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sgerardo

 

Nel giorno della festa di san Gerardo credo sia molto importante divulgare la storia dei miracoli che egli operò a Lacedonia in maniera tale che tutti la conoscano.

 

il miracolo della chiave caduta nel pozzo.

Alfonso Amarante, nel suo pregevole testo dal titolo “Gerardo Maiella - Strada Facendo”, a proposito di Lacedonia si esprime in questi termini:

«Lacedonia è stata, ed è forse, la città più legata e cara a Gerardo, nella buona e nella cattiva sorte. Sua residenza per quattro anni (1740 – 1744), l’ha frequentata, poi, spesso, a più riprese, per diversi mesi...».

Nei fatti non si può che concordare con l’ottimo studioso, anche perché la storia della “santità” di Gerardo trova proprio tra queste strade antiche, che si snodano nel centro storico tra case ormai silenti perché abbandonate, taluni momenti fondamentali del suo farsi. A Lacedonia, infatti, San Gerardo operò uno dei suoi più celebri miracoli, ancor più eclatante perché egli all’epoca era giovanissimo e non era affatto tenuto in odore di santità, ma considerato per antonomasia portatore quanto meno di dabbenaggine, per usare un vocabolo non troppo corrosivo. È tradizione che egli, in altri termini, non fosse troppo acuto quanto ad intelletto e pertanto si dice che la gente comune non perdesse occasione per prenderlo in giro, senza che però egli se ne avesse a male. E tuttavia il senno del poi dimostra che veniva scambiata una visione delle cose troppo più alta rispetto alla media per semplicità. E comunque, parafrasando il noto aforisma di Ennio Flaiano che recita «Il peggio che possa capitare ad un genio è di essere compreso», dirò che non capita mai che un santo compreso immediatamente, perché vede di solito oltre il banale sentire comune.

E dunque Gerardo era stato assunto in qualità di servitore dal Vescovo Albini, Episcopo della diocesi di Lacedonia, essendo suo conterraneo. L’iconografia tradizionale ci mostra l’alto prelato nelle vesti di uomo collerico e per nulla incline alla dolcezza, anzi piuttosto rude nei modi e addirittura manesco. Probabilmente tale tradizione amplifica le caratteristiche negative di tal pastore d’anime per fare in modo che le virtù di pazienza e di spirito di sacrificio, che pure Gerardo possedeva a profusione, rifulgano ancora di più nel confronto. Nei fatti, però, quella era un’epoca nella quale l’educazione dei giovani passava attraverso la frusta e non è escluso che anche la pedagogia dell’Albini si basasse sul celebre detto popolare “mazz’ e panell’ fann’ li figl’ bell’” (bastone e pane rendono i figli belli).

Accadde dunque un giorno che, uscito il Vescovo, Gerardo chiuse la porta degli appartamenti episcopali e si recò ad attingere acqua al sottostante pozzo. Poggiata la chiave sull’antica pietra circolare che ne costituisce il bordo (oggi ancora visibile), questa gli cadde accidentalmente in acqua poggiandosi sul fondo. Non fu certamente il timore della punizione a preoccupare Gerardo, anche perché egli ricercava la penitenza in tutti i modi, e quando non la trovava in azioni altrui se la infliggeva da solo. Fu invece il pensiero che avrebbe dato un dispiacere al suo Vescovo ad affliggerlo oltremodo, al che fece la sola cosa che gli venne in mente in quel momento: decise come sempre di affidarsi a Gesù. Corse nell’attigua cattedrale[1] e staccata la statuetta di un bambinello dalle braccia della statua di Sant’Antonio, la cinse alla vita con una corda e la calò nel pozzo pronunziando due semplici parole: “Pensaci Tu”. Tra la meraviglia degli astanti, soprattutto delle numerose donne che attendevano il loro turno per attingere acqua al pozzo, che all’epoca si trovava nella pubblica via e non era ancora stato chiuso da mura, tirata su la statuetta, si vide che questa recava tra le mani la chiave perduta.

Come già detto Gerardo all’epoca era giovanissimo e non era fatto oggetto di eccessiva stima. Come è immaginabile, la percezione sociale sulla sua figura mutò in un batter d’occhi non appena, come il vento, si sparse notizia dell’evento prodigioso, che le comari presenti divulgarono in un battibaleno.

Il Pozzo è ancora là, al suo posto, se pure inglobato nei locali dell’Episcopio, che ospitano il museo dedicato proprio al nome di San Gerardo Maiella, e sorprende non poco che esso non goda ancora delle visite che merita, anche se, ad onor del vero, negli ultimi tempi esse si vanno facendo più frequenti.

gli altri miracoli operati da san gerardo a lacedonia.

La storia di San Gerardo Maiella non è certamente qualcosa di inedito e nulla, rispetto alla marea di scrittori che ne hanno fatto argomento di narrazione, è possibile aggiungere. Gli archetipi gnoseologici risalgono più o meno all’epoca stessa nella quale visse San Gerardo, giacché i suoi primi biografi, e di conseguenza quelli più attendibili, furono i suoi confratelli coevi, a cominciare dal Padre Gaspare Caione, primo in assoluto, seguito Padre Antonio Maria Tannoia e Padre Giuseppe Landi.

A tali fonti si sono rifatti in prima istanza tutti gli autori seguenti, naturalmente quelli successivi alla beatificazione di San Gerardo avvenuta soltanto nel 1893 da parte di Leone XIII ed alla sua definitiva consacrazione agli altari, datata al 1904 ad opera di Pio X, i quali hanno anche potuto attingere notizie anche agli atti del lungo processo di canonizzazione e che pertanto risultano essere oltremodo esaustivi. Ciò che varia, dall’uno all’altro degli agiografi, sono lo stile di scrittura ed il focus narrativo puntato su determinati elementi biografici in dipendenza degli interessi particolari coltivati da ciascuno. Ad esempio, non sono stati in pochi a soffermarsi soprattutto sul soggiorno di San Gerardo nel convento di Materdomini, ove morì, per quanto egli vi sia vissuto per un tempo molto breve rispetto a quello in cui dimorò in altri luoghi operando prodigi straordinari. Ancora oggi, se a scrivere fosse qualcuno legato a Muro Lucano, porrebbe giustamente l’accento su quanto il Santo, da bambino, fece nel suo paese di nascita. Ed ecco dunque che lo scrivente, impegnato a redigere una storia di Lacedonia, non può che attenersi a tale regola prendendo in considerazione soltanto i miracoli che egli ebbe a compiere in loco e, tra di essi, quelli più eclatanti.

guarigioni miracolose.

Lunghissimo sarebbe l’elenco, se mai dovessimo metterlo nero su bianco, di coloro i quali furono guariti a Lacedonia per l’intercessione di Frate Gerardo già quando egli era ancora in vita. La fama di tali suoi carismi era talmente diffusa, essendo riconosciuta anche dal clero, che nel 1754, scatenatasi a Lacedonia una grave epidemia che stava mietendo innumerevoli vittime, il Vescovo del luogo Niccolò Amato, accogliendo una richiesta esplicita dell’Arciprete Domenico Cappucci, pregò il Superiore del convento di Deliceto, Padre Carmine Fiocchi, di inviare Gerardo ad offrire sollievo e conforto spirituale agli ammalati. Nei fatti speravano entrambi che le sue preghiere avrebbero prodotto guarigioni miracolose e che avrebbe arrestato il flagello epidemico, come poi effettivamente avvenne.

Fu accolto dalla popolazione, memore dei prodigi che egli aveva già compiuto in città fin dai tempi nei quali vi abitava da ragazzo, con manifestazioni di giubilo, «come angelo disceso dal cielo», secondo l’espressione usata dalla maggioranza dei suoi agiografi, quasi che con il suo semplice arrivo il morbo fosse già stato sconfitto.

Tra i primi a trarre giovamento dall’azione taumaturgica di San Gerardo fu l’Arcidiacono Antonio Saponiero, che si ritrovava in fin di vita: bastò un tocco ed una preghiera perché egli fosse restituito immediatamente ad una salute perfetta.

Non trascorse molto tempo, peraltro, che l’epidemia stessa ebbe a dissolversi completamente, accanto ai timori del popolo.

In altra occasione Frate Gerardo si trovava a Lacedonia per farvi la questua. Venuto a sapere che una giovane donna, Lella Cocchia, era stata colpita da demenza, ragion per la quale proferiva una gran quantità di parole oscene, mosso a compassione si fece accompagnare a casa della sventurata e le restituì l’intelletto con un solo segno di croce. Subito la fanciulla prese a cantare le lodi del Signore e della Beatissima Vergine, né mai più, come attestato negli atti per la beatificazione, ebbe a pronunziare alcuna sconcezza.

Di altri simili eventi non si vuole fare cenno in queste pagine per non appesantirle troppo, essendo esse largamente risapute.

un fenomeno di estasi mistica e contemporanea levitazione.

A molti Santi è accaduto, quando cadevano in stato di estasi, di sconfiggere la forza di gravità e di volteggiare in aria. A tale fenomeno non era estraneo certamente Gerardo, che ne veniva colto senza che neppure se ne accorgesse. Ospite un giorno in Casa Cappucci[2], fu condotto dal padrone di casa, Costantino, ad ammirare alcuni quadri di argomento religioso, tra i quali quello raffigurante la Vergine Maria. Immediatamente gli affiorò alle labbra una esclamazione che egli non trattenne: «Quanto è bella! Mirate quanto è bella!». Quindi cadde in estasi e a vista di tutti si librò dal pavimento fino a raggiungere l’altezza della tela, baciandola devotamente. I testimoni di tale scena, che erano quasi tutti sacerdoti, ne rimasero impressionati fortemente ed altrettanto commossi.

un fenomeno di bilocazione.

Anche la bilocazione apparteneva all’esistenza giornaliera di San Gerardo e in una occasione esso ebbe a palesarsi anche a Lacedonia. Un uomo che lavorava al servizio della famiglia Di Gregorio, nella cui casa San Gerardo si era fermato spesso, si ammalò in maniera molto grave e, mentre giaceva a letto in preda a lancinanti dolori, corse con il pensiero proprio a Gerardo, esclamando: «O fratello mio, Gerardo mio, dove sei? Perché non vieni ad aiutarmi?» Improvvisamente vide accanto a sé la figura esile del fraticello redentorista il quale gli rispose: «Tu mi hai chiamato ed io sono venuto ad aiutarti. Hai tu fede in Dio? Abbila e sarai guarito!» Lo segnò con la croce sulla fronte e disparve. All’istante svanirono tutti i dolori e egli, che aveva ripreso le sue energie, si levò dal giaciglio per ringraziarlo. Ma non lo trovò e, per giunta, in casa non c’era nessuno che lo avesse visto arrivare o ripartire. In quegli stessi frangenti, infatti, si trovava impegnato in altre faccende nel convento di Deliceto.

in casa di gregorio tramuta una botte di aceto in ottimo vino.

Ritengo che per narrare il prodigio de quo le parole migliori sono quelle scritte negli atti del processo tenuto per la beatificazione. Il passo recita, testualmente: «La madre delle monache Chiara e Veronica Di Gregorio discorrendo un giorno col Servo di Dio di molte cose della casa, gli fece intendere che aveva perduto una botte di vino che era convertito in forte aceto. Sorrise al racconto Gerardo, e colei credendosi burlata lo invitò a scendere nella cantina per fargliela vedere. Vi acconsentì il Servo di Dio, e come fu giunto presso la botte, muovendo la destra su quella, segnò una croce. La buona signora, n’estrasse in un boccale circa una caraffa per fargli di fatto vedere che il vino era aceto. Lo gustò Gerardo e disse che quello era ottimo vino e non aceto, e ciò dicendo la invitava a gustarlo. Lo fece e restò attonita e meravigliata, osservando tutto il contrario di quello che aveva sperimentato nei giorni precedenti con tutta la sua famiglia. Tutta Lacedonia fu informata di questo nuovo prodigio del Servo di Dio».

la sottomissione del diavolo, costretto ad accompagnarlo a lacedonia.

Mentre si trovava a Melfi gli fu ingiunto di partire, per quanto il clima non promettesse nulla di buono. In omaggio alla “santa obbedienza”, alla quale mai egli si sarebbe sognato di derogare, non ascoltò quanti lo sconsigliavano vivamente dal porsi in viaggio con quel tempo, ma salì in groppa ad un ronzino e prese strada verso Lacedonia. Si scatenò quasi subito una vera tempesta, con tuoni, lampi e violenti scrosci di acqua che lo colpivano violentemente: ma ciò non lo fece desistere dal continuare, sia pure molto lentamente. E così giunse sulle sponde dell’Ofanto, che era in piena e in quei frangenti stava rompendo gli argini essendo in procinto straripare. Tale situazione era molto pericolosa e poteva costargli anche la vita, ma non per questo pensò di tornare indietro. Si fermò tuttavia per comprendere in qual modo potesse guadare il fiume e quale strada gli convenisse prendere, giacché entro poco tempo sarebbe calata la sera ed egli avrebbe corso il rischio concreto di perdersi, considerato che già la pioggia e i nembi aveva fatto calare sulla terra una sorta di cappa oscura. All’improvviso vide un’ombra che si materializzò in una figura umana ed contemporaneamente, mentre il cavalo sobbalzava, udì una voce cavernosa che pareva giungere dagli abissi. Sghignazzando l’uomo, che aveva occhi come di brace, gli disse: «Ora non puoi più nulla. Sei nelle mie mani!» ma San Gerardo, per nulla intimorito, replicò: «Ah, sei tu, bestia d’inferno! Nel nome della Trinità ti ordino di prendere le briglie e guidarmi fino a Lacedonia!»

Digrignando violentemente i denti e quasi ruggendo alla stregua di belva domata, costretto da volontà ben superiore alla sua, perché era quella del suo Creatore, il demone guidò tra boschi ed impervi sentieri, nella tenebra, il santo fino all’ingresso di Lacedonia, ove sorge proprio la chiesa dedicata alla Santissima Trinità[3]. Indi, sempre nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, lo scacciò, recandosi che era notte piena presso la casa di Don Costantino Cappucci, il quale sorpreso di vederlo in una notte di burrasca così intensa, ebbe a chiedergli, come è in uso scherzosamente dire: «Ma chi ti ha accompagnato, il diavolo?»

Avrebbe senza dubbio taciuto se nulla gli fosse stato domandato, ma fatto segno di una domanda diretta ed essendo aduso a dire in ogni occasione la verità, fu costretto a raccontare quanto aveva vissuto al suo ospite, il quale, naturalmente, divulgò la storia, che si riseppe: altrimenti non sarebbe mai stata conosciuta.

foto pozzo miracolo

Un particolare del Pozzo del Miracolo

 


[1] La cattedrale è quella attuale.

[2]Attuale Casa Pandiscia, che si trova di fronte al municipio e vicino alla cattedrale, naturalmente a lacedonia.

[3] La chiesa della Santissima Trinità era stata costruita pochi decenni prima, ovvero agli inizi del 1700, dal Vescovo Giovan Battista La Morea.

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apertura

La memoria è ciò che ci salva dalle difficoltà del quotidiano, con le sue potenzialità catartiche, ed il pensiero, e solo quello, è capace di ricondurci ad epoche ormai remote, quando ancor vaghe di promesse innanzi a noi danzavano le ore future, per parafrasare il Foscolo. E così, dopo innumerevoli decenni, un gruppo nutrito di Collegiali, che hanno trascorso periodi più o meno lunghi della loro ancor verde esistenza tra le mura dell'Istitutto Cerchione, gestito dalla Suore Figlie di S. Anna, si è ritrovato a Lacedonia. Talune non si incontravano da oltre quaranta anni e quindi è facile intuire la commozione che l'evento ha provocato. Un incontro tenutosi nel salone del Cerchione, quindi la S. Messa officiata da don Roberto Di Chiara e poi tutte insieme a pranzo. L'idea è venuta a Giuseppina Di Stefano, che ha trovato sponda nell'attuale Superiore, Suor Agnese. Tanti ricordi, impressi in queste foto, che il LUPO volentieri pone a loro disposizione.

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FILIPPO CAGGIANO, L’EROE DI TOBRUK

Nativo di Lacedonia, combattente nella Seconda guerra mondiale, nel 1941 fu decorato per l’eroismo dimostrato in battaglia  

DI Carmine Clericuzio

FILIPPO CAGGIANO

Ci sono uomini che hanno fatto la storia, ci sono uomini che hanno partecipato agli eventi che hanno fatto la storia, ci sono uomini che sono essi stessi la storia; ci sono uomini che hanno affrontato con coraggio la forza distruttiva della guerra, ci sono uomini che hanno dimostrato un valore inimmaginabile, ci sono uomini che hanno messo in pericolo la propria vita compiendo azioni eroiche. Molto spesso questi uomini sono stati uomini semplici, ma votati al sacrificio e consacrati ad alti valori morali, uomini che non hanno mai aspirato a essere considerati né eroi né protagonisti pur essendo tali, ma che hanno lasciato un segno indelebile nella storia militare italiana, ma soprattutto sono stati esempi e guida incomparabili per i propri discendenti e per chi ha avuto la fortuna e l’onore di averli accanto nel corso della propria esistenza. Per questi motivi, tali uomini erano e saranno sempre grandi uomini, italiani di cui l’Italia dovrebbe, orgogliosamente e in ogni epoca, andare fiera. Uno di questi uomini è nato in Irpinia, a Lacedonia, splendido paesino situato nella parte “Alta” della verde provincia. Il suo nome è Filippo Antonio Caggiano, militare, eroico combattente, pluridecorato, le cui gesta belliche resteranno per sempre impresse come valore inestimabile dell’eroismo mostrato dai soldati italiani nei vari scenari della Seconda guerra mondiale.

Filippo Antonio Caggiano nacque in quella “terra di mezzo” della provincia irpina, al confine con Puglia e Basilicata, il 21 giugno 1913, terzo figlio di Vito e Lucia Di Conza, già genitori di Giuseppina e Pasquale.  

La vita militare, per i valenti giovani dell’epoca, schiacciati e spesso umiliati in una terra povera e dimenticata dalle istituzioni, rappresentava una delle pochissime possibilità che poteva aprire speranze lavorative e di carriera. Caggiano decise, quindi, di intraprendere quella strada e per tutta la vita, idealmente anche dopo aver lasciato l’Esercito per raggiunti limiti di età, portò quell’uniforme con autentico rispetto, assoluta dignità ed eccelso valore.

FILIPPO CAGGIANO1

L’ARRUOLAMENTO A TORINO E IL SERVIZIO IN ERITREA

La carriera militare di Filippo Antonio Caggiano inizia il 23 ottobre 1933, quando ottiene la ferma di anni due nel 91° Reggimento Fanteria d’istanza a Torino, e nel capoluogo piemontese, dove presta servizio nel Corpo degli Alpini, si destreggia e si distingue anche per le particolari doti atletiche, praticando a livello agonistico sport dall’alto tasso tecnico come lo sci e la scherma. Dopo aver ottenuto i primi gradi di caporale (30 giugno 1934), di caporal maggiore (15 febbraio 1935) e di sergente (13 maggio 1936), il Comando militare assegna a Caggiano il congedo illimitato, in data 19 ottobre 1936.

Il suo foglio matricolare riporta, poi, la notizia di un nuovo richiamo alle armi “per esigenza”, con destinazione l’Africa Orientale, così Caggiano, come tanti giovani dell’epoca che avevano già espletato il servizio di leva, si ritrova di nuovo a svolgere operazioni militari e viene assegnato al 144° Battaglione CC.NN. della Legione da montagna “Irpina”. Viene “mobilitato” il 9 novembre 1937 e successivamente imbarcato a Napoli il 14 dicembre, per sbarcare poi a Massaua in Eritrea undici giorni dopo, nella ricorrenza del Natale. In quegli anni, il fascismo era fortemente impegnato a mantenere il controllo proprio dell’Eritrea, la prima colonia italiana, la cosiddetta “Colonia primogenita” dell’Africa Orientale Italiana, territorio irrinunciabile nella strategia espansionistica e di rafforzamento del già proclamato “Impero”, nel 1936, da parte di Mussolini.

Così il giovane lacedoniese presta servizio con il grado di caposquadra nel Manipolo della Legione fino al rimpatrio. Caggiano riparte dal porto di Massaua il 26 agosto 1938 e sbarca a Napoli il successivo 4 settembre. Ritornato sul suolo patrio, viene assegnato alla Coorte ordinaria (struttura organizzativa della Legione) e dal 1° ottobre del 1938 presta servizio al Centro premilitare del suo paese natio. Il 19 dicembre dello stesso anno ritorna in servizio nei ranghi del 144° Battaglione CC.NN. Successivamente, il 29 agosto del 1939, passa alla Coorte complementi e il 1° settembre riceve l’incarico di istruttore premilitare, ma il seguente 13 dicembre viene richiamato alle armi. L’Italia mussoliniana si stava preparando a entrare in guerra al fianco della Germania nazista.

GLI SCONTRI A TOBRUK E LA DECORAZIONE MILITARE

La destinazione per il giovane sottufficiale lacedoniese è ancora l’Africa, Mussolini sa che in quei territori si giocherà una partita importante e decisiva nello scacchiere bellico e invia le truppe a disposizione, ma questi ragazzi mandati in guerra, ai quali non mancheranno l’ardore e il coraggio, furono travolti dall’impreparazione sotto il profilo logistico dei propri vertici militari e dalla scarsità di adeguati e sufficienti equipaggiamenti.

Caggiano, che si era già distinto in Eritrea per capacità tecniche e militari, si imbarca a Napoli l’11 settembre 1939 con il 40° Reggimento Fanteria e sbarca a Tripoli due giorni dopo. Il 5 febbraio 1940 viene aggregato al 16° Reggimento Fanteria e dal 15 luglio dello stesso anno può fregiarsi dei nuovi gradi di sergente maggiore. Ritorna in servizio nel 40° Reggimento Fanteria l’11 giugno 1940, il giorno dopo l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco dell’alleato Hitler, pronunciato in Piazza Venezia a Roma da Benito Mussolini. Le colonie italiane in Africa, di conseguenza, diventano territorio in stato di guerra e le truppe inglesi, comandate dal generale Bernard Law Montgomery, sono pronte allo scontro per conquistarle.  

In terra libica le truppe italiane, guidate dal generale Ettore Bastico, tentano di costruire una valida opposizione territoriale alle soverchianti forze inglesi, più numerose e più equipaggiate, dando vita a epiche battaglie e ad atti di eroismo esaltati e ricordati anche nelle pagine di storia narrate dalle forze militari avversarie.

Così come annotato sul suo foglio matricolare, Caggiano partecipa alle operazioni di guerra in Africa Settentrionale con il 40° Fanteria 1^ Compagnia, dall’11 giugno 1940 al 15 agosto 1942. La permanenza in terra libica del sergente maggiore Caggiano è costellata di elogi ufficiali da parte dei propri superiori e di prestigiose decorazioni conferitegli dagli alti Comandi militari.

Il 17 settembre 1941, infatti, il Comando del 40° Fanteria assegnò un solenne encomio al sergente maggiore irpino, in quanto “rifiutava la licenza per andare in prima linea”.

Uno degli scenari di guerra più importanti in terra africana fu la città di Tobruk, strategico caposaldo in Cirenaica, dove, tra il 1941 e il 1942, ci furono due principali offensive che videro gli opposti schieramenti, gli italo-tedeschi da un lato e gli inglesi dall’altro, riconquistare a vicenda l’importantissima città portuale e il territorio circostante, fino alla presa definitiva della cittadina litoranea libica da parte delle truppe britanniche il 13 novembre 1942.           

Caggiano a Tobruk si distinse per audacia e intelligenza, e fu protagonista di autentici atti di eroismo, uno dei quali è riportato nel suo foglio matricolare e caratteristico, che gli valse la rafferma di anni due per meriti di guerra.

Il giovane sottufficiale irpino, sempre volontariamente in prima linea e incurante del fuoco avverso, che partecipava sovente a rischiose operazioni di perlustrazione, riuscì a recuperare un’arma anticarro e riportarla nelle proprie postazioni, con la quale successivamente colpì e immobilizzò un’autoblinda inglese.

Così si legge nel foglio matricolare a lui intestato:

“Sottufficiale intelligente, energico, valoroso, partecipava volontariamente a tutte le più rischiose operazioni di pattuglia e di esplorazioni dando innumerevoli prove di bravura e di coraggio. Il giorno 21-11-1941, sotto il fuoco intenso delle mitragliatrici e dei carri armati nemici che avevano attaccato il suo caposaldo e resa insufficiente la sua arma anticarro, usciva dalle postazioni a recapitare percorrendo un lungo tratto di terreno allo scoperto un messaggio urgente al Comando del battaglione e a riportare indietro una nuova arma anticarro da mettere in postazione e manovrando personalmente riusciva a colpire e immobilizzare una autoblinda nemica.

Fronte est di Tobruk 21-11-1941”.

Lo straordinario coraggio palesato in battaglia e le eccelsi doti tecniche mostrate da Caggiano non passarono inosservate e divennero oggetto di approfondimento anche da parte del comando tedesco. Il giovane sergente maggiore nativo di Lacedonia divenne, così, un esempio tra i commilitoni e le sue gesta vennero esaltate con il conferimento di un prestigioso riconoscimento militare germanico. Caggiano, infatti, fu insignito della “Croce di ferro tedesca di seconda classe”.

L’altissima onorificenza militare gli fu conferita direttamente dal generale tedesco Erwin Rommel, comandante in capo della spedizione denominata “Afrika Korps”, il quale, in persona, assegnò la decorazione al sottufficiale irpino, consegnando nelle sue mani anche il documento di conferimento della croce stessa, datato 22 marzo 1942.

L’incontro personale con Rommel, il generale ricordato nei libri di storia come la “volpe del deserto”, uno dei più grandi strateghi militari di ogni epoca, fu immortalato da uno scatto fotografico (già riportato sul sito www.avellinesi.it), che è stato possibile pubblicare su queste pagine, così come le altre testimonianze verbali e documentali, grazie alla squisita disponibilità e alla cortesia di tutti i familiari, in maniera particolare del figlio dell’eroico militare irpino, l’avvocato Enzo Caggiano.

Il sergente nativo di Lacedonia fu poi autorizzato a fregiarsi dell’alta decorazione militare tedesca con dispaccio ministeriale del 19 novembre 1942.

FILIPPO CAGGIANO2

IL RITORNO IN PATRIA E L’ARMISTIZIO

Il 28 agosto 1942, per godere di una licenza straordinaria, si imbarca su un aereo nella città libica di Derna e tocca il suolo italiano lo stesso giorno a Lecce. Il successivo 5 ottobre, per fine licenza, non riparte per le terre africane, ma gli viene assegnata una nuova destinazione, il 162° Battaglione Costiero, al quale fu aggregato il 18 novembre 1942 e dove prestò servizio fino all’8 settembre 1943, il giorno in cui il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio rese noto l’armistizio di Cassibile.

Il 162° Battaglione Costiero era stato istituito dal Comando della 6^ Armata, che aveva sede a Cava dei Tirreni, con il reclutamento dei reggimenti rientranti nella propria giurisdizione, tra cui proprio il reparto di Caggiano, il 40° Fanteria che aveva sede a Napoli. Così, mentre il reggimento combatteva ancora in Africa Settentrionale, un battaglione formato da “elementi anziani” presente presso il suo deposito si trasformò nel 162° Battaglione Territoriale, che venne dislocato a Battipaglia per la difesa costiera. Successivamente, divenne il 162° Battaglione Costiero inquadrato nel 17° Reggimento Costiero della 222^ Divisione Costiera, dislocato ad Agropoli.

L’8 settembre 1943, il giorno in cui venne proclamato l’armistizio, il giovane sottufficiale nativo di Lacedonia si trovava a Paestum, dove erano disposti anche alcuni reparti tedeschi, particolare confermato anche dalla testimonianza dei figli.

Dopo l’armistizio e la confusione dovuta alla mancanza di ordini precisi, Caggiano, come riportato nel suo fascicolo, risulta essere trasferito, in data 15 gennaio 1944, presso il 15° Reggimento Fanteria d’istanza a Salerno, per poi prendere servizio presso il Distretto militare della stessa città il 31 gennaio.

Il 31 luglio 1944 segna la data di un nuovo trasferimento e di una nuova destinazione, questa volta la sede è Napoli, accorpato al Battaglione Complementi del 31° Reggimento Fanteria “Siena”.

Nei successivi e convulsi mesi, visto il fermento della situazione politica e militare, Caggiano viene più volte trasferito in vari reparti. Il 25 settembre 1944, la sua nuova destinazione è il Comando del III Battaglione Aereo Mobile in servizio presso il Campo Affluenza degli Astroni, nella zona dei Campi Flegrei, dove il Comando alleato aveva disposto il concentramento di militari sbandati e prigionieri di guerra.

Caggiano è costretto a fronteggiare anche seri problemi di salute e il 12 novembre 1944 il sottufficiale irpino viene ricoverato presso l’Ospedale Militare “Miracoli” di Napoli “per malaria e deperimento organico”, così come si legge nel foglio matricolare. Tre giorni dopo il ricovero, il 15 novembre, i medici dell’ospedale militare, appurata la diagnosi, dispongono per Caggiano una licenza di quaranta giorni di convalescenza.

Il 26 dicembre 1944, allo scadere della licenza, Caggiano, dopo essersi sottoposto a visita di controllo, viene riconosciuto idoneo al servizio e il 28 febbraio 1945 fa ritorno nei ranghi e il giorno successivo il Comando dispone il trasferimento presso il 14° Reggimento Artiglieria in servizio presso il Campo Affluenza Complementi di Trani.

Il successivo 23 aprile 1945 può godere di una licenza per una ragione particolarmente lieta: una licenza matrimoniale di quattordici giorni più il viaggio. E il 29 aprile prende in moglie Angiola Todisco, donna amorevole originaria di Melfi, ancor oggi esemplare riferimento familiare, dalla quale ebbe sette figli, tutti stimati e prestigiosi professionisti: Giovanni, Lorenzo (deceduto pochi mesi dalla nascita), Severino, Elio, Maria, Aldo ed Enzo, ai quali va un sincero e affettuoso ringraziamento per aver reso disponibili documenti, foto e testimonianze riguardanti l’amato genitore.

Dopo il matrimonio, il 4 luglio 1945, ottiene il trasferimento presso il Distretto militare di Potenza. Il 17 settembre dello stesso anno prende servizio presso lo Stabilimento Militare di Pena di Gaeta. Tale incarico dura pochi mesi, infatti, il 15 febbraio 1946 passa alle dipendenze del Distretto militare di Avellino e il successivo 30 aprile, sempre nel capoluogo irpino, viene assegnato al 10° Centro Addestramento Reclute. E ad Avellino, presso la Caserma Berardi, dove prestò servizio nel Corpo dei Bersaglieri, gli furono conferiti poi i gradi di maresciallo, e nel presidio militare di Viale Italia rimarrà fino alla fine della sua carriera.

LE CROCI AL MERITO DI GUERRA E L’ONORIFICENZA DI CAVALIERE DELLA REPUBBLICA

Con due determinazioni del Comando Militare Territoriale di Napoli, in data 27 giugno 1946, al sottufficiale nativo di Lacedonia furono conferite altrettanti croci al merito di guerra “per la partecipazione alle operazioni durante il periodo bellico 1940-43”. Una terza croce al merito di guerra gli fu conferita, poi, il 18 agosto 1950. Al maresciallo Caggiano, inoltre, fu riservata un’altra prestigiosa onorificenza militare: la croce d’argento per anzianità di servizio, il 30 giugno 1951.

Il 14 settembre 1953, con apposita autorizzazione ministeriale, Caggiano poté fregiarsi del distintivo del periodo bellico, altissima decorazione militare istituita nel 1948 dal Presidente della Repubblica del tempo, Luigi Einaudi, con la possibilità, inoltre, di apporre sul proprio nastrino quattro stellette corrispondenti agli anni 1940-1941-1942-1943.  

Pose fine alla sua carriera militare nel 1972, anno in cui Caggiano, già residente da anni nella città di Avellino, senza mai dimenticare le proprie radici sempre salde a Lacedonia, andò in pensione con il grado di maresciallo maggiore.

L’anno successivo, a testimonianza del valore dimostrato nel corso del secondo conflitto mondiale e del nobilissimo ruolo di guida e di sapiente istruttore militare di intere generazioni, al maresciallo maggiore Caggiano venne conferita l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica, con Decreto del 2 giugno 1973, a firma del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio dei Ministri, rispettivamente Giovanni Leone e Giulio Andreotti.

Si spense serenamente il 25 ottobre 1997, a 84 anni, stretto dall’affetto dell’adorata consorte, dei figli e dei numerosi nipoti.

Filippo Antonio Caggiano, maresciallo maggiore dell’Esercito Italiano, un impavido combattente della Seconda guerra mondiale, militare di assoluto valore e di immenso eroismo, un sottufficiale modello, esempio di virtù e di rettitudine umana e professionale.

Filippo Antonio Caggiano, un grande figlio d’Irpinia.

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Provate a pensare al deserto del Nevada. All’occhio della mente apparirà una distesa di argille e di calcare pugnalata dal sole, che vi ha impresso ferite superficiali, crepe entro le quali si rifugiano serpi e lucertole. Nella torrida estate lo scirocco spira potente, portando con sé arbusti che disegnano geometrie ellittiche e agitando la sabbia in danze vorticose, ad invadere gli occhi.

Ebbene, se tale immagine vi si è palesata, ora sapete come era il campo sportivo di Lacedonia negli anni settanta.

Una distesa d’argilla rotta, di tanto in tanto, da dislivelli e pietrisco, sul quale facilmente i calciatori scivolavano battendovi muso, ginocchia e braccia.

Eppure quelle zolle di creta non producevano “cretini”, ma grandi calciatori, veri campioni che, se avessero avuto delle possibilità, avrebbero potuto aspirare a ben altre posizioni ed anche, perché no!, alle serie maggiori.

Figure indimenticabili e indimenticate calcavano quel palcoscenico argilloso.

Chi se lo scorda il “Bomber”, il grande Peppino Palladino, indimenticabile e indimenticato, criniera nera arruffata e barba incolta, una sorta di Sandokan che si muoveva con rapidità felina e si prendeva gioco dei difensori, aiutato anche dalla sua fisicità snella ma muscolosa e nervosa.

E certo oggi mi capita di rivedere molti di quei calciatori, anche se solo in periodo di vacanza, e costruisco nella mente le immagini delle competizioni che vedevano scendere in campo la mitica “Folgore”, la Seleção lacedoniese.

Il nome era quanto mai appropriato.

Ricordo il Presidentissimo di tutte le epoche calcistiche, Vincenzo Saponiero, che passeggiava nervosamente lungo il bordo campo. Occorre dire a suo merito che senza di lui il calcio a Lacedonia sarebbe morto da decenni.

Mitica Folgore, che aveva visto militare tra le sue fila generazioni diverse e che ancora negli anni settanta annoverava figure storiche del calcio lacedoniese, come Leonardo Quatrale e la premiata ditta “Fratelli Pio”, Tonino e Nicola, l’articolo “il” essenziale alla grammatica calcistica di Lacedonia.

Molte le figure che si sono impresse nel ricordo indelebile dei lacedoniesi.

Rocco Pagnotta, ad esempio, che aveva un tiro talmente potente che, quando calciava una punizione, il pallone ritornava per posta con il timbro di Lugano.

Grandissimo spessore aveva il duo Ferrante, l’elegante Leonardo e Gino, estremamente prolifico di goal. Io ero un loro tifoso, come pure di Nicola Bianco, anch’egli un cesellatore della palla, dotato di un tocco di estrema classe.

Come non citare il Che Guevara, il guerrigliero delle fasce laterali, Franco Pasciuti, che all’epoca portava i baffi alla Vallanzasca e seminava il terrore lungo le ali del campo.

Il grande difensore Gerardo, diventato talmente famoso che gli hanno intitolato l’aeroporto di Foggia, il “G. Lisa”.

E lo “spillo” della situazione, Lannunziata, e l’attivissimo Peppino Chiauzzi (attivissimo di notte, s’intende: come voleva stare in piedi di giorno sul campo?).

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