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Ebbene sì! L’Europa si avvede che un paese come Monteverde, con un numero ridotto di abitanti e quindi definito “piccolo”, ma in realtà grande nelle idee e nell’azione, è all’avanguardia per quel che concerne l’accessibilità soprattutto delle persone diversamente abili e noialtri abitanti di questi monti perseveriamo nell’atavico complesso di inferiorità che ci porta a ritenere di essere da meno di chiunque?

In realtà il premio conferito a Monteverde, e ritirato ieri a Bruxelles dal sindaco Franco Ricciardi, è estremamente significativo perché spazza via, in un colpo, la falsa opinione che da noi non possa esservi sviluppo, qualità di vita e buone pratiche.

Della portata di tale riconoscimento si era accorta persino Napoli, ovvero la nostra Regione, talvolta più lontana del Belgio, al punto che il governatore De Luca ha voluto indirizzare al sindaco una missiva, predisponendo che anche un suo inviato fosse presente nella sede del Parlamento europeo per la premiazione.

Nelle foto ho visto i volti di cari amici, come Franco, Tonino, Giovanni, tutti a rappresentare Monteverde perché tutti loro, in questi anni, hanno creato le condizioni perché avvenisse tal sorta di “miracolo”, e mi sono sentito veramente fiero in quanto abitante dell’Alta Irpinia.

Spero che l’evento segni un nuovo inizio: quello di un’epoca nella quale, abbandonata ogni remora, comprendiamo che il riscatto viene dal nostro pensiero e dal nostro operato!

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eugenio bennato

L’antica pratica dei falò dell’Immacolata viene riproposta a Lioni (AV) con la manifestazione “Riti di Fuoco”. Tre giorni all’insegna delle tradizioni del territorio irpino, in un contesto ancestrale di narrazioni, spettacoli, musica ed enogastronomia. “Riti di Fuoco” è la terza tappa del progetto “Il Treno degli Eventi” (POC Campania 2014/2020 – Linea Strategica 2.4 “Rigenerazione urbana, politiche per il turismo e la cultura) e ancora una volta condurrà i visitatori alla scoperta della cittadina altirpina. Dopo i boschi e la grande piazza sarà la volta dei vicoli, impreziositi da racconti e concerti.

«Verrà riproposta con Riti di Fuoco la festa dei falò, radicata a Lioni come in tutta l'Irpinia - annuncia Antonio Sena, direttore artistico de “Il treno degli eventi” - In questa occasione la rivisiteremo in chiave moderna, con una tre giorni che di certo sorprenderà chi verrà a farci visita».

«Siamo felici di presentare Riti di fuoco, frutto di una continua ricerca volta a rivisitare la storia d’Irpinia attraverso le narrazioni antiche, le leggende, le magie che rendono surreale e mistico questo posto – aggiunge la presidente della Pro Loco Lioni, Maria Antonietta Ruggiero - La superstizione, il malocchio, le credenze popolari sono i pilastri della nostra cultura. Ridiamo vigore alle tradizioni del popolo irpino e lo facciamo in un paese come Lioni che per la sua centralità geografica diventa un luogo dove poter far convergere il folklore».

“Riti di Fuoco”, promosso da Comune di Lioni e Proloco Lioni, vede la direzione scientifica di Roberto D’Agnese. Venerdì 7 dicembre c’è “Festa e Fera - canzoni ammischiate” a cura di Virginio Tenore. L’8 dicembre, dopo all’accensione dei falò, riflettori sul concerto di Eugenio Bennato. Il 9 l’aperitivo culturale con il convegno “Riti, tradizioni e leggende. L’Irpinia”. Durante la tre-giorni si troveranno tra le strade di Lioni lo Scazzamauriello e il Lupo mannaro, un processo alla strega e sabba, le Janare e la Masciara, il tutto a cura della compagnia teatrale Clan H e di Michele Miscia. E ancora li Squacqualacchiun, la misteriosa maschera di Teora. Chi vorrà, potrà ascoltare i Cunti irpini intorno a un fuoco oppure ballare con la Scuola di Tarantella montemaranese e prepararsi al Natale con le zampogne della tradizione.

«Per il format abbiamo lavorato principalmente su un filone che cattura molto l’attenzione dei lionesi e cioè le credenze popolari - spiega il direttore scientifico di “Riti di Fuoco”, Roberto D’Agnese - Abbiamo voluto creare tre aree spettacolo per richiamare le tradizioni, le credenze, i concerti. E il concerto di Eugenio Bennato è la giusta sintesi di questi tre elementi».

«Accanto alla vocazione commerciale, a Lioni c’è una comunità legata alla terra, vivace dal punto di vista culturale e che ama la natura - è la sintesi finale del sindaco Yuri Gioino - Con questa manifestazione puntiamo a recuperare il nostro patrimonio culturale e naturalistico, per arrivare a offrire un’immagine nuova di Lioni».

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La Pro Loco “G. Chicone” di Lacedonia baluardo a difesa di tradizioni che stanno scomparendo. Domani, 2 novembre, torna la consuetudine della distribuzione di ceci e fave cotte che chiunque potrà ritirare in piazza De Sanctis a Lacedonia dalle 10,00 alle 12,00.

È una tradizione, questa, che affonda le sue radici nella civiltà contadina, anche se nessuno può affermare con certezza quando essa fu introdotta. Ed al contempo un lascito della società suddetta alla nostra civiltà attuale. Nei fatti le pietanze tipiche del 2 di novembre, nell'Irpinia orientale, sono tutte a base di ceci, sia che costituiscano il condimento delle "lagane", una sorta di tagliatelle fatte in casa, e sia che si preparino in zuppe o addirittura arrostiti su una piastra collocata sul fuoco del camino (cosa non più usuale, perché con l'innalzamento delle temperature climatiche, di solito, come oggi, a novembre sembra di stare in estate).

Ma, dunque, perché proprio i ceci? Per il semplice fatto che in epoche segnate dalla povertà, neppure poi troppo lontane, i ceci erano i legumi più facilmente reperibili, soprattutto perché in Alta Irpinia abbondavano le coltivazioni.

E proprio ai ceci è connessa una usanza che oggi è scomparsa.

Ogni 2 di novembre moltissimi ragazzi poveri, riuniti in gruppi, giravano di casa in casa recitando una sorta di formula nel vernacolo nostro (che riporto fedelmente): «Ciccj cuott' p' l'an'm r' li muort', ciccj crur' p' l'an'm r' r' criatùr'».

La traduzione italiana del detto lo depriva della sua assonanza: «Ceci cotti per l'anima dei morti, ceci crudi per l'anima delle creature». Si aspettavano che i padroni di casa regalassero loro dei ceci per sfamarsi e poco importava se cotti o crudi, perché la loro fame era certamente di "bocca buona".

La creatività connaturata alla cultura contadina riusciva a trasformare anche un momento triste, quale è la commemorazione annuale dei defunti, in una occasione per saziare l'appetito perenne generato dalla miseria.

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Scoperta una targa a Monteverde installata sul muro della casa natale di Nicola Vella, giurista antifascista, un politico lungimirante e sempre accanto agli ultimi della società, ma ancor prima, a nostro parere, un umanista, che distribuiva a profusione i frutti del suo intelletto, che lavorava instancabilmente per il bene comune, trovando il tempo, peraltro, di dedicarsi persino alla poesia, a testimonianza di una magnanimità di sicuro non usuale. Presenti alla cerimonia, che è stata aperta dai loro brevi interventi, Rosetta D’Amelio, presidente del Consiglio regionale della Campania, il giornalista Gianni Festa, i figli, tra i quali Aldo Vella, intellettuale di grande levatura, il sindaco di Lacedonia Antonio Di Conza, mentre gli onori di casa li ha fatti il primo cittadino monteverdese, Franco Ricciardi, con l’immancabile presenza attiva del suo vice Antonio Vella. Tra le personalità del mondo della scuola e della cultura, Annibale Cogliano, che si è profuso in un dotto intervento, Rocco Pignatiello, il preside Gerardo Vespucci, talmente stimato a Monteverde che ormai vi si trova come a casa propria. Ancora da registrare la presenza di Giovanni De Lorenzo, e degli esponenti delle associazioni di Monteverde. Delineare la storia del Vella sarebbe veramente operazione lunga, più adatta per un convegno, tuttavia mi pare opportuno accennare brevemente ad alcune tappe fondamentali che hanno segnato il suo percorso esistenziale in relazione ai suoi grandi meriti e all’importanza cruciale che ha rivestito per le comunità dell’Alta Irpinia e, in una prospettiva più larga, a tutta la Campania.

Egli, che in uno scritto denominato “Contributo alla critica di se stesso”, il quale data al 1975, si autodefiniva “nullatenente”, sorte condivisa con quasi tutte le persone oneste, e “autodidatta”, a dir del fatto che non fu un nobili genere natus, era portatore di quella umiltà che caratterizza le veraci “grandi anime”. In realtà era invece “ricchissimo”, sia pure non di beni materiali, ma di cultura ed umanità (e se a voi sembra poco) ed era “autodidatta” nel senso, del quale probabilmente egli era consapevole, che ogni apprendimento, anche se conseguito tra le mura di una università, è sempre e soltanto “autoapprendimento”. In realtà egli frequentò scuole di primo livello. Prima negli Stati Uniti, ove sperimentò siccome sa di sale lo pane non altrui, ma guadagnato con il sudore della propria fronte in terra straniera, lavorando in fabbrica e frequentando contemporaneamente, di sera, la scuola “Lincoln Jefferson”, nella quale conseguì nel 1917 un diploma in “Arti”, ovvero il titolo anglosassone di “bachelor”, baccelliere. Tornò in Italia nel 1918 e cominciò a lavorare per diverse testate giornalistiche, ma non di meno si iscrisse, sempre lavorando contemporaneamente, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino. Laureatosi nel 1931, da allora in poi fu per tutti l’avvocato Vella. Venne a Lacedonia ad esercitare la professione legale, perché nel 1932 vi si era trasferito essendo convolato a nozze con Isa Galderisi, figlia di un uomo di grandissima umanità, il medico Michele Galderisi, che curava in non abbienti gratis, che si recava dagli ammalati anche in piena notte e con qual si voglia clima. Peraltro lo stesso suocero era stato per ben due volte sindaco e consigliere provinciale.

Non fu mai colluso con il potere fascista, anzi ne fu fierissimo oppositore, rischiando peraltro in proprio, al punto che il Comitato di Liberazione Nazionale lo nominò, a liberazione avvenuta, commissario prefettizio di Bisaccia e sindaco di Lacedonia, carica nella quale fu confermato l’anno dopo in grazia di un grandissimo suffragio elettorale.    

Le novità più rilevanti da lui introdotte concernevano la trasparenza e il rigore amministrativo, gli sgravi fiscali, come l’abolizione delle imposte di famiglia, dei censi, dei tributi enfiteutici per i cittadini poveri, l’impulso a tutta una serie di attività socio-culturali, la concessione di una quota di cento ettari alla cooperativa "La Terra". Ma fu importantissima la sua opera non soltanto per Lacedonia, ma per l’intero territorio. Fu lui a concepire e a costituire nel 1946, tra i Comuni della zona, il Consorzio Idrico dell’Alta Irpinia, di cui divenne Presidente a titolo gratuito, che diede battaglia, vincendola, contro l’Acquedotto Pugliese per portare l’acqua corrente nei paesi che dipendevano dalle fonti sorgive locali. Nessuno può ignorare che questa fu una vera rivoluzione copernicana.

Difensore dei poveri, anche grazie alla sua opera di sensibilizzazione e del suo sostegno concreto i braccianti, i “servi della gleba”, classe nella quale molti di noi si onorano di trovare le proprie radici, si munirono del coraggio necessario ad occupare le terre nel marzo del 1950.

Da queste poche notizie si attinge quale fosse il valore di Nicola Vella ed altro non si vuole aggiungere, se non che fu un fierissimo meridionalista tra grandissimi meridionalisti, accanto, per citare un grande nome, a persone come Guido Dorso, con il quale collaborò e di cui, verosimilmente, condivideva la visione generale, come si evince dai suoi scritti politici. Per notizia, anche a Lacedonia c’è una piazza che porta il suo nome.

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Blog a cura del Dott. Michele Miscia

 

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