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CECI

Una tradizione che affonda le sue radici nella metastoria: nessuno può dire quando essa fu introdotta. Ed al contempo un lascito ancora attuale della società contadina alla nostra civiltà. Nei fatti le pietanze tipiche del 2 di novembre, nell'Irpinia orientale, sono tutte a base di ceci, sia che costituiscano il condimento delle "lagane", una sorta di tagliatelle fatte in casa, e sia che si preparino in zuppe o addirittura arrostiti su una piastra collocata sul fuoco del camino (cosa non più usuale, perché con l'innalzamento delle temperature climatiche, di solito, come oggi, a novembre sembra di stare in estate).

Ma, dunque, perché proprio i ceci? Per il semplice fatto che in epoche segnate dalla povertà, neppure poi troppo lontane, i ceci erano i legumi più facilmente reperibili, soprattutto perché in Alta Irpinia abbondavano le coltivazioni.

E proprio ai ceci è connessa una usanza che oggi è scomparsa.

Ogni 2 di novembre moltissimi ragazzi poveri, riuniti in gruppi, giravano di casa in casa recitando una sorta di formula nel vernacolo nostro (che riporto fedelmente): «Ciccj cuott' p' l'an'm r' li muort', ciccj crur' p' l'an'm r' r' criatùr'».

La traduzione italiana del detto lo depriva della sua assonanza: «Ceci cotti per l'anima dei morti, ceci crudi per l'anima delle creature». Si aspettavano che i padroni di casa regalassero loro dei ceci per sfamarsi e poco importava se cotti o crudi, perché la loro fame era certamente di "bocca buona".

La creatività connaturata alla cultura contadina riusciva a trasformare anche un momento triste, quale è la commemorazione annuale dei defunti, in una occasione per saziare l'appetito perenne generato dalla miseria.

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morti

La foto, di Antonello Pignatiello, mi ritrae in forme evanescenti nel corso di un mio seminario sulla magia popolare e la tanatologia.

Colui il quale, fino agli anni cinquanta dello scorso secolo, si fosse avventurato nelle strade di molti paesi dell'Alta Irpinia, certamente avrebbe visto la fioca luce promanante dalle fiammelle di candele accese su taluni davanzali di finestra. Aguzzando gli occhi avrebbe scorto le sagome scure di persone intente a fissare il liquido contenuto in una bacinella bianca: era credenza comune che sarebbero apparse alle pupille, riflesse nell'acqua immota,  lunghissime file silenziose di defunti in processione. Non si creda che la "Processione dei morti" fosse una sorta di halloween della società contadina, perché nei fatti era reputata  evento reale ed estremamente serio, al punto che c'era chi era pronto a giurare sulla sua stessa vita di aver effettivamente veduto i trapassati, riconoscendone addirittura alcuni. I nostri antenati pensavano, in buona sostanza, che l'ultimo viaggio non fosse di sola andata, eccezion fatta per i dannati all'inferno, ma che le anime del Purgatorio godessero di una sorta di periodo di libertà dalle pene che si protraeva dalla notte tra il 1 e il 2 di novembre fino all'epifania. Da qui il proverbio (che io riporto direttamente nella sua originale versione vernacolare dell'Irpinia orientale): «Tutt' r' fest' scess'r e v'ness'r, la b'fanìj nun venès mai!» Infatti si credeva che la notte del 6 dicembre, che lo volessero oppure no, le anime erano costrette a rientrare nell'ignoto aldilà donde erano venute.

Al di là di facili ironie, tali credenze costituivano l'approdo "culturale" della plurisecolare ibridazione tra eterogenee religioni, che ne costituivano il sostrato, anche se nell'inconsapevolezza dei nostri nonni, i quali erano comunque di fede cattolica.

Attualmente sto perseverando negli studi antropologici relativi alla magia popolare, alla tanatologia e alle figure del mito dell'osso appenninico d'Irpinia, soprattutto per quel che concerne quella "terra di transito" che insiste tra Campania, Puglia e Basilicata: oltre che salvare un patrimonio culturale immateriale ormai in via di dissoluzione, è soprattutto mia intenzione compredere quali siano state le cause che hanno condotto alla creazione dei "miti" e alla diffusione di tali tradizioni.

In ultima analisi, però, dirò che non costituisce una buona idea tentare di emulare la ritualità dei nostri avi, perché, con William Shakespeare, sono convinto che: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». E - vorrei aggiungere - la maggior parte di tali cose appartengono al mondo dell'invisibile e dell'inspiegabile!

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La foto, di Antonello Pignatiello, mi ritrae in forme evanescenti nel corso di un mio seminario sulla magia popolare e la tanatologia.

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cerro tesoro

E non poteva essere che così. Naturalmente la foto di Antonello Pignatiello raffigurante il celebre "Cerro del Tesoro", albero secolare della famiglia delle Fagaceae denominato Quercus Cerris, ha vinto con altre 11 il concorso indetto da Infoirpinia, dell'ottimo Francesco Celli, e sarà l'immagine di uno dei mesi del nuovo calendario. L'organizzazione de quo condivide con Lupus In Fabula la volontà di promuovere il territorio d'Irpinia e pertanto non possiamo che elogiarne l'opera e complimentarci con loro.

Per quel che concerne l'immagine in questione, è da dire che essa è semplicemente spendida, come chiunque può vedere, e comunica cose che nei fatti, di contro, non tutti "vedono" immediatamente, pur osservando attentamente. Antonello è riuscito a cogliere la grandezza, in senso qualitativo e quantitativo, della natura, che è rappresentata proprio dal tronco e dalla ramificazione gigantesca del Cerro, la qual cosa annichilisce quasi del tutto l'elemento antropico, riconducendo l'essere umano alle sue dimensioni, anche in questo caso qualitative e quantitative, reali, ancorché a dire il vero proprio minime. E dunque madre natura, della quale l'albero è figlio, distendendo le sue braccia lignee sulle figure umane sembra quasi volerle coprire e proteggere, anche se la nostra progenie dovrebbe proteggersi soltanto da se stessa. L'albero in questione è importante non solo sotto il profilo naturalistico, cosa di per se stessa già molto importante, ma anche sotto quello antropologico, essendo ad esso legata una leggenda che vede protagonista uno dei briganti post-unitari più famosi, quel Carmine Crocco le cui bande spesso operavano proprio nell'ager compreso tra la Lucania e l'Irpinia orientale, nella fattispecie quello che insiste tra Monteverde, Carbonara e Lacedonia. Si narra che proprio nei pressi del Cerro Crocco in persona abbia nascosto una ingente mole di bottino delle sue scorrerie, che costituiscono il suo "tesoro" mai più ritrovato: da ciò la definizione, entrata ormai a pieno titolo nell'intelletto latente collettivo popolare di zona, di "Cerro del Tesoro". Ancora una volta Antonello Pignatiello, per quel che concerne il media visivo più artistico, ovvero la fotografia, si conferma quale operatore di promozione territoriale tra i più creativi, bravi ed efficaci. E scusate se è poco.

PS. Le mie considerazioni circa l'arte di Pignatiello non dipendono da spirito di amicizia, ma da reale convinzione di carattere estetico - filosofico!

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fatima

Tra le nuove tradizioni che si sono ritagliate un ruolo negli ultimi decenni nell'ambito della società di Lacedonia, certamente è da menzionare la Festa della Madonna di Fatima, che ricorre il 13 di maggio. Molti lustri or sono una statua fu issata su una colonna, e contestualmente consacrata e benedetta, nei giardinetti del Rione Vittoria. Da allore è uso celebrare una solenne Messa nella ricorrenza della prima apparizione ai Pastorelli di Fatima, due dei quali, Francisco e Giacinta, morti a soli dieci anni di età vittime dell'epidemia della spagnola, come loro aveva predetto la SS. Vergine, sono stati elevati agli onori degli altari proprio oggi da Papa Francesco, diventando di fatto i Santi più giovani della Chiesa Cattolica. Anche oggi, in un pomeriggio inondato di sole, si è tenuta la Celebrazione Eucaristica, presieduta da don Sabino Scolamiero don Roberto Di Chiara, in prossimità della statua.

Domani mattina, invece, con partenza dalla Chiesa Cattedrale alle ore 08.00,  sarà riportata nella sua Chiesetta di campagna, in contrada Forna, la statua della Madonna delle Grazie, dopo una permanenza in paese di un mese circa. Il tempo climatico promette bene, perché è prevista la presenza del sole con temperature che, intorno alle ore 14.00, raggiungeranno punte di 23°. Di certo, dunque, saranno in molti, soprattutto i giovani, a trattenersi in campagna a pranzare, con i consueti interminabili barbecue.

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