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Lo aveva promesso e ha mantenuto. Se il Lecce fosse stato promosso in serie A il suo capitano, Fabio Lucioni, avrebbe percorso in bicicletta la distanza da Lecce a Benevento in tre tappe, una delle quali a Lacedonia. Ma non solo per voto fatto, bensì per una causa degnissima: sensibilizzare sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica e raccogliere fondi per l’AISLA, l’Ente che si occupa della ricerca su questa terribile e devastante malattia. Ad attenderlo in Piazza De Sanctis, ove il team che lo accompagna è giunto alle ore 18.00 circa di oggi (venerdì 31 maggio), un foltissimo gruppo di bambini che gli hanno chiesto l’autografo. Il bravissimo atleta non si è negato alla moltitudine infante che lo ha immediatamente circondato. A fare gli onori di casa il sindaco di Lacedonia, Antonio Di Conza, con molti dei membri dell’Amministrazione comunale. Con la collaborazione dei ragazzi che svolgono il servizio civile, prestatisi volontariamente e con grande entusiasmo, è stata preparata un’accoglienza veramente ineccepibile. Presenti e collaboranti tutte le compagini associative del territorio, a cominciare dall’associazione “Lacedonia Ciclismo ASD”, i cui membri sono andati a ricevere gli ospiti a molti chilometri dal paese e sempre rigorosamente in bici. Hanno peraltro collaborato la Pro Loco “Gino Chicone”, l’ANSPI e l’UNLA.

Le donazioni per questa nobilissima causa, che, ricordiamo, è la ricerca sulla SLA, possono essere fatte  direttamente sulla pagina facebook di Fabio Lucioni, all’indirizzo internet seguente: https://www.facebook.com/FabioLucioniOfficialPage/, oppure direttamente sui siti dell’AISLA.

LUPUS IN FABULA è con la ricerca!

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L'arrivo a Lacedonia

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Fabio Lucioni firma gli autografi ai bambini

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Giornata ecologica

La Pro Loco "G. Chicone" di Lacedonia è sempre stata particolarmente sensibile rispetto alla tematica del patrimonio culturale di carattere ambientale. Le grotte tufacee, ad esempio, hanno costituito l'oggetto di innumerevoli attenzioni che si sono trasformati in eccezionali eventi. Così anche la ricchezza boschiva del nostro territorio, che trova nella Valle dell'Osento e soprattutto nei cerri secolari del bosco del monte Origlio i suoi punti di maggior forza, al punto che tanto il cerro detto "del Drago", quanto quello denominato "del Tesoro", sono stati dichiarati dalla Regione Campania "di interesse regionale" in grazia dell'interessamento congiunto di associazioni varie ed Ente comunale.

Proprio tali attrattori saranno meta, in un percorso delineato nel manifesto sopra pubblicato, saranno la meta della seconda edizione di una escursione che si propone di scoprire aspetti naturali del nostro ager sempre nuovi, soprattutto perché la terra mater ama mutar d'abito molto spesso e non è mai simile a se stessa. La natura vive e cambia, al pari degli esseri umani, per questo non si può mai affermare di conoscere bene un luogo, perché si trasforma continuamente. LUPUS IN FABULA, espressione dell'UNLA, ringrazia la Pro Loco per la gentilezza mostrata nel pubblicare il proprio logo, accanto a quello dell'ANSPI, e si dichiara felice di collaborare a tale bellissima iniziativa.

L'appuntamento è alle ore 8.00 del 2 giugno (domenica) in Piazza De Sanctis.

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Foto di Michele Mari

L’appuntamento è la sera del 31 maggio a Monselice, in provincia di Padova, nell’ambito della dodicesima edizione dell’ETNOFILMFest, festival pressoché unico a livello nazionale dedicato al cinema documentario etnografico e diretto dal regista e antropologo Fabio Gemo. L’edizione 2019 – che si apre oggi 30 maggio e si chiude il 2 giugno è dedicata a Luigi Di Gianni, il grande documentarista scomparso il 10 maggio scorso che ha rappresentato nei suoi lavori il sud e collaborato con l’antropologo Ernesto De Martino.

Ed è un altro antropologo, lo statunitense Frank Cancian, a raccontare la propria esperienza del sud d’Italia nel documentario del romano Michele Citoni, “5x7 – il paese in una scatola” (montaggio di Roberto Mencherini), in concorso all’ETNOFILMFest insieme ad altri 9 titoli e in programma il 31 alle 22.15 nel complesso monumentale San Paolo di Monselice. Il mediometraggio di Citoni – prodotto in collaborazionecon il MAVI Museo Antropologico Visivo Irpino e LaPilart racconta la realizzazione delle 1801 foto di FrankCancian a Lacedonia (Av) e la nascita del piccolo museo, promosso dalla Pro Loco “Gino Chicone”, cheespone le foto e ne custodisce i negativi, e che attorno ad esse ha iniziato dal 2017 un programma di iniziative culturali insieme all’associazione LaPilart.

«Tutto nasce da un’esperienza giovanile di Cancian risalente al 1957», spiega il regista: «ancora ventiduenne e appena laureato, Frank prima di intraprendere gli studi specialistici in antropologia era un fotografo autodidatta e avrebbe voluto proseguire la carriera di fotografo documentario. Aveva già una grande sensibilità etnografica e, arrivato a Lacedonia quasi per caso, scattò nel corso di sette mesi queste bellissime fotografie raccontando molti aspetti della vita quotidiana di una comunità rurale nel pieno di un’epocale passaggio di trasformazione. Un patrimonio visivo straordinario che però è rimasto per decenni in una scatola, perché l’autore aveva poi deciso di percorrere un’altra strada professionale come antropologo economico, che lo portò a svolgere un trentennale lavoro sul campo in Messico. Alcuni lacedoniesi –prosegue Citoni – hanno riscoperto le 1801 fotografie quasi sessant’anni dopo e con la fondazione del MAVI ne hanno sancito il grande valore, che io penso risieda non solo nel loro carattere di testimonianza storico-antropologica ma anche nella loro qualità formale ed espressiva e nella possibilità di farne uno strumento per promuovere la cultura critica dell’immagine».

Michele Citoni è un regista con molti anni di esperienza nel documentario cosiddetto “di creazione” ed ha partecipato, con i suoi film, a numerosi festival internazionali. Ha stretto un forte legame sentimentale con i territori irpini, dove ha collaborato con i festival “Cairano 7x” e “CarbonAria 2012”, con il MAVI e l’associazione LaPilart di Lacedonia, con il gruppo di progettazione +tstudio/rihabitat di Aquilonia, partecipando attivamente a progetti e vertenze territoriali e portando avanti una più che decennale attività di placetelling, testimoniata da diverse opere audiovisive e soprattutto da documentari. Tra questi: “Terre in moto” (2006), un viaggio nei paesi dell’Alto e Medio Sele più segnati dal sisma dell’80 e dal lungo post-sisma; “Avellino-Rocchetta, sospensione di viaggio” (2014), che intreccia il singolare racconto di una storia di emigrazione con le immagini della battaglia delle associazioni contro la dismissione della ferrovia storica voluta da De Sanctis; “Traduzioni” (2016), una testimonianza del possibile dialogo fra la tradizione artigianale e il design e l’arte contemporanea, come via di sviluppo locale e occasione di rigenerazione dei borghi abbandonati.

«Da anni attraverso questi luoghi cercando forse qualcosa di me stesso», riflette il regista romano, che cosìspiega la sua curiosità nei confronti di Cancian: «venuto a conoscenza delle foto di Frank, scattate sessant’anni fa proprio in questo territorio, ho voluto incontrarlo e filmarlo per trovare in questo fotografo/antropologo, osservatore estraneo ma partecipante come me, una risonanza che mi aiutasse a rispondere alla classica domanda dello scrittore-viaggiatore Bruce Chatwin: “che ci faccio qui?”».

Elisa Giammarino

MAVI

Foto del MAVI di LUPUS IN FABULA

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san filippo

Chi sono i Santi Patroni di Lacedonia e quali Santi ne sono i protettori? Su tale domanda corre una certa confusione sulla quale, con queste poche righe, spero di fare chiarezza. Pare che la diocesi di Lacedonia, nel suo periodo iniziale, si si sia affidata alle cure patronali, come riporta il Palmese, di Sant’Antonio Abate. Non c’è alcun modo per verificare tale notizia, ma io la accolgo per vera, considerata l’esistenza, fino alla fine del 1600, di una importante Chiesa a lui dedicata, quella nella quale fu celebrato il Giuramento dei Baroni ed in cui furono sepolte le spoglie mortali del Servo di Dio Giacomo Candido, Vescovo di Lacedonia morto nel 1608 in odore di santità. Fu poi abbattuta perché in quel luogo si scelse di impiantare la fabbrica della nuova Cattedrale con il suo campanile lapideo, ovverossia quella attuale.

Quando San Nicola di Myra abbia preso il posto di Sant’Antonio non è dato saperlo con certezza, ma si pensa che egli sia stato elevato a Patrono nella seconda metà del 1400, in seguito al devastante sisma del 1456, visto che fu riconsacrata in suo onore una Chiesa con portale gotico precedentemente dedicata a San Giovani Battista: ed il portale è purtroppo il solo elemento architettonico rimasto della originaria struttura, riedificata una infinità di volte in grazia dei periodici terremoti. Peraltro è uno dei santi che figurano nel Trittico quattrocentesco, insieme al Battista.

Dobbiamo attendere qualche secolo prima che San Filippo Neri diventasse Compatrono e Protettore. A tal proposito vorrei rilevare l’opera di ingenua disinformazione, certamente in buona fede, che taluno diffonde a mezzo web, asserendo che subito dopo il terremoto de quo i lacedoniesi, delusi da San Nicola, abbiano proclamato protettore San Filippo.

Peccato che Filippo Neri vide la luce a Firenze soltanto nel luglio del 1515 e che fu elevato agli onori degli altari nel 1622.

In realtà il culto filippino trova i suoi prodromi certi nella presenza a Lacedonia, dal 1606 al 1608, del Vescovo Giacomo Candido, che era stato suo discepolo presso l’oratorio romano, stante però il fatto che San Filippo fu proclamato ufficialmente Compatrono e Protettore soltanto l’8 di settembre del 1783, come riportano atti ufficiali ai quali ancora abbiamo accesso diretto. Quindi la sua chiesa è di quell’epoca.    

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