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Il Consigliere delegato al turismo Antonio Vece

Indubbiamente gli eventi di natura enogastronomica, a Lacedonia, funzionano sempre. Era dunque inevitabile che si registrasse una eccezionale affluenza lungo il percorso della manifestazione denominata "Il Calice del Barone", che si è snodato nei vicoli del centro storico medievale. Merito dei tanti giovani volontari, coordinati dal consigliere delegato al turismo Antonio Vece, che non si è certamente limitato ad impartire direttive, ma che si è sbracciato e da "maestro muratore" si è trasmormato in "manovale". La formula, che si rivela sempre vincente, richiede un imponente lavoro di preparazione e di questo va dato atto a Vece e a quanti hanno prestato il loro spassionato aiuto. fatto è che Lacedonia insiste su un colle tufaceo e pertanto il borgo medievale è letteralmente costellato da cavità, tanto naturali quanto scavate dall'uomo, che hanno sempre assolto al ruolo di cantine. Fino a diversi lustri or sono, i vignaioli locali apponevano all'ingresso un ramo, la cosiddetta "frasca", a dir che avevano messo in vendita il loro vino. Cena tipica lacedoniese alla Piazzetta Primo Maggio e quindi, acquistato un calice per la degustazione, in giro per le cantine chiamate con gli epiteti più eterogenei e simpatici: "la cantina dei marmi" o "la cantina dei cafoni". E nelle piazzette musica. Da segnalare, nell'anno in corso, la presenza di un gruppo jazz di  grandissimo valore, guidato da un noto trombettista nato a Lacedonia, se pure residente a Milano, ovvero il Maestro Rocco Melillo, il quale, pur essendo abituato a ben altri palcoscenici, si è prestato a suonare in loco per amore del paese. A lui vada un grande ringraziamento.

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Il Leghiste e il suo avvicato Zuzù

A seguito di accuratissime indagini, finalmente è stato risolto il giallo del galletto scomparso da Lacedonia circa dieci giorni or sono. L’epilogo, purtroppo, presenta decise connotazioni noir. Questi i fatti. Un galletto, capo del pollaio di proprietà di Rocco Pagnotta - sì, proprio quel Rocco!, per intenderci quello che quando tirava il calcio ad un pallone presso il campo sportivo lo mandava talmente in alto che finiva per scendere dopo un quarto d’ora e per giunta ricoperto di neve e ghiaccio – era diventato l’incubo notturno, ma anche diurno, dei domiciliati nelle vie Galilei e De Sanctis. Infatti rompeva i … scassava le …, insomma incrinava i timpani con il suo canto acuto in orari nei quali di solito si dorme. Nel corso delle indagini, svolte in maniera congiunta da una task force internazionale formata dallo special agent americano della CIA (Agricultural Intervention Commission) Gerry McCallon e dal suo collega francese, l’ispettore della Gendarmerie agricole Gerard Tumeòn, sono emerse eterogenee piste, tutte molto verosimili. In prima istanza i sospetti si sono concentrati su Antonio Pagnotta, detto Il Leghista, fratello del proprietario, il quale più volte aveva salvato i suoi galletti dalle mire del congiunto.

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Tumeon

Ma questi, senza colpo ferire, ha dato mandato al principe del foro, l’avvocato Mario Megliola detto Zuzù e per antonomasia impossibile da fregare, di difenderlo da ogni tipo di accusa. Nei fatti la difesa si è fondata su una sostanziale assenza di prove schiaccianti dimostrata ampiamente, stante però la presenza di innumerevoli indizi che tuttavia non hanno potuto condurre ad una incriminazione ufficiale per gallicidio. A questo puto un primo colpo di scena. È spuntato fuori dal nulla un testimone, Ciro D’Agostino detto Yanez de Gomera, che ha dichiarato di aver raccolto per caso una esternazione di un ignoto poi identificato in Mimmo Quatrale, che quando viene a lacedonia abita in via De Sanctis, il quale avrebbe minacciato di torcere il collo al pennuto che con il suo insistente canto non lo lasciava dormire. Ma anche la “pista bergamasca”, visto che Mimmo vive usualmente a Bergamo, ma quella Alta però, si è rivelata essere un vicolo cieco, anche se è stato possibile accertare che in gran segreto i residenti delle sue strade si erano riuniti più volte pronunciando una fatwa, ovvero una condanna, nei confronti del gallo scassamarroni. 

A questo punto è subentrato un nuovo testimone, Mimmo Patanella detto Scolett, che ha aperto di fatto la «pista agricola». Insieme al figlio avrebbe visto di spalle una persona che «dalla conformazione del cozzetto sembrava essere una cozza agricola». Anche tale indicazione è però caduta nel vuoto.

Arenatesi le indagini, nuovo colpo di scena posto in essere dalla difesa del Leghista, che aveva annunciato l’intenzione di inserire nel team l’avvocato Fierro, altrimenti detto «nega tutto, anche l’evidenza!». Mail re dei negatori non ha accettato, ragion per la quale l’avvocato Zuzù ha fatto in modo di aprire un nuovo fronte di indagini puntando l’indice su Mario Pandiscia detto Sandokan e Antonio Mercadante detto Vasco, quindi da non confondersi con Cumbandonio che non c’entra nulla perché di galletti ne ha a volontà nella sua masseria. La «pista ligure» si era presentata promettente perché i due avevano divorato un gallo al forno pochi giorni prima, il quale, secondo fonti molto attendibili, era bello duro e ruspante, oltre che sostanzioso, Incalzato dalle domande dell’avv. Zuzù, che gli chiedeva se il gallo fosse canterino, Sandokan ha smontato le teorie accusatorie con una semplice esternazione: «Saccj sti cazz’ s’ candav!».

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La pista ligure: Mario Pandiscia detto Sandokan (a destra) e Antonio Mercadante detto Vasco

Le indagini finiscono di nuovo nel pantano fino a quando non si vede che è giunto a Lacedonia Antonello Cocozzello detto Lupin.

L’alibi che presenta è però inattaccabile, perché nei giorni della sparizione si trovava in Salento e poi ormai è andato in pensione da un pezzo.

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Antonello Cocozzello detto Lupin

La sola chance offerta agli investigatori ormai era una confessione di un o degli implicati. Come per miracolo, è proprio il caso di dirlo, essa c’è stata. Travestitosi da prete, Gerry McCallon ha confessato Peppino Libertazzi detto Sabbatuccio, che come è noto si confessa spesso e che quindi costituiva l’anello debole della catena di omertà.

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Sabbatuccio e Chicchietto

Ecco come sono dunque andate effettivamente le cose. Caduto in profondo stato di depressione, afflitto dallo stress di essere al centro di tante attenzioni e ormai stanco di ascoltare per anni le cazzate dei lacedoniesi, e prima di tutto le mie, il galletto non ha retto e si è suicidato lanciandosi sulle punte acuminate di un rastrello. Qui è subentrato il Leghista che, con Sabbatuccio e Chicchietto, ha pensato di assolvere ad un dovere pietoso offrendogli degna sepoltura. Si sono messi a cercare un posto adeguato, ma non avendolo trovato, hanno deciso di seppellirlo nei loro stomaci, mentre le onoranze funebri sono state ufficiate dallo chef Enzo La Stella.

Questa spiegazione, tuttavia, non basta all’accusa, che pure avendo creduto alla storia del suicidio, intende incriminare i tre per «occultamento di cadavere aviario». Sembra che saranno rinviati a giudizio e che il processo, nel quale si costituirà parte civile anche Francesco Amadori, si terrà il prossimo anno, sempre a Lacedonia e sempre in Agosto, quando il sole cocente ci predispone molto di più ad esternare immani fesserie.

Un’ultima precisazione: che diavolo c’entrava con il galletto scomparso il “mezzo agnello vivo”? Proprio un bel niente: ma alla fiera delle tante cazzate sparate ci faceva la sua bella figura!

THE END, MAYBE!

 

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In epoca medievale l’arte venatoria per tantissimi poveri costituiva una necessità, mentre per i pochi ricchi era uno svago. Talvolta per i potenti, quelli veri naturalmente, essa diventava una passione, come nel caso dell’imperatore Federico II, che tradizione vuole l’abbia esercitata anche a Bisaccia. Tenutasi lo scorso anno con eccezionale successo di pubblico, la spettacolare rievocazione è entrata a far parte di un progetto di più ampio respiro denominato REGINA VIARUM, che unisce quattro comuni: Lacedonia, Bisaccia, Montefalcione e Pietradefusi, beneficiari del finanziamento a valere sulle risorse del POC 2014/2020, Linea strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e cultura”.

Eterogenei sono gli avvenimenti storici oggetto di rievocazione: “La Congiura dei Baroni” di Lacedonia (12 agosto), “Sui sentieri di caccia con Federico II” di Bisaccia (14 agosto), “La traslazione delle spoglie di San Faustino Martire” di Pietradefusi (27 agosto), “Le batterie del Tracco” di Montefalcione (23 dicembre).

Corre l’obbligo, tra queste righe, di porgere i complimenti alle associazioni che si sono impegnate per organizzare logisticamente la manifestazione e ai tanti cittadini che hanno vestito gli abiti d’epoca offrendo il loro prezioso contributo. 

Cenni storici sul rapporto tra Bisaccia e Federico II – L’importanza del Castello.

Tanto nell’Alto quanto nel Basso Medioevo, non esisteva borgo nel quale non insistesse un castello. Infatti le prime fasi dell’incastellamento, soprattutto nel Meridione, datano al periodo della fine della dominazione bizantina e del contestuale avvento dei Normanni, i quali diedero vita ad una massiccia opera di fortificazione dei villaggi aperti, che assunsero in tal modo il nome, ed il ruolo, di kastellia. Fu però Federico II, più di ogni altro imperatore o regnante, a concepire un sistema organico di incastellamento finalizzato al controllo massiccio del territorio per il tramite di una serie di insediamenti militari che creavano una vera impenetrabile rete.

E proprio questo è stato il percorso storico del Castello di Bisaccia, che le fonti più datate ed attendibili fanno risalire all’opera dei Normanni, anche se taluno afferma che esso debba la sua esistenza alla volontà del generale bizantino Basilio Boiannes (Bugiano), che dal 1017 al 1027 fu a capo del Catapanato d’Italia. Per quanto verosimile, tale notizia non trova però conforto in documenti di alcun genere. Comunque siano andate le cose (più attendibile è l’origine normanna), tale primigenio insediamento subì il colpo di un terribile sisma, che devastò l’attuale Irpinia orientale nel 1198, uscendone diruto. Quindi, per circa mezzo secolo, le sue rovine versarono in stato di abbandono, fino a quando, nel 1246, il feudatario coevo Riccardo I non fu esautorato da Federico II perché ritenuto reo di congiura e privato dei privilegi feudali e dei territori. A quel punto l’Imperatore deliberò la ricostruzione del Castello perché entrasse a far parte del sistema difensivo che egli aveva concepito. Sul fatto che Federico II sia effettivamente stato a Bisaccia non esiste dubbio alcuno, giacché se ne deriva notizia certa dalla «Friderici Secundi, Romanorum Imperatoris, Jerusalem et Siciliae Regis, Historia Diplomatica», che ne dimostra la presenza il 28 giugno del 1250, quattro anni dopo la confisca del feudo e quindi a restauro del Castello probabilmente ultimato.

Secondo la tradizione orale diffusa a Bisaccia - ed in questo caso reputiamo valida la locuzione latina “Vox populi, vox Dei” - l’Imperatore avrebbe eletto tale maniero a residenza di caccia, essendovi tornato più volte per esercitare l’arte della falconeria sull’altipiano del Formicoso, il quale, in grazia della sua conformazione orografica, era libero da impedimenti visivi e quindi vi si prestava moltissimo, e, nelle valli limitrofe, estremamente boscose, per porre in essere pratiche venatorie basate sull’uso dell’arco e delle frecce, essendo la zona molto ricca di selvaggina della sorta più eterogenea. In effetti Federico II era un grandissimo appassionato di falconeria e ne aveva, per giunta, grandissima esperienza, visto che fu proprio lui a scrivere un trattato, che è all’un tempo un saggio simbolico e filosofico, intitolato «De arte venandi cum avibus» (Sull’arte di cacciare con gli uccelli).

Fonti storiche riportano notizia che il Castello sia stato anche sede saltuaria della Scuola Poetica Siciliana. La qual cosa può esser considerata veritiera nel senso che Federico II era spesso aduso a spostarsi da un luogo all’altro con il seguito della sua corte, la quale, come è noto, era composta anche da artisti, poeti, letterati, eruditi e così via. In questa ottica è possibile affermare senza tema di smentita che tra le mura del Castello di Bisaccia e nei suoi saloni siano risuonati i versi di molti poeti appartenenti alla Scuola de quo.

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Il 16 del corrente mese di agosto, presso il giardino del MAVI situato in Via delle Rose a Lacedonia, con inizio alle ore 18.15, si terrà la presentazione del volume di Carmine Ziccardi «Antonio Miele di Andretta e il Collegio elettorale di Lacedonia dopo l’Unità». Oltre ai contenuti del libro saranno illustrate alcune peculiarità dell’Italia postunitaria, la qual cosa consentirà all’Ente, morale e di formazione riconosciuto dal MIUR, denominato U.N.L.A., del quale Ziccardi è parte non secondaria sedendo nel Direttivo Nazionale ed essendo Direttore del Centro di Studi Storici Interregionale, di rilasciare attestato di partecipazione gratuito a quanti si accrediteranno lasciando le proprie generalità.

Il libro de quo è estremamente interessante non soltanto per i cultori della materia, per i quali costituisce indispensabile strumento di conoscenza, ma anche per quanti intendono implementare la loro cultura arricchendola con un bagaglio gnoseologico relativo ad un’epoca non molto conosciuta dalla maggioranza dei cittadini.

Nello specifico, per gli abitanti di Lacedonia, ad esempio, sarà interessante scoprire quanta importanza avesse il luogo all’epoca, perduta poi progressivamente nei decenni. Si potranno soddisfare le curiosità più varie, gettando fasci di luce su talune convinzioni fondate sul sentito dire e non su precisi riscontri storiografici. Faccio soltanto un esempio per chiarire tale concetto. Quando si parla di De Sanctis e della sua mancata elezione nel Collegio di Lacedonia nel 1861, non si pensa che ad esprimere il voto, all’epoca, era una piccolissima minoranza della popolazione. Esso Collegio era infatti uno degli 8 della Provincia del Principato Ulteriore ed abbracciava ben 12 comuni, suddivisi in 4 mandamenti, con una popolazione di moltissime migliaia di persone: ma gli aventi diritto al voto erano in totale soltanto 581, dei quali solo in 352 espressero la loro preferenza. All’epoca, insomma, il diritto di voto era riservato ai soli cittadini maschi di età superiore ai 25 anni e di elevata condizione sociale.

Non manca peraltro, nella ennesima fatica storiografica di Ziccardi, che vanta una esaltante prefazione del Prof. Pino Acocella, uno spaccato antropologico proteso ad illustrare le condizioni di vita dei paesi in quei frangenti, tal da farci comprendere da dove veniamo e quanta importanza dovremmo dare a conquiste, come quelle del suffragio universale, che oggi diamo per scontate e dovute.

Per quel che concerne Antonio Miele, debbo veramente dire che il suo profilo caratteriale, così come emerge dal racconto che ne fa Carmine Ziccardi fondandosi, come suo solito, su documenti d’archivio, è davvero affascinante. Si tratta di un prete, anzi di un arciprete patriota, nato da famiglia carbonara, professante il neocattolicesimo liberale ibridato con altre istanze e ideologie unitarie, sostenitore accanito dell’esigenza di pervenire all’unificazione peninsulare, sempre pronto a pagare con il carcere, molto di più di Francesco De Sanctis, la coerenza con i suoi ideali. Il fatto che fosse costantemente alle prese con guai giudiziari, in massima parte derivanti soltanto dalle sue idee, mi lascia supporre che sia stato vessato dalle persecuzioni del potere costituito e questo me lo rende molto, ma molto simpatico, anche se la sua elezione al Parlamento fu annullata per ben tre volte per brogli, veri o soltanto presunti che fossero.

Naturalmente invito tutti gli amici a presenziare alla conferenza.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

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aggiornata con la Direttiva Ministeriale 170/2016

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