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CECI

La Pro Loco “G. Chicone” di Lacedonia baluardo a difesa di tradizioni che stanno scomparendo. Domani, 2 novembre, torna la consuetudine della distribuzione di ceci e fave cotte che chiunque potrà ritirare in piazza De Sanctis a Lacedonia dalle 10,00 alle 12,00.

È una tradizione, questa, che affonda le sue radici nella civiltà contadina, anche se nessuno può affermare con certezza quando essa fu introdotta. Ed al contempo un lascito della società suddetta alla nostra civiltà attuale. Nei fatti le pietanze tipiche del 2 di novembre, nell'Irpinia orientale, sono tutte a base di ceci, sia che costituiscano il condimento delle "lagane", una sorta di tagliatelle fatte in casa, e sia che si preparino in zuppe o addirittura arrostiti su una piastra collocata sul fuoco del camino (cosa non più usuale, perché con l'innalzamento delle temperature climatiche, di solito, come oggi, a novembre sembra di stare in estate).

Ma, dunque, perché proprio i ceci? Per il semplice fatto che in epoche segnate dalla povertà, neppure poi troppo lontane, i ceci erano i legumi più facilmente reperibili, soprattutto perché in Alta Irpinia abbondavano le coltivazioni.

E proprio ai ceci è connessa una usanza che oggi è scomparsa.

Ogni 2 di novembre moltissimi ragazzi poveri, riuniti in gruppi, giravano di casa in casa recitando una sorta di formula nel vernacolo nostro (che riporto fedelmente): «Ciccj cuott' p' l'an'm r' li muort', ciccj crur' p' l'an'm r' r' criatùr'».

La traduzione italiana del detto lo depriva della sua assonanza: «Ceci cotti per l'anima dei morti, ceci crudi per l'anima delle creature». Si aspettavano che i padroni di casa regalassero loro dei ceci per sfamarsi e poco importava se cotti o crudi, perché la loro fame era certamente di "bocca buona".

La creatività connaturata alla cultura contadina riusciva a trasformare anche un momento triste, quale è la commemorazione annuale dei defunti, in una occasione per saziare l'appetito perenne generato dalla miseria.

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vella

Scoperta una targa a Monteverde installata sul muro della casa natale di Nicola Vella, giurista antifascista, un politico lungimirante e sempre accanto agli ultimi della società, ma ancor prima, a nostro parere, un umanista, che distribuiva a profusione i frutti del suo intelletto, che lavorava instancabilmente per il bene comune, trovando il tempo, peraltro, di dedicarsi persino alla poesia, a testimonianza di una magnanimità di sicuro non usuale. Presenti alla cerimonia, che è stata aperta dai loro brevi interventi, Rosetta D’Amelio, presidente del Consiglio regionale della Campania, il giornalista Gianni Festa, i figli, tra i quali Aldo Vella, intellettuale di grande levatura, il sindaco di Lacedonia Antonio Di Conza, mentre gli onori di casa li ha fatti il primo cittadino monteverdese, Franco Ricciardi, con l’immancabile presenza attiva del suo vice Antonio Vella. Tra le personalità del mondo della scuola e della cultura, Annibale Cogliano, che si è profuso in un dotto intervento, Rocco Pignatiello, il preside Gerardo Vespucci, talmente stimato a Monteverde che ormai vi si trova come a casa propria. Ancora da registrare la presenza di Giovanni De Lorenzo, e degli esponenti delle associazioni di Monteverde. Delineare la storia del Vella sarebbe veramente operazione lunga, più adatta per un convegno, tuttavia mi pare opportuno accennare brevemente ad alcune tappe fondamentali che hanno segnato il suo percorso esistenziale in relazione ai suoi grandi meriti e all’importanza cruciale che ha rivestito per le comunità dell’Alta Irpinia e, in una prospettiva più larga, a tutta la Campania.

Egli, che in uno scritto denominato “Contributo alla critica di se stesso”, il quale data al 1975, si autodefiniva “nullatenente”, sorte condivisa con quasi tutte le persone oneste, e “autodidatta”, a dir del fatto che non fu un nobili genere natus, era portatore di quella umiltà che caratterizza le veraci “grandi anime”. In realtà era invece “ricchissimo”, sia pure non di beni materiali, ma di cultura ed umanità (e se a voi sembra poco) ed era “autodidatta” nel senso, del quale probabilmente egli era consapevole, che ogni apprendimento, anche se conseguito tra le mura di una università, è sempre e soltanto “autoapprendimento”. In realtà egli frequentò scuole di primo livello. Prima negli Stati Uniti, ove sperimentò siccome sa di sale lo pane non altrui, ma guadagnato con il sudore della propria fronte in terra straniera, lavorando in fabbrica e frequentando contemporaneamente, di sera, la scuola “Lincoln Jefferson”, nella quale conseguì nel 1917 un diploma in “Arti”, ovvero il titolo anglosassone di “bachelor”, baccelliere. Tornò in Italia nel 1918 e cominciò a lavorare per diverse testate giornalistiche, ma non di meno si iscrisse, sempre lavorando contemporaneamente, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino. Laureatosi nel 1931, da allora in poi fu per tutti l’avvocato Vella. Venne a Lacedonia ad esercitare la professione legale, perché nel 1932 vi si era trasferito essendo convolato a nozze con Isa Galderisi, figlia di un uomo di grandissima umanità, il medico Michele Galderisi, che curava in non abbienti gratis, che si recava dagli ammalati anche in piena notte e con qual si voglia clima. Peraltro lo stesso suocero era stato per ben due volte sindaco e consigliere provinciale.

Non fu mai colluso con il potere fascista, anzi ne fu fierissimo oppositore, rischiando peraltro in proprio, al punto che il Comitato di Liberazione Nazionale lo nominò, a liberazione avvenuta, commissario prefettizio di Bisaccia e sindaco di Lacedonia, carica nella quale fu confermato l’anno dopo in grazia di un grandissimo suffragio elettorale.    

Le novità più rilevanti da lui introdotte concernevano la trasparenza e il rigore amministrativo, gli sgravi fiscali, come l’abolizione delle imposte di famiglia, dei censi, dei tributi enfiteutici per i cittadini poveri, l’impulso a tutta una serie di attività socio-culturali, la concessione di una quota di cento ettari alla cooperativa "La Terra". Ma fu importantissima la sua opera non soltanto per Lacedonia, ma per l’intero territorio. Fu lui a concepire e a costituire nel 1946, tra i Comuni della zona, il Consorzio Idrico dell’Alta Irpinia, di cui divenne Presidente a titolo gratuito, che diede battaglia, vincendola, contro l’Acquedotto Pugliese per portare l’acqua corrente nei paesi che dipendevano dalle fonti sorgive locali. Nessuno può ignorare che questa fu una vera rivoluzione copernicana.

Difensore dei poveri, anche grazie alla sua opera di sensibilizzazione e del suo sostegno concreto i braccianti, i “servi della gleba”, classe nella quale molti di noi si onorano di trovare le proprie radici, si munirono del coraggio necessario ad occupare le terre nel marzo del 1950.

Da queste poche notizie si attinge quale fosse il valore di Nicola Vella ed altro non si vuole aggiungere, se non che fu un fierissimo meridionalista tra grandissimi meridionalisti, accanto, per citare un grande nome, a persone come Guido Dorso, con il quale collaborò e di cui, verosimilmente, condivideva la visione generale, come si evince dai suoi scritti politici. Per notizia, anche a Lacedonia c’è una piazza che porta il suo nome.

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N.4 foto Cancian

Si chiude la seconda edizione del concorso di fotografia documentaria “1801 passaggi” sul tema “Un paese italiano, 2018”, ispirato ai 1801 scatti realizzati nel 1957 a Lacedonia, in Alta Irpinia, dallo statunitense Frank Cancian.

Una giuria di alto livello tecnico e culturale, composta da Luciano Blasco (antropologo e direttore del Museo Etnografico di Morigerati), Mario Boccia (fotografo e giornalista),Vincenzo Esposito (antropologo e docente dell’Università di Salerno) e Lina Pallotta (fotografa, docente e curatrice), ha selezionato le 20 foto che entreranno a far parte dell’archivio MAVI - Museo Antropologico Visivo Irpino e che saranno esposte nella mostra finale annuale “1801 passaggi”.

Ogni anno una serie di 20 foto di Frank Cancian,scelte fra le 1801 scattate a Lacedonia nel 1957, costituisce la base del concorso, nel quale gli autori vengono chiamati a presentare proprie opere che propongano una libera reinterpretazione attualizzata delle immagini di Cancian.

Quest’anno, rispetto alla prima edizione, si registra la quadruplicazione dei partecipanti e delle foto pervenute all’organizzazione del concorso, curata dall’associazione LaPilart.

La mostra connessa al concorso verrà inaugurata il 2 novembre alle ore 17 nei locali del MAVI (Lacedonia,Via Tribuni). L’appuntamento per il giorno successivo, 3 novembre, è a partire dalle ore 16.00 presso il museo per una serie di eventi: in particolare, alle 18.00 la presentazione ufficiale della mostra fotografica, con la proclamazione e premiazione dei tre vincitori del concorso e aperitivo con passaggi sonori curati da Peak;alle 22.30 la proiezione del video “Cancian a Lacedonia”con la regia di Michele Citoni; dalle 23.00 selezione musicale a cura di Peak.

«Il MAVI – ha spiegato la dottoressa Antonia Pio, direttrice del Museo – è un progetto della Pro Loco “Gino Chicone” di Lacedonia, nato dal fatto che una comunità ha riconosciuto in un archivio di vecchie foto, ritrovate per caso, un patrimonio legato alla propria cultura e identità, che intende preservare e divulgare». Nelle attività del museo un contributo importante proviene anche dall’associazione LaPilart, che – afferma il presidente Giuseppe Bianco – «con le proprie iniziative negli anni scorsi ha portato in Alta Irpinia esperienze legate alle arti contemporanee, compresa la fotografia. LaPilartha ideato il progetto 1801 passaggi, che, grazie alla collaborazione con la Pro Loco,costituisce una delle attività stabili del MAVI. 1801 passaggi – ha concluso Giuseppe Bianco – è un progetto in divenire: una testimonianza dinamica dei cambiamenti della persona e della società, e dell'evoluzione dello sguardo fotografico su di esse».

Ufficio stampa MAVI

Dott.ssa Elisa Giammarino

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masciara

Non sono avvezzo a disquisire intorno a ciò che io stesso produco in ambito letterario, ma se lo faccio confido nel senso d'umana solidarietà del lettore perché comprenda per quale motivo mi vedo costretto a non parlare male di me stesso: il fatto è che mi voglio abbastanza bene!

Intanto ha visto la luce, per i tipi della Delta 3 Edizioni, il romanzo "La Masciàra" (termine vernacolare che sta per megera, strega, praticante magica), che mi ha visto negli abiti di "direttore di una "orchestra" di giovani, frequentanti il Liceo classico ed il Liceo delle Scienze Umane, che hanno partecipato ad uno dei miei corsi di "scrittura creativa", tenuto presso l'IOS "Francesco de Sanctis" di Lacedonia, alla cui guida siede, nell’anno scolastico in corso, la D. S. prof.ssa Silvana Rita Solimine. Si tratta, dunque, del frutto maturato su un albero creativo estremamente ramificato, perché ricco degli innesti di innumerevoli sensibilità, e quelle degli adolescenti sono le più acute e, al contempo, quelle più libere da ceppi manieristici. Un “lavoro corale”, come mi piace definirlo, anche se, naturalmente, su tutto il suo corpus, sotto il profilo linguistico, aleggia il mio “mestiere”.

Per quanto mi concerne non sono affatto nuovo a simili attività didattiche e quello della cosiddetta “scrittura creativa” è un ambito nel quale ho spesso inferito, acquistando l’esperienza necessaria per affermare con grande franchezza che la “creatività” non può essere insegnata, ma deve essere aiutata, con una sorta di procedimento maieutico, ad emergere dalla placenta mentale e spirituale dell’essere umano, con particolare riguardo a quella dei giovani, particolarmente ricca di nutrienti artistici rispetto a quella degli adulti, perché alimentata dalla fantasia tipica dell’età più verde, che è madre molto prolifica dei sogni più eterogenei.

Devo proprio dirlo: ne è venuto fuori un romanzo estremamente suggestivo e validissimo sotto il profilo contenutistico, come ha tenuto a sottolineare il prof. Vincenzo Esposito, docente di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi di Salerno, nella sua presentazione. Al centro del logos c’è la “magia cerimoniale” tipica del meridione d’Italia e la trama si snoda in quel «contesto culturale nel quale Lacedonia si fa luogo emblematico e paradigmatico di un Mezzogiorno legato alle sue tradizioni storiche, alle sue memorie etnografiche», come afferma il prof. Esposito.

Questi i nomi degli studenti che hanno collaborato alla stesura: Antonia Caggiano, Taisia D’Agostino, Giulia D’Errico, Clara Di Letizia, Barbara Di Roma, Rebecca Di Stefano, Chiara Emiro, Domenica Iula, Anna Pia Lo Russo, Roberta Maglione, Angelo Megliola, Denisa Iula Nacioglu, Leonardo Pandiscia.

Responsabile dei PON è stata la prof.ssa Anna Maria Ruggiero e tutor interno della scuola la prof.ssa Antonella Cericola.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

UNIONE NAZIONALE PER LA LOTTA CONTRO L’ANALFABETISMO

Ente Morale D.P.R. n° 181 dell’11.02.1952

Accreditato presso il MIUR ex art. 66 del vigente C.C.N.L. ed ex artt. 2 e 3 della Direttiva Ministeriale 90/2003,

aggiornata con la Direttiva Ministeriale 170/2016

DELEGAZIONE REGIONALE DELLA CAMPANIA LACEDONIA (AV)


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