenza ad un territorio che ha saputo partorire dalla sua zolla menti eccelse ed al contempo ci induce ad operare in senso positivo, condizione essenziale perché possa prodursi ripresa e di conseguenza possa essere scongiurato l'annichilimento antropico che molte cassandre presentano ormai come un fatto già compiuto.

Moderato dall'amico Annibale Discepolo, storica firma del quotidiano "Il Mattino", la manifestazione ha avuto inizio con i saluti istituzionali del sindaco avv. Antonio Di Conza e della D. S. prof.ssa Rita Silvana Solimine. Indi sono intervenuti il prof. Casparriello e l'avv. Antonio Di Martino, regista del documentario che è stato proiettato. Sono seguiti gli interventi del notaio Edgardo Pesiri, sindaco di Gesualdo, del prof. Antonio Polidoro, docente presso il Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli, e del dott. Dario Bavaro, presidente dell'associazione Irpinia 7X.

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Sarà Monteverde a rappresentare, domani, la nostra regione, la Campania, nella finalissima della competizione televisiva denominata il "Borgo dei Borghi". La trasmissione di RAI 3 svelerà, a partire dalle 21.15, chi si sarà aggiudicata la vittoria sulla scorta delle preferenze acquisite con il televoto. Monteverde va inanellando una serie continua di riconoscimenti, il frutto, evidentemente, di una certosina opera di riqualificazione urbana, ambientale, storica, culturale e di promozione che dura da quasi tre lustri. Queste brevi note vogliono costituire un invito a sostenere il nostro territorio votando, nella speranza che LUPUS IN FABULA possa offrire notizia di un isultato prestigioso.

VOTIAMO IN MASSA!

Quindi domani, 24 novembre, occorre sintonizzare le antenne su RAI 3 e seguire le istruzioni. Una vittoria di Monteverde sarebbe una vittoria per tutta l'Irpinia!

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

Accreditato presso il MIUR ex art. 66 del vigente C.C.N.L. ed ex artt. 2 e 3 della Direttiva Ministeriale 90/2003,

aggiornata con la Direttiva Ministeriale 170/2016

DELEGAZIONE REGIONALE DELLA CAMPANIA LACEDONIA (AV)


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